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mercoledì 22 gennaio 2020
 
Don Antonio risponde
 

Perché preferiamo le brutte notizie alle buone?

12/07/2019  Un lettore ci scrive: «Noto sempre più che le notizie buone, positive, sono sporadiche e scarsamente pubblicizzate, mentre quelle brutte sono dirompenti, contagiose ed emozionanti. Sarà anche colpa dei giornali-giornalisti?». La risposta del nostro direttore, don Antonio Rizzolo.

Carissimo direttore, mi sto lambiccando il cervello per capire perché i lettori sono più attratti da notizie negative che da quelle positive. Noto sempre più che le notizie buone, positive, sono sporadiche e scarsamente pubblicizzate, mentre quelle brutte sono dirompenti, contagiose ed emozionanti. Penso, da un punto di vista scientifico, che le notizie riguardanti eventi spiacevoli o drammatici influiscano sulla salute mentale. Sarà anche colpa dei giornali-giornalisti?

So che un tempo ai neogiornalisti s’insegnava la regola delle tre esse: sesso, soldi e sangue, ovvero si presumeva che le notizie più lette e ricercate dai lettori dovessero avere uno o più di questi ingredienti. Sarà anche perché le brutte notizie vendono più di quelle buone? Oppure siamo di fronte a delle menti perverse? Quanto mi piacerebbe che l’animo umano fosse pervaso da quella saggezza socratica e da quella giusta luce pascaliana. Le cose belle devono sempre prevalere su quella bilancia che troppo si carica di negatività. A noi il dovuto discernimento.

FRANCO PETRAGLIACervinara (Avellino)

La regola delle tre esse non l’ho mai imparata né applicata anche se in alcune scuole di giornalismo si diceva che facessero vendere di più e aumentare le tirature. Dando uno sguardo alle edicole superstiti sembra che il metodo funzioni ancora, soprattutto quando è applicato al sesso e ai soldi, anche se oggi si parla piuttosto di gossip, in italiano pettegolezzo. Per le notizie di sangue, i telegiornali, ma anche internet e altri mezzi di informazione ci riempiono ogni giorno di fatti terribili di violenza, di guerra e sopraffazione. Senza risparmiarci i particolari più macabri ed efferati. Da qui deriva anche l’idea che nella nostra società tutto vada male, l’aumentare del pessimismo, il bisogno sempre maggiore di sicurezza.

Per rispondere alla tua domanda, caro Franco, mi chiedo anch’io perché ci sia tanta attrazione morbosa verso le cattive notizie da parte della gente. In parte è spiegabile per la loro eccezionalità, che per questo attira l’attenzione. È quanto rilevato anche dal proverbio secondo cui fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Il problema è che messe in fila una dietro l’altra, le informazioni negative offrono uno specchio deformato della realtà. Un secondo motivo è legato alla stessa natura umana. Come si legge nel Salmo 63, nella traduzione Cei del 1974, «un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso». C’è una tendenza verso il male, la perversione, la malvagità, il peccato. A causa dell’egoismo, ma anche della sete di potere, dalla voglia di accumulare, dalla ricerca del piacere a tutti i costi. Tutte realtà che ci ricordano come la natura umana sia stata ferita dal peccato originale.

Che cosa possiamo fare? Come singoli esseri umani e tanto più come cristiani abbiamo il compito di crescere e maturare come persone rette, oneste, buone e giuste, educando noi stessi e diventando esempio per gli altri. Nel nostro cuore ci sono anche le spinte verso il bene, la pace, l’amore, la comprensione. Anzi, quel Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza è amore in sé stesso. Ci ha creati dunque per amare. È qui la nostra vera felicità, la nostra piena realizzazione. Il primo passo, dunque, è quello di far crescere in noi sentimenti di benevolenza e di bontà, attraverso le nostre scelte di vita. I fatti negativi di cui veniamo a conoscenza ci devono spingere a compassione per le vittime, ma anche rafforzare nei nostri propositi di bene. Dovremo anche educare noi stessi a non lasciarci prendere dal piacere morboso verso ciò che è truculento ed efferato.

C’è poi un compito che riguarda chi fa informazione. Non solo i giornalisti, ma anche ciascuno di noi, che i mezzi digitali hanno reso propagatori di notizie soprattutto attraverso i cellulari. Il compito è ben sintetizzato da papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2017. «Non si tratta», scriveva, «di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male. Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite». Del resto, spiega il Papa, «in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione». Che fare, allora? Francesco invita a cercare «uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia». In altre parole, si tratta di aprire sempre uno spiraglio alla speranza, indicando soluzioni positive, spingendo alla responsabilità e al bene. È quella che con una bella espressione Francesco chiama «la logica della “buona notizia”».

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