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Padre Patricio Murphy: il prete della frontiera messicana

25/05/2017  Il sacerdote scalabriniano vive a Tijuana, al confine con gli Stati Uniti. Qui, alla Casa del migrante, soccorre le persone che quotidianamente vengono espulse dagli Usa

«Mi sento come una palla da tennis durante una partita», dice padre Pat (Patricio) Murphy, seduto alla scrivania del suo piccolo ufficio al piano terra della Casa del migrante. «Sono scalabriniano, per questo sono qua», sorride mentre indica, appeso al muro, il ritratto del vescovo beato Giovanni Battista Scalabrini, il “Padre degli immigrati”.

Da quattro anni padre Murphy vive nella periferia degradata di Tijuana che, con la vicina cittadina americana di San Ysidro, forma la frontiera più famosa e trafficata del mondo. Il missionario divide la sua casa con dieci volontari che arrivano da ogni parte del mondo e circa 160 immigrati, principalmente dall’America centrale e Haiti, e deportati messicani che arrivano quotidianamente dalla frontiera: qui vengono ospitati temporaneamente, finché non trovano lavoro e un altro posto dove stare.

«Tanto da questo lato del confine quanto dal lato americano, tutti i politici pensano solo a come portare più soldi al proprio partito e alla propria famiglia, ma nessuno di loro si è mai degnato di tentare di risolvere davvero i problemi legati ai diritti umani e aiutare gli immigrati a vivere con dignità», sospira. La Casa del migrante riceve tutti i mesi dal governo di Peña Nieto 25 mila pesos messicani (circa 1.200 euro), una quantità irrisoria se comparata con le donazioni che arrivano tutti i mesi alla Casa da privati ed enti internazionali.

Nato nel 1952 a New York, nipote di immigrati irlandesi, padre Murphy ha sempre visto la questione migratoria come una priorità nella sua vita. A 14 anni entra in seminario presso i missionari di San Carlo e segue tutta la formazione scalabriniana studiando Teologia all’università di Chicago, per poi cominciare a lavorare con le comunità ispaniche di tutta America, da Chicago a Los Angeles, passando anche per Kansas City, sempre lottando instancabilmente fianco a fianco con gli immigrati, per difendere i loro diritti.

VICINO NELLA SOFFERENZA

Nel giugno del 2013 padre Murphy attraversa la famosa frontiera tra San Ysidro e Tijuana e si trasferisce nella Casa del migrante «per vivere le loro sofferenze, farle mie, e poterli così aiutare».

«Non avrei mai pensato di ritrovarmi qui a Tijuana, a 65 anni, a difendere i diritti degli immigrati che arrivano da tutto il mondo. Ma qui mi sento felice e sento realizzata la mia missione e vocazione», continua mentre osserva un gruppo di immigrati deportati la notte prima, che fanno la fila per registrarsi presso la reception della Casa. Fondata nel 1985, la Casa del migrante Scalabrini esiste in altri 34 Paesi. Di solito questi centri di accoglienza ospitano rifugiati e immigrati, ma a Tijuana negli ultimi anni la situazione è cambiata, con un aumento impressionante dei deportati messicani, espulsi dagli Stati Uniti (il 90% degli ospiti presenti nella Casa). Per questo gli Scalabriniani in Messico hanno deciso di adottare nuove forme per far integrare questa generazione di deportati all’interno della società messicana. «Hanno bisogno di ricominciare una nuova vita qui, da questo lato della frontiera», riprende padre Murphy.

Poi aggiunge: «L’amministrazione Obama aveva deportato in totale 3 milioni di immigrati, la maggior parte messicani, ma con la presidenza di Donald Trump lo scenario è cambiato e sempre più persone innocenti vengono deportate. Camminano per strada e, all’improvviso, li portano via. Prima deportavano quasi solo carcerati o persone con precedenti penali, ora invece prendono tutti: quando meno te lo aspetti, davanti a casa, mentre stai uscendo per andare a lavorare, mentre sei con i tuoi figli o con tua moglie».

La nuova politica del presidente Trump infatti prevede la deportazione anche di messicani con permessi di soggiorno americani, se in passato hanno avuto precedenti penali. Gli immigrati e i deportati vengono aiutati nella Casa da un team di assistenti sociali, psicologi e avvocati. C’è inoltre un dipartimento del lavoro che li aiuta a trovare un impiego, di solito in realtà come i call center di imprese americane che, paradossalmente, hanno quasi tutti sede proprio qui in Messico.

«Riattraversare subito la frontiera è il desiderio di tutti quelli che arrivano alla Casa del migrante», continua il religioso. «Noi cerchiamo di far capire loro che non è così facile e che il gioco non vale la candela, visto che i trafficanti di persone chiedono oltre ottomila dollari per attraversare il confine e il rischio di essere presi di nuovo negli Stati Uniti, arrestati e deportati per sempre, è molto alto».

Dall’inizio della presidenza Trump, i casi di genitori deportati che hanno dovuto lasciare negli Stati Uniti moglie e figli sono molto aumentati. «I figli hanno i documenti perché sono nati negli Stati Uniti, quindi possono visitare i genitori deportati, ma molti hanno paura di attraversare la frontiera perché temono poi di non poter più rientrare negli Stati Uniti».

LE DIFFICOLTÀ DELLA VITA

  

Chi decide di rifarsi una vita in Messico incontra diverse difficoltà. Si tratta di persone che hanno vissuto la maggior parte della vita negli Stati Uniti, quindi non parlano bene lo spagnolo, non si sentono inseriti nella società messicana e, ovviamente, non hanno i documenti. Devono ricominciare tutto da capo, immigrati nel loro Paese di origine: un paradosso sociale e culturale che migliaia di deportati affrontano ogni giorno.

È il caso, ad esempio, di Adolfo Tomaz, seduto su una panchina nel cortile interno della Casa, vestito solo con i pantaloni e la maglietta di un carcere. Messicano dello Stato di Guerrero, Tomaz ha vissuto in California da quando aveva 12 anni. Padre di due figli americani, dopo essere stato arrestato varie volte è stato deportato per la seconda volta, e ora ha rinunciato definitivamente all’idea di vivere negli Stati Uniti.

Carlos Cortes, 34 anni, vuole invece tornare negli Usa, a tutti i costi. Divorziato dalla moglie americana, aveva ottenuto la custodia dei due figli americani, di 16 e 14 anni. A inizio marzo, mentre usciva dalla sua casa nel sud della California per andare al lavoro, è stato fermato, arrestato e deportato il giorno stesso dal Servizio immigrazione. Non aveva commesso nessun crimine recente, ma alcuni anni prima aveva preso una multa: già troppo, secondo le nuove leggi migratorie statunitensi. «Ritornerò presto negli Stati Uniti dai miei figli», dice con la voce rotta dal pianto, mentre padre Murphy, seduto accanto a lui e visibilmente commosso, lo abbraccia.

Foto di Giulio Paletta

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