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martedì 07 aprile 2020
 
Divorzio breve
 

Un altro modo per abbandonare famiglia e figli

24/04/2015  Ora si può cancellare una famiglia in sei mesi, e la presenza di bambini non fa alcuna differenza. E' come se la società dicesse ai coniugi: separatevi in fretta e non chiedeteci niente.

Don Antonio Sciortino.
Don Antonio Sciortino.

Anticipiamo il Primo Piano di don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, sul tema del divorzio breve. L'articolo sarà nel numero della rivista in edicola e in parrocchia da giovedì 30 aprile.


Il dovere di dire la verità, quando si parla di famiglia, per noi è più forte di qualunque valutazione di opportunità. Per questo non riusciamo proprio a condividere il clima di festosa celebrazione che ha accolto, in Parlamento e su quasi tutti i mass media, l’approvazione della legge sul cosiddetto “divorzio breve”, che ha ridotto da tre anni a sei o dodici mesi il tempo che può passare dalla separazione al divorzio vero e proprio.

Restiamo convinti che la rottura di un legame di coppia sia, comunque, una ferita, nei progetti di vita e di amore di una famiglia, nella promessa che due sposi si sono scambiati per sempre. Sappiamo che la vita può costringere a scelte dolorose. Nessuno giudica le persone. Non condividiamo, però, che la legge cancelli una famiglia in sei mesi, e consideri ciò come una conquista di civiltà e non un ulteriore gesto di abbandono della famiglia stessa. È come se la società dicesse agli sposi: «Se volete separarvi, fate più in fretta che potete, ma da noi non aspettatevi nulla».

Restiamo convinti che la richiesta di un tempo di riflessione e di ripensamento sia più che opportuna, davanti alla crisi di un progetto di coppia. E che cercare di accorciare i tempi non sia una soluzione, ma una via di fuga per una società che non vuole o non sa offrire sostegno, spazi di ascolto e di dialogo a una coppia in crisi. Paradossalmente, abbiamo moltissimi servizi di mediazione familiare, per aiutare le coppie a separarsi con civiltà, e questo è certamente importante e necessario. Ma abbiamo pochissimi servizi che accompagnano le coppie ad attraversare le crisi, a ripensarle, a verificare se davvero vale la pena di rompere.

Restiamo convinti che avere un congruo tempo di riflessione, in presenza di bambini, sia provvidenziale. E che sia una sconfitta dire: «Prima si separano i genitori, meno danni si fanno ai figli». È vero che un papà e una mamma in guerra permanente feriscono duramente i bambini, soprattutto se molto piccoli. Ed è altrettanto vero che, spesso, i figli diventano campo di battaglia e strumento di un genitore ai danni dell’altro, anziché essere protetti. Ma proprio per questo sarebbe necessaria, in presenza di piccoli, un’azione di sostegno, di conciliazione e di mediazione, che chiede tempo e investimenti di ascolto e dialogo. La legge sul divorzio breve si muove con una leggerezza che è oggettiva irresponsabilità: la presenza di bambini non fa nessuna differenza, come invece era stato da più parti richiesto. La società se ne lava le mani.

Ecco perché non possiamo considerare l’approvazione della legge sul divorzio breve come una conquista di civiltà: oggi, sia i coniugi, sia i figli, sia la società... tutti sono più poveri e più soli, in una falsa libertà, che diventa una solitudine sempre più abbandonata. Abbiamo smarrito la serietà del matrimonio. Abbiamo banalizzato l’amore e gli impegni duraturi, soccombendo alla prima difficoltà.

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