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venerdì 27 novembre 2020
 
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«Dopo il massacro di Parigi il Giubileo è ancora più necessario»

14/11/2015  Parla monsignor Rino Fisichella, regista dell'organizzazione dell'Anno Santo che si apre a Roma l'8 dicembre prossimo: «Non lasciamoci imprigionare dall'odio, il compito di tutte le religioni è espandere la misericordia contro la paura come stile di vita in tutte le nazioni»

Rinunciare al Giubileo? «Niente affatto, anzi è vero il contrario. E mi lasci dire di più. Davanti a fatto come quelli di Parigi se il Giubileo non fosse stato programmato bisognava indirlo ad hoc». Parla monsignor Rino Fisichella, al quale papa Francesco ha affidato l’organizzazione del Giubileo della Misericordia che inizia l’8 dicembre e spiega che non è proprio il tempo nemmeno di pensare una cosa del genere. In Rete è già scoppiata la paura per il prossimo evento. Sulla scia dell’hashtag #stopGiubileo, molti hanno chiesto che l’Anno Santo fosse addirittura annullato per evitare una nuova Parigi.  

Mons. Fisichella, il Giubileo è un messaggio anche per gli attentati di Parigi?
«Sicuramente. Tocca le tre religioni monoteiste e tutte e tre concordano circa un Dio misericordioso. È una ragione in più per impegnarsi tutti insieme, e aiutandosi gli uni gli altri, per spiegare al mondo intero che le religioni non ci stanno a farsi imprigionare dall’odio e il loro compito è espandere la misericordia contro la paura come stile di vita in tutte le nazioni».

Il Papa parla degli attentati come parte di quella terza guerra mondiale a pezzi. Lei cosa pensa?

«Ha ragione il Papa. Il dramma è iniziato l’11 settembre 2001 e da allora, dopo lo shock iniziale, tutto è rimasto come prima: guerre, interventi militari, attentati, violenza, orrore. C’è stata una lunga scia di violenze, che sono parte della guerra mondiale, ma che tendiamo in fretta a dimenticare. Penso all’attacco ai giovani dell’università in Kenya, a quello alla redazione di Charlie Hebdo, alla fila di attentanti che continuano a colpire l’Iraq, le bombe dell’altro giorno in Libano. Muoiono i cristiani e tanti musulmani. È una guerra mondiale perché tocca tutti i Paesi, anche i Paesi musulmani, che subiscono queste situazioni di violenza e che vanno aiutati ad emarginare gli estremisti».  

È il risultato di aver lasciato che la crisi siriana diventasse una guerra dimenticata?

«La Siria è uno dei problemi. E la Libia? Chi si ricorda più della Libia? E l’Iraq? Non si può continuare con una lettura frammentata dei problemi e delle crisi. Abbiamo sbagliato e dobbiamo dirlo. È mancata la politica e la diplomazia e soprattutto una lettura geopolitica di una realtà internazionale che è totalmente intrecciata. Ciò che accade tocca il mondo intero».

Lei cosa si aspetta?

«Spero in un intervento più deciso delle Nazioni Unite e di tutte le realtà istituzionali che si fanno carico della pace a livello internazionale. Non si può pensare che si possano affrontare problemi globali con risposte e iniziative parziali dei singoli governi».  

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