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sabato 24 ottobre 2020
 
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Il Vaticano: coinvolgere i laici e nessuna "tariffa" per le Messe

20/07/2020  Basta con le tariffe per le celebrazioni eucaristiche e più protagonismo per i laici che potranno in via eccezionale anche celebrare battesimi, funerali e matrimoni (ma che non potranno invece in nessun caso assumere il ruolo di parroci): l'Istruzione redatta dalla Congregazione per il Clero intende dare rinnovato slancio alla missione evangelizzatrice della Chiesa

Per «sostenere e accompagnare i diversi progetti di riforma delle comunità parrocchiali e le ristrutturazioni diocesane» la Congregazione vaticana per il clero ha pubblicato una nuova istruzione, approvata dal Papa, che «intende mettere a fuoco il tema del rinnovamento della parrocchia in senso missionario»: nella Chiesa, è l’indicazione di fondo, «c’è posto per tutti e tutti possono trovare il loro posto», evitando sia di ridurre i collaboratori e i laici a meri «esecutori» di un parroco che decide tutto da solo sia una visione «democratica» e «aziendale».

«Si potrebbe dire che il senso del documento è ricordare che “nella Chiesa c’è posto per tutti e tutti possono trovare il loro posto” nell’unica famiglia di Dio, nel rispetto della vocazione di ciascuno, cercando di valorizzare ogni carisma e di preservare la Chiesa da alcune possibili derive, come “clericalizzare” i laici o “laicizzare” i chierici, o ancora fare dei diaconi permanenti dei “mezzi preti” o dei “super laici”», spiega il sotto-segretario del dicastero, monsignor Andrea Ripa. Vanno evitati, prosegue il monsignore, «due noti estremi, quello cioè di una parrocchia in cui il parroco e gli altri presbiteri si occupano di tutto e decidono da soli di ogni cosa, relegando le altre componenti della comunità a un ruolo marginale, al massimo da esecutori; oppure, all’opposto, una sorta di visione “democratica” in cui la parrocchia non ha più un pastore, ma solo funzionari – chierici e laici – che ne gestiscono i diversi ambiti, con una modalità spesso definibile come “aziendale”».

La Congregazione vaticana guidata dal cardinale Beniamino Stella parte dalla considerazione ci sono «diversi progetti di riforma delle comunità parrocchiali e le ristrutturazioni diocesane, già in atto o in via di programmazione», e «la parrocchia deve evitare il rischio di cadere in una eccessiva e burocratica organizzazione di eventi e in un’offerta di servizi, che non esprimono la dinamica dell’evangelizzazione, bensì il criterio dell’autopreservazione». Il rischio, dal punto di vista vaticano, è che «la visione della comunità parrocchiale e della cura pastorale proposti dal Magistero ecclesiale, dal Concilio Ecumenico Vaticano II fino all’insegnamento di papa Francesco, e di conseguenza naturalmente entrati nella normativa canonica, diventino un quid troppo soggettivo, un vero “secondo me”, a discrezione del singolo Vescovo o del singolo gruppo, con interpretazioni non di rado improprie della vita di una comunità e del ministero dei pastori».

I motivi di fondo sono analizzati nell’introduzione del documento: nel mondo contemporaneo «l’accresciuta mobilità e la cultura digitale hanno dilatato i confini dell’esistenza» e ciò investe anche la parrocchia, che, pur restando «pienamente vigente» il principio canonico territoriale, «non essendo più, come in passato, il luogo primario dell’aggregazione e della socialità», è «chiamata a trovare altre modalità di vicinanza e di prossimità rispetto alle abituali attività» con una «conversione pastorale, che deve toccare l’annuncio della Parola di Dio, la vita sacramentale e la testimonianza della carità».

L’Istruzione, che fa seguito e aggiorna due analoghi documenti del 1997 e del 2002, prende in considerazione il tema dei raggruppamenti di parrocchie, chiamati «unità pastorali» (destinate a «promuovere forme di collaborazione organica tra parrocchie limitrofe»), nonché di quelli di vicariati foranei, detti «zone pastorali», volte a migliorare, nelle diocesi più grandi, la connessione tra il «centro» e la «periferia», attraverso la costituzione di Vicari Episcopali preposti a ciascuna zona, a nome del Vescovo diocesano, sotto la sua autorità e in comunione con lui.

Non ci sono «novità legislative», ma molte indicazioni relative alla collaborazione tra il parroco e i suoi collaboratori, religiosi, diaconi, laici. Si ribadisce che è «esclusa ogni possibilità di conferire» la funzione di parroco a chi fosse privo dell’Ordine del presbiterato, e che «anche nei casi di carenza di sacerdoti sono da evitare denominazioni come, “team guida”, “équipe guida”, o altre simili, che sembrino esprimere un governo collegiale della parrocchia». L’istruzione ricorda però che esiste una modalità per il Vescovo di «provvedere alla cura pastorale di una comunità anche qualora, per la scarsità di sacerdoti, non sia possibile nominare un parroco né un amministratore parrocchiale, che possa assumerla a tempo pieno. In tali circostanze pastoralmente problematiche, per sostenere la vita cristiana e far proseguire la missione evangelizzatrice della comunità, il Vescovo diocesano può affidare una partecipazione all’esercizio della cura pastorale di una parrocchia a un diacono, a un consacrato o un laico, o anche a un insieme di persone (ad esempio, un istituto religioso, una associazione)». Si tratta, precisa la congregazione vaticana, di «una forma straordinaria di affidamento della cura pastorale» e che «coloro ai quali verrà in tal modo affidata la partecipazione nell’esercizio della cura pastorale della comunità, saranno coordinati e guidati da un presbitero con legittime facoltà, costituito “Moderatore della cura pastorale”, al quale esclusivamente competono la potestà e le funzioni del parroco, pur non avendone l’ufficio, con i conseguenti doveri e diritti».

Quanto ai diaconi, «sono molti gli incarichi ecclesiali che possono essere affidati a un diacono, ossia tutti quelli che non comportano la piena cura delle anime», ricorda l’istruzione. «In ogni caso, la storia del diaconato ricorda che esso è stato istituito nell’ambito di una visione ministeriale di Chiesa e, perciò, come ministero ordinato al servizio della Parola e della carità; quest’ultimo ambito comprende anche l’amministrazione dei beni. Tale duplice missione del diacono, poi, si esprime nell’ambito liturgico, nel quale egli è chiamato a proclamare il Vangelo e a prestare servizio alla mensa eucaristica. Proprio questi riferimenti potrebbero giovare a individuare compiti specifici per il diacono, valorizzando gli aspetti propri di tale vocazione in vista della promozione del ministero diaconale». Il documento vaticano precisa, ancora, che «oltre a quanto compete ai Lettori e agli Accoliti stabilmente istituiti, il Vescovo, a suo prudente giudizio, potrà affidare ufficialmente alcuni incarichi ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici, sotto la guida e la responsabilità del parroco», come, ad esempio, «la celebrazione di una liturgia della Parola», «l’amministrazione del battesimo», «la celebrazione del rito delle esequie», o «predicare in una chiesa o in un oratorio» e, infine, «il Vescovo diocesano, previo il voto favorevole della Conferenza Episcopale e ottenuta la licenza dalla Santa Sede, può delegare dei laici perché assistano ai matrimoni».

Coloro che hanno gli incarichi di catechisti, ministranti, educatori che operano in gruppi e associazioni, agli operatori della carità e a coloro che si dedicano ai diversi tipi di consultorio o centro di ascolto, a coloro che visitano i malati, precisa ancora l’istruzione, «non siano designati con le espressioni di “parroco”, “co-parroco”, “pastore”, “cappellano”, “moderatore”, “coordinatore”, “responsabile parrocchiale” o con altre denominazioni simili, riservate dal diritto ai sacerdoti, in quanto hanno diretta attinenza con il profilo ministeriale dei presbiteri». Più appropriata, si legge, «sembra essere, ad esempio, la denominazione di “diacono cooperatore” e, per i consacrati e i laici, di “coordinatore di.. (un settore della pastorale)”, di “cooperatore pastorale”, di “assistente pastorale” e di “incaricato di.. (un settore della pastorale)”».

A tutti i fedeli laici «si richiede oggi un generoso impegno al servizio della missione evangelizzatrice, innanzitutto con la generale testimonianza di una vita quotidiana conforme al Vangelo nei consueti ambienti di vita e in ogni livello di responsabilità, poi in particolare con l’assunzione di impegni loro corrispondenti al servizio della comunità parrocchiale». Non mancano riferimenti, molto «bergogliani», come l’indicazione che quella per la celebrazione dei sacramenti è «un’offerta che, per sua natura, deve essere un atto libero da parte dell’offerente, lasciato alla sua coscienza e al suo senso di responsabilità ecclesiale, non un “prezzo da pagare” o una “tassa da esigere”, come se si trattasse di una sorta di “imposta sui sacramenti”».

Di fondo, l’Istruzione vaticana auspica che «la storica istituzione parrocchiale non rimanga prigioniera dell’immobilismo o di una preoccupante ripetitività pastorale ma, invece, metta in atto quel “dinamismo in uscita” che, attraverso la collaborazione tra comunità parrocchiali diverse e una rinsaldata comunione tra chierici e laici, la renda effettivamente orientata alla missione evangelizzatrice, compito dell’intero Popolo di Dio, che cammina nella storia come “famiglia di Dio” e che, nella sinergia dei diversi membri, lavora per la crescita di tutto il corpo ecclesiale».

 

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