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venerdì 03 aprile 2020
 
mostra di venezia
 

Piccioni: "Le mie ragazze fragili con l'illusione dell'eternità"

09/09/2016  Il regista racconta "Questi giorni", il film presentato al Lido di Venezia: storia di formazione che indaga le dinamiche dell'amicizia fra quattro giovani in viaggio verso Belgrado.

Accoglienza così così per il terzo film italiano in gara per il Leone d’oro, il delicato Questi giorni di Giuseppe Piccioni. Un 6 stiracchiato per la critica, più applausi alla proiezione col pubblico. Comunque, il migliore dei nostri titoli in concorso. L'impressione è che certi vecchi critici non abbiano saputo cogliere del film la sensibilità così vicina a quella dei giovani, soprattutto delle ragazze. Il giudizio passa ora agli spettatori, visto che l’uscita nei cinema è fissata per il 15 settembre.

Piccioni, con quale spirito ha incassato le critiche al Lido?
Venezia è sempre Venezia. Pensavo di aver perso l’incanto degli anni giovanili, che l'età mi preservasse almeno stavolta dall'emozione. Invece il concorso internazionale, le attese, certe prevedibili alzate di spalle. Tutto mi emoziona ancora. Anche perché quando si parla dei registi si pensa a un mondo dorato invece si tratta di un lavoro duro. Con momenti di solitudine profonda. La Mostra è un'illusione.

Nell'era frenetica di Internet e Youtube, i festival contano ancora?       
Sì. Anche se la formula del festival mostra forse la corda. Ho la sensazione, comunque, che chi li fa abbia ancora il coraggio di operare delle scelte. Coniugare spettacolo e ricerca è la strada di Venezia.

Questo è il suo decimo film in trent'anni. Non è certo prolifico…       
Mi sarebbe piaciuto tanto fare come Woody Allen: girare un film all'anno. Ciò avrebbe giovato molto alla mia autostima e, soprattutto, al mio conto in banca. Purtroppo, passo gran parte del tempo a scovare i motivi per non fare qualcosa. Per mettermi dietro la cinepresa ho bisogno di sentirne davvero l'urgenza.

Allora perché ha voluto girare Questi giorni?       
E' un film all'apparenza poco classificabile. Nel corso della storia alle ragazze protagoniste non accade nulla di eclatante, eppure tutto cambia. Sono normali ragazze, non devono rappresentare lo stato di crisi dell'Occidente. E' una storia di formazione, un film on the road sull'amicizia al femminile. Il racconto di una illusione di eternità che all'improvviso s'inceppa. Amo la frase che, a un certo punto del film, diventa pensiero di Caterina, una delle protagoniste: se qualcuno ci avesse detto, in quei giorni, che quelli erano i nostri giorni, irripetibili, e che eravamo dentro un'eterna promessa che il tempo vissuto dopo non avrebbe mantenuto, noi non gli avremmo creduto.              

Qual è la suggestione di questa storia che l’ha catturata?       
I film precedenti testimoniano la mia vocazione a raccontare personaggi femminili. Avevo necessità di capire se, in qualche modo, io potessi entrare in relazione con le logiche, la sintonia che lega delle giovani amiche. Quattro ragazze semplici, eppure uniche, in viaggio in auto verso Belgrado dove una di loro troverà un’occasione di lavoro. Ognuna parte con un problema irrisolto, una ferita e quel viaggio che avrebbe dovuto consegnare all’eternità la loro amicizia preluderà invece alla fine. Senza cadere nella trappola dell'attualità, del gergo, dei modi di dire propri di questa generazione. La questione della gioventù, del tempo in cui la si vive potrà sembrare banale ma resta ancora un tema fondamentale. Mi affascina l'inconsapevolezza del fatto che basti un battito di ciglia e quel momento te lo trovi alle spalle.

Lei è tra i registi più bravi a far risaltare il talento degli attori. La Coppa Volpi fatta vincere al duo Ceccarelli, Lo Cascio. La stima di Margherita Buy e Sergio Rubini, che sono nel suo film. Stavolta ha scelto attrici semisconosciute. Come mai questo azzardo?       
Maria Roveran, Marta Gastini, Laura Adriani e Caterina Le Caselle mi hanno regalato il loro entusiasmo. Ogni giorno, sul set, non partivano dall'idea di difesa del mestiere ma dalla sensazione che fare un film così dovrebbe durare per sempre. Hanno costruito i personaggi, ci hanno discusso. E hanno discusso col regista. Avevo bisogno di trovare una scheggia di verità, una breccia in quella specie di groviglio che è il professionismo di un attore. Volevo delle pagine bianche.

E alla fine delle riprese?       
Strano perché in genere quando comincio un set per me è come entrare in un tunnel che mi spaventa: due anni di tempo sottratti alla vita e dedicati solo al film. Invece, quell'appuntamento quotidiano con queste quattro ragazze era diventato irrinunciabile. E' stata dura.

Uno dei momenti che continua a portarsi appresso?       
La scena in cui Caterina va con le amiche a trovare il fratello, giovane prete, prima di partire per Belgrado. Una ragazza alla ricerca e un giovane sacerdote: apparentemente, una cosa non proprio d'attualità. E’ stato toccante. Specie quando lui le dice di amarla proprio per la bellezza dei suoi ragionamenti, per le spine che ha nel cuore, per il suo cercare sempre la strada meno facile. Perché nella vita non ci sono soltanto i vantaggi misurabili. Il modo di essere è di per sé un valore.

Raccontare valori più che cose è la costante del suo cinema. Ha avuto il coraggio fare un film sulla crisi di vocazione e gli slanci di vita di una giovane suora (Fuori dal mondo). Un altro sullo straniamento di due persone marginali, estranee alla società (Luce dei miei occhi). Uno sulle disillusioni di chi fa scuola oggi (Il rosso e il blu). Ha perfino narrato l’incapacità a riconciliarsi con gli altri e con la vita di una detenuta in semi-libertà (Giulia non esce la sera). La sua sfida è raccontare ciò che sembra irraccontabile?       
L’attualità, l'appartenere al nostro tempo può venir fuori anche da sguardi obliqui.  E' da sempre questo che m’interessa: piuttosto che urlare la realtà, scoprirla nell’essenza delle persone.

Lei non è incline al lieto fine. Però, lascia barlumi di speranza. Anche in Questi giorni       
Non avrei mai immaginato di dirlo, perché pare una scelta ideologica. Ma in quest'epoca di cupezza, in cui sembriamo vivere sotto una cappa, sento il desiderio di condividere con lo spettatore una speranza. Oggi il mondo della finzione pare dover rispecchiare il peggio che il mondo ci dà. Non è che non ami i film inquietanti, ma sento che oggi questo Paese si deve raccontare anche diversamente.

C'è chi si presenta a Cannes con la faccia di bronzo del presunto genio, come il giovane canadese Xavier Dolan. Lei invece confessa di chiedersi se sia un regista degno di questo nome. Oggi come va?       
Sempre uguale (ride). Non nascondo che la gioia iniziale di essere di nuovo alla Mostra ha lasciato spazio a timori di ogni tipo. Venezia è un'arena pericolosissima. Già sapevo che avrei vissuto piccole agonie.

I suoi film lasciano in chi guarda non solo emozioni ma anche valori profondi: solidarietà, rispetto per la diversità, comprensione. Soprattutto, compassione. Anche in quest’epoca di estremismi?       
Spero che ci sia ancora spazio per la compassione. Oggi si propende per l'esibizione muscolare, la prova di forza, l'ostentazione di sicurezze su argomenti che farebbero venire i brividi a chiunque. Temi difficili, carichi di conseguenze. Mancano punti di riferimento. Ci si maschera dietro etichette orribili come professionalità, eccellenza nel territorio. Vocaboli vuoti che nascondono l'incapacità di andare più a fondo nelle cose. Ci vorrebbe più coraggio per cercare di capire ciò che è bene e ciò che è male. Chi è che oggi si misura davvero con questa riflessione? Certi manager sono riusciti a far fallire grandi aziende italiane. Cos’è che manca a questi manager? Non certo gli stipendi. Forse, mancano proprio la compassione, il buonsenso, le qualità per comprendere il lavoro degli altri. Come si può produrre film, libri, giornali senza tentare di spingere un po' più in alto la consapevolezza di lettori e spettatori? Forse, così si risparmierebbero anche soldi.

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