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lunedì 19 agosto 2019
 
L'ANALISI
 

Da Paolo VI a Giovanni Paolo II, Oscar Romero e i Papi

12/10/2018 

Dall'appoggio paterno e affettuoso di Paolo VI, alla sofferta diffidenza di Giovanni Paolo II che nell'unica udienza che gli concede lo fa piangere. Gioie e dolori papali di Oscar Arnulfo Romero, il vescovo dei poveri ucciso il 24 marzo 1980 nella cattedrale di San Salvador, canonizzato da papa Francesco il 14 ottobre insieme a Paolo VI, al quale lo lega un analogo percorso di santificazione fatto di Vangelo, Concilio, attenzione a poveri e ultimi. Altra storia con Wojtyla, lontano dal presule salvadoreno anche quando denunzia le violenze di politici contro contadini, preti, sindacalisti.

Per Romero, vera e propria Via Crucis wojtyliana ricostruita, documenti alla mano, da padre Leonardo Sapienza, stretto collaboratore di Wojtyla, Benedetto XVI e Bergoglio, Reggente della Prefettura della Casa Pontificia, nel libro “Paolo VI e monsignor Romero” (Edizioni Viverein). Una attenta biografia incentrata sul fecondo rapporto intercorso tra l'arcivescovo e Montini a partire dallo storico discorso tenuto da Paolo VI in Colombia il 23 agosto 1968, in cui denunzia l'oppressione dei Campesinos e di tutti i poveri sudamericani. “Esortazione – scrive padre Sapienza, tra i più attenti e documentati biografi di Paolo VI – ripresa da monsignor Romero nel suo servizio pastorale tra i poveri”, pur di fronte ad una cieca violenza contro contadini e uomini di Chiesa a loro vicini per mano degli squadroni della morte al soldo di politici corrotti e latifondisti. Mali per i quali, in seguito all'assassinio dell'amico padre Rutilio Grande, Romero accusa apertamente il governo, arrivando a disertare, per protesta, le celebrazioni ufficiali indette dalle autorità, contro il parere del nunzio apostolico che, in una nota alla Curia pontificia, chiede al Vaticano di bloccarlo. Paolo VI, però, non ne tiene conto. Fino alla fine appoggia Romero, malgrado i “no” della Curia e della Congregazione dei vescovi, ricevendolo ogni volta che viene a Roma, ed invitandolo sempre ad “andare avanti con prudenza e con la forza del Vangelo...”.

Ma tutto cambia con Wojtyla. I rapporti di Romero da “caldi ed incoraggianti come furono con Paolo VI” diventano – racconta Sapienza - “freddi e scostanti, all'inizio, con Giovanni Paolo II”, che prima di concedergli udienza gli fa fare una lunga anticamera. Di fronte alle evasive risposte della Curia Romero si fa persino “raccomandare”. L'udienza ci sarà il 7 maggio 1979, ma sarà una cocente delusione, specialmente quando alle sue denunzie sulle persecuzioni e sugli assassini di poveri e preti, Wojtyla risponde “prudenza”,  raccomanda di “non dividere la Chiesa” e di “non esagerare con le denunzie pubbliche”. “Anche io desidero tenere unita la Chiesa – replica Romero – ma l'unione non può essere solo simulata, essa si deve basare sul Vangelo e sulla verità”. E mentre gli mostra la foto di un prete assassinato si sfoga: “Guardi, Santo Padre, come hanno sfregiato il suo volto...ce lo hanno sfregiato così crudelmente e hanno detto che era un guerrigliero!”. “Per caso non lo era?”, la fredda risposta del papa, che gli comunica pure che nella diocesi di San Salvador “sta per arrivare un amministratore apostolico Sede Plena”, vale a dire un commissario a tempo intederminato per frenare Romero, che obbedisce ma lascia il Vaticano in lacrime. “Il Romero che esce dall'incontro con Wojtyla – scrive Sapienza – è un uomo umiliato, addolorato, confuso. L'udienza si concluse senza risultati per Romero che era venuto a Roma alla ricerca di sostegno, consolazione o consigli, e se ne tornava in patria disilluso e frustrato”.

Ma 9 mesi dopo, Wojtyla si ricrede in seguito all'assassinio del presule. E non a caso nel marzo del 1983 quando visita El Salvador in piena guerra civile prega sulla tomba del vescovo malgrado il divieto del governo per “motivi di ordine pubblico”.“Dentro queste mura – spiegherà il papa – riposano i resti mortali di monsignor Romero, zelante pastore che l'amore di Dio e il servizio ai fratelli portarono fino al sacrificio della vita in forma violenta, mentre celebrava il Sacrificio del perdono e della riconciliazione”. Elogio wojtyliano post mortem di un martire che in vita non era stato creduto, definito da padre Sapienza “il primo martire del Concilio Vaticano II” e che la Chiesa significativamente oggi santifica insieme al “suo” papa, Paolo VI.

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