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mercoledì 23 settembre 2020
 
Il "Mago Sales"
 
Credere

Prete per vocazione, mago per missione

12/12/2019  Don Silvio Mantelli, 76 anni, usa la magia per portare allegria ai bambini di tutto il mondo. Nella foto: don Silvio con papa Francesco in Vaticano nel 2016 in occasione dell'udienza per il Giubileo degli artisti (foto Vatican Media)

A Cherasco c’è un mago. Un mago che oltre ad aver creato un grande Museo della magia e una Fondazione che promuove la solidarietà verso i bambini poveri delle missioni salesiane nel mondo, si fa chiamare Sales. Siamo in Piemonte, in provincia di Cuneo: il mago Sales è un salesiano e il suo nome è Silvio Mantelli, un energico prete 76enne che, da anni, usa la magia e l’illusionismo per portare un po’ di allegria ai bambini di mezzo mondo, per quello che chiama il «diritto a un sorriso».

Giochi di prestigio, trucchi, storie e costumi di scena dei maghi più famosi: il Museo è un luogo sorprendente e fatato, da cui si esce felici e forse ringiovaniti.

Don Silvio, che spesso fa da guida ai gruppi in visita al Museo, allestisce spettacoli e ha insegnato i trucchi a tanti maghi divenuti famosi, come per esempio Arturo Brachetti, è un prete speciale, con qualcosa di travolgente, nella voce e nei modi. Ricorda un bambino cresciuto, con i capelli tutti bianchi e gli occhi color cielo, un Pierino che gira con la croce al collo e un cappello da mago sulla testa. E un Pierino lo è stato davvero da ragazzino, quando sognava troppo e aveva poca voglia di studiare, facendo disperare i genitori, che avevano vissuto le privazioni delle Seconda guerra mondiale e sognavano un riscatto con i figli.

Il sogno e la chiamata

«Il mio insegnante di Lettere ripeteva ai miei genitori che non valevo nulla, di farmi lavorare: “Dategli un martello e una mazza in mano: sarà contento”». Ma, come gli ha ricordato un giorno Madre Teresa di Calcutta, «dietro le nuvole ci sono sempre mille soli». Spiega don Silvio: «È il Signore che ti dà la possibilità di vederli i soli. A me è capitato così: ma bisogna camminare un po’ sfidando le regole» – e qui ride fragorosamente – «la propria strada poi la si trova».

«La mia vocazione si presentò in una notte di maggio del 1963, in sogno, quando avevo diciannove anni. Venne in alta uniforme, con tutte le credenziali a posto e mi disse: “Sveglia, dormiglione… andiamo a conoscere e amare il mondo. La vita è una sola… rischiala con me”. Quella mattina scrissi un breve lettera ai miei genitori, per avvisarli che era arrivato il “Padrone di Casa” per riscuotere “l’Affitto del loro figlio”».

La chiamata ha cambiato la vita scapestrata del giovanissimo Silvio, che si è laureato due volte, ha insegnato, e ha continuato, con tante difficoltà, nella sua strada di “creatore di stupore” in Italia e come mago missionario. Don Silvio ha da poco pubblicato un libro con la storia della sua vita, Il rischio di essere felice, ricco di storie divertenti e commoventi, i cui proventi andranno a sostenere i progetti della Fondazione Mago Sales, la Onlus nata nel 2001, che è presente con progetti e sostegni a distanza in più di 25 Paesi del mondo. Il suo motto: «Chi salva un bambino, aiuta un pezzo di cielo a illuminare il mondo». Don Silvio parla come un fiume in piena: «Ero un ragazzino molto timido: la magia all’inizio mi è servita per socializzare».

La magia per fare amicizia

  

«Poi è arrivata la vocazione, ma la mia passione non l’ho abbandonata, perché era un mezzo per diffondere la chiamata. Per me il compito del prete e del mago è quasi uguale, in fondo: entrambi devono creare meraviglia. Anzi, devono essere loro stessi meraviglia. Nel mondo la magia l’ho usata soprattutto con i bambini. Quando fai divertire un bambino, hai le porte aperte ai cuori dei grandi: e così è stato nelle miei missioni, in zone di guerra, tra culture diverse dalla nostra. L’amore per i bambini supera ogni cultura».

Una vita ricca di incontri, quella di don Silvio, che in India conobbe Madre Teresa: «Ricordo quando ripeteva che la vera povertà non è la mancanza di mezzi ma è il sentirsi soli. Non essere amato, e forse anche non essere capace di amare, è la povertà estrema: deve essere però un pungolo per agire. Ti devi mettere in gioco. È il non tirarsi indietro predicato da don Lorenzo Milani, che diceva ai suoi ragazzi che nella nostra vita l’importante non è cambiare il mondo, ma migliorare se stessi, perché migliorando se stessi si cambia anche il mondo».

Fino all’incontro con papa Francesco: «Un dono del cielo per questa nostra epoca: ho avuto la fortuna di conoscerlo già in Argentina, gli ho fatto anche due giochi di prestigio. Diventato Papa gli ho scritto e mi ha invitato alla Messa in Santa Marta per la festa di san Giovanni Bosco; poi, nel giugno 2016, con una delegazione di 150 illusionisti, ho partecipato all’udienza con il Santo Padre in occasione del Giubileo degli artisti: gli ho regalato una bacchetta magica e un cappello a cilindro bianco!».

Uscire dal guscio

Don Silvio ricorda con un sorriso anche la sua famiglia: «La mamma era religiosissima: il mio papà non andava in chiesa, vi è entrato solo quando si è sposato, quando ho detto Messa e quando l’abbiamo portato lungo e disteso nella cassa. Aveva la mania del cappello. Diceva che non andava in chiesa perché doveva togliersi il cappello: era una scusa… Aveva una religione fatta a modo suo, mia mamma lo mandava da me a confessarsi ma io mi sentivo a disagio».

Una vocazione germogliata in famiglia, don Silvio ne è certo, come sosteneva san Giovanni Bosco. «La vocazione viene da Dio ma passa dal cuore dei genitori. Perché l’ambiente è fondamentale. Adesso però non è tanto la famiglia a fare da ponte: sono gli adulti che sentono di dover realizzare la propria vita al di là di uno schema “normale”, come se la propria vita si completasse in maniera diversa. Bisogna essere in un certo senso un po’ inadeguati: la vocazione ti fa capire che devi uscire dalla scatola in cui ti mette la società con le sue comodità, e ti dice: “Guarda che il mondo è ben differente!”».

Sulle orme di don Bosco

  

Don Silvio ci tiene a ricordare un fatto poco conosciuto: «Sai che don Bosco faceva anche lui dei giochi di prestigio? Assisteva agli spettacoli di saltimbanchi, giullari e giocolieri e vedeva che tutti ne restavano affascinati… però in Chiesa non è che entrassero così volentieri, e allora ha capito che doveva catturare la loro attenzione, suscitare stupore e meraviglia e, prima delle preghiere e della predica, ha imparato lui stesso a fare il giocoliere, a camminare in equilibrio sulla corda, a eseguire trucchi con le carte, piccoli giochi di prestigio. Dovrebbero avere questa qualità un po’ tutti i preti!».

Don Silvio ride di gusto e conclude: «La mia vita è stata molto bella, se dovessi raccomandare qualcosa a qualcuno raccomanderei la mia vita. E sono in un periodo felice: mi posso muovere meno ma sono contento. C’è sempre qualcosa da fare: anche piantare un chiodo… Nei propri alloggi uno non dovrebbe mai dire ho finito: io dico sempre che c’è sempre un chiodo da piantare in una parete!».

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