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lunedì 24 giugno 2019
 
 

"PFM canta de André Anniversary" e con la Buona Novella si infiamma la platea

09/05/2019  Quarant’anni fa De André salì sul palco assieme a una band rock: una rivoluzione che oggi si celebra in un grande tour. Nei concerti, tutti sold out, alcuni brani ri arrangiati de la Buona Novella il capolavoro del 1970 in cui il grande cantautore raccontò il lato umano di Maria e Gesù attraverso i Vangeli Apocrifi.

Fu il «primo esempio di collaborazione tra due modi completamente diversi di concepire ed eseguire le canzoni»... Così De André definì uno dei più coinvolgenti tour musicali della storia della nostra musica e che nel 1979 lo portarono in giro per l’Italia con la PFM. Un azzardo, secondo alcuni, ma si rivelò invece un mix formidabile: gli arrangiamenti del gruppo rock diedero un nuovo smalto ai capolavori del cantautore. Ebbero fiducia gli uni dell’altro e si misero a disposizione nel migliore dei modi possibili. A quarant’anni di distanza la band è sui palchi di tutta Italia per il PFM canta De André Anniversary.

Un tour con oltre 30 date, tutte sold out, partito il 12 marzo e che si concluderà con un vero e proprio regalo per i fan il 29 luglio all’Arena di Verona (PFM Cristiano De André cantano Fabrizio): la voce del figlio che nulla toglie a quella del padre. In attesa del 29 luglio è invece quella di Franz Di Cioccio, batterista, cantante e front man nonché tra i fondatori della PFM (Premiata Forneria Marconi),  che regala durante lo spettacolo un'emozione senza fine anche quarant'anni dopo. 

Uno spettacolo di alto livello, non solo per nostalgici, ma per gli amanti del bel rock e dei bei testi. Diviso in tre parti, la band italiana, dedica la seconda del concerto agli arrangiamenti, incisi nel 2010, de La Buona Novella, l'album del 1970 in cui il grande cantautore, in piena rivoluzione sessantottina, scelse di  raccontare Gesù e Maria attraverso i Vangeli Apocrifi. Lo fece perché vide in Gesù il più grande rivoluzionario della Storia e lui, non credente, ne amò il lato umano. L'infanzia di Maria, Il sogno di Maria, Maria nella bottega del falegname e Il testamento di Tito sono quindi la parte centrale di uno spettacolo davvero coinvolgente.   

Anche grazie all'energia che emana la performance di Franz Di Cioccio che per ricordare “i vecchi tempi” ci regala una testimonianza d’eccezione raccontandoci, innanzitutto, come nacque l'idea del tour del 1979. 

Patrick Djivas e Franz di Cioccio durante il tour partito da Bologna il 12 marzo. (credit: Orazio Truglio)
Patrick Djivas e Franz di Cioccio durante il tour partito da Bologna il 12 marzo. (credit: Orazio Truglio)

Chi ha avuto l’idea quarant’anni fa?

«Conoscevamo Fabrizio perché avevamo lavorato con lui nel 1970 per La buona novella. Allora ci chiamavamo ancora I Quelli e partecipammo alla stesura di quel bellissimo album. Le strade poi si sono divise. Venne, poi, a trovarci durante un nostro concerto a Nuoro e ci invitò a pranzo all’Agnata, la sua tenuta. Noi eravamo appena rientrati da un tour negli Usa dove si usava collaborare tra musicisti diversi tra loro. Mi venne in mente di proporgli qualcosa che non aveva mai provato nessuno: cantautore e band rock».

Accettò senza pensarci?

«Gli dissi che era un modo per vedere i suoi fan dal vivo. Rimase colpito. Sino ad allora aveva fatto pochi concerti e non amava salire sul palco. Figuriamoci su uno di 15 metri e con qualche tonnellata di watt. Ne era spaventato, ma decise di pensarci. Il pensiero divenne realtà quando tutti lo sconsigliarono: “Se mi dicono di non farlo significa che è pericoloso. Allora lo faccio” disse. E ci siamo messi a lavorare».

Come è avvenuta la scelta delle canzoni da inserire in scaletta?

«Ci ha lasciato mano libera. Il suo repertorio è vastissimo e abbiamo optato per la varietà cercando canzoni diverse tra loro. Poi abbiamo rivestito i suoi brani straordinari dando ancora più valore ed esaltando i testi. La nostra forte musicalità non ha coperto il cantautore».

Si dice che sia difficile fare rock in Italia per via della lingua...

«Non è così se c’è uno che scrive come lui. Ai suoi testi il rock ha dato ulteriore forza espressiva, continuando a raccontare quando finivano le parole».

De André non amava stare sul palco. Come è stata la tournée?

«Avevamo inventato un gioco per metterlo a suo agio. Gli dicevamo: “Fabrizio, stai tranquillo i tuoi guerrieri sono tutti qua”. E, come in una tribù, ci eravamo dati tutti, musicisti e tecnici, un nome indiano. Lui era Coda di lupo (è il titolo di una sua canzone), io ero Due orsi (dalle mie origini, orso lombardo e marsicano), Mussida era Alpe grigio, Patrick il francese (c’è sempre nelle storie degli indiani), Premoli era Mister Fisa, Colombo il tastierista Naso di fata, Lucio Fabbri era Douceur. Un bel clima. La cosa si ripete con la nuova formazione allargata (Premoli e Ascolese saranno guest star), c’è un bel cambio circolare di musica. Tanti strumenti per creare un effetto non da triste rievocazione. Ma per celebrare un momento importante della storia della musica italiana: quando siamo diventati popolari, non nel senso di commerciali, ma nella capacità di arrivare al cuore delle persone».

Una curiosità, come nasce il nome del vostro gruppo?

«Volevamo qualcosa che rappresentasse un lavoro artigiano. Abbiamo preso il nome di un forno di Brescia, perché come i panettieri lavoravamo di notte».

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