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lunedì 25 maggio 2020
 
 

Professionista per gli altri

18/07/2011  Le figure professionali che curano la relazione sono diverse, e spesso confinanti tra le stesse competenze.

Ai nostri giorni si sente spesso parlare di counseling, counselor, consulenza familiare, mediazione familiare..., rischiando di confondere quelle che concretamente sono specifiche professioni che possiedono una loro identità, una loro funzione e, soprattutto, una loro metodologia. Alcune di queste professioni, tra cui il mediatore familiare, costituiscono certamente una novità, venuta alla luce da qualche anno soprattutto in ambito giuridico. Tali mediatori sono chiamati ad accompagnare una coppia che ha deciso di separarsi a vivere questo evento tutelando il bene di eventuali figli o, comunque, assumendo tale decisione con responsabilità ed equilibrio. Il consulente familiare, invece, è certamente una professione storica nata già negli anni ’40 negli Stati Uniti, approdata in Italia negli anni ’70 senza aver avuto, almeno inizialmente, un grande successo. Essa è oggi molto diffusa e apprezzata e, proprio negli ultimi anni, ha avuto una grande espansione e affermazione. Entrambe le professioni citate appartengono ad ambiti diversi rispetto a quelli propri dello psicologo o dello psicoterapeuta, utilizzano una loro specificametodologia e lavorano con clienti che formulano una richiesta di aiuto diversa.

I confini tra queste professioni, sebbene apparentemente deboli, sono invece molto marcati a tal punto che il consulente familiare può essere definito opportunamente come un operatore socio-educativo, definizione in cui l’appellativo psicologico non compare affatto senza, per questo motivo, deturpare il consulente di una sua efficace azione ricca di valide strategie e specifiche competenze. Anche chi volesse, invece, mantenere unito al termine counseling l’appellativo psicologico, rischiando secondo la nostra opinione di generare delle confusioni terminologiche, sottolinea con enfasi la sua differenziazione dalla psicoterapia: «Il counseling è un intervento psicologico finalizzato a migliorare il benessere individuale e a incrementare le abilità personali per aumentare il funzionamento adattivo dell’individuo sia a livello personale che interpersonale, perfezionando e implementando la qualità della sua vita. È un intervento d’elezione per il potenziamento, la riorganizzazione e la mobilitazione delle risorse personali e per il fronteggiamento, la risoluzione e il superamento delle situazioni di crisi, non patologiche, siano esse evolutive o accidentali».

Come afferma Annamaria Di Fabio la consulenza è un intervento atto a operare più sulla salute che sulla patologia, infatti, «la prospettiva adottata lo allontana dalla patologia sia perché non si prefigge di operare su quel versante, sia perché non è incline a patologizzare con facilità e si muove in un’ottica che potremmo definire propositiva piuttosto che rimeditativa. Ciò significa che l’intervento sceglie di andare alla ricerca, rispetto alla persona e a quanto essa presenta, non di ciò che non funziona ma di ciò che funziona, focalizzando l’attenzione sulle parti forti piuttosto che su quelle deboli, ricordandosi l’importanza di saper vedere e le potenzialità di una tale visione dell’operatore in termini di rimando nello specchio sociale in cui l’altro si sta guardando attraverso l’intervento […]».

Ecco che appare, dunque, fondamentale definire quelli che sono i confini e i paletti tra una professione e l’altra affinché non ci siano inutili e scomode invasioni di campo. Esiste, tra di esse, una differenziazione di funzioni, di tecniche e di scopi. A tal proposito, per quanto riguarda la psicoterapia, possiamo dire che si differenzia dalla consulenza familiare per l’utilizzo del modello medico-paziente, per la presenza di patologie strutturate particolari, per la durata dell’intervento... Nella tabella 1 si evidenziano alcune particolarità che distinguono queste due professioni.

La confusione più grande, invece è quella che si è creata in Italia tra il consulente familiare e il counselor, tra la consulenza familiare come metodologia e il counseling come intervento applicativo. Tale confusione è dovuta al fatto che, in Italia, quasi sempre il counselor è un professionista inteso come una sorta di psicoterapeuta in miniatura, un “quasi psicologo” a tal punto che egli può effettuare delle consulenze psicologiche che, a ben guardare, sono le stesse che caratterizzano anche l’intervento di uno psicologo. A conferma di ciò è il fatto che moltissime Scuole di specializzazione in psicoterapia, rilasciano, al termine del primo biennio di formazione, un diploma di counselor ai propri iscritti che, se lo desiderano, possono completare la loro formazione diventando degli psicoterapeuti.

D’altra parte, però, è innegabile che possiamo intendere la consulenza familiare come la traduzione della parola counseling, e pur tenendo ben distinte le due figure professionali del counselor e del consulente familiare che, come abbiamo già visto, possiedono identità professionali ben diverse e specifiche e anche differenti percorsi formativi, non possiamo celare il fatto che, spesso, i due termini sono utilizzati in modo interscambiabile come se fossero sinonimi. Certamente questo può generare confusione, ma avendo illuminato la diversità delle loro funzioni professionali, tutto è certamente più chiaro. La consulenza familiare, come dicevamo, ha certamente la sua prima origine in America, anche se si è arricchita lungo gli anni e le esperienze dei Paesi nella quale è stata utilizzata.

Il termine counseling o anche counselling, secondo l’inglese britannico, indica un’attività professionale che tende a orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi e stimolandone la capacità autonoma di scelta. Si occupa di problemi circoscritti e non specifici. Deriva dal verbo inglese to counsel, che risale a sua volta dal verbo latino consuloere, che si può tradurre letteralmente in “consolare”, “confortare”, “venire in aiuto”. Quest’ultimo si compone del suffisso cum che significa “con”, “insieme” e solere, “alzare”, “sollevare”, inteso propriamente sia come azione, che nell’accezione di “aiuto a sollevarsi”. Allo stesso tempo, è omologo a un altro verbo latino: consultoare, con il significato di “consigliarsi”, “deliberare”, “riflettere”. La traduzione italiana di counseling come consulenza è alquanto controversa in quanto un altro termine, consulting, ha in inglese lo stesso significato. È altresì problematica la sua traduzione con “consiglio”. La similarità linguistica tra le parole può, infatti, trarre in inganno.

Oggi l’uso popolare tra i professionisti dell’aiuto favorisce la parola counseling al posto di consulenza perché quest’ultima indicherebbe maggiormente il significato di dare pareri e consigli, mentre consulting è recepita più comunemente come discutere e deliberare insieme in un contesto nel quale domina la parità tra gli interlocutori, anziché una relazione di dipendenza gerarchica. Quindi per counseling intendiamo l’attività creativa di due persone che interagiscono in una situazione di aiuto nella quale c’è un counselor, o consulente, che è la persona alla quale si chiede di mettere a disposizione la propria formazione e la propria esperienza per esaminare e discutere gli aspetti problematici che porta il cliente. Cliente che è la persona che chiede aiuto perché è convinta di voler attuare dei cambiamenti nel suo comportamento, nel sentire e nel pensare per favorire un migliorare della sua qualità di vita. 

In genere si fa risalire la nascita di questa esperienza intorno agli anni ’30/’40, citando i contributi significativi di Carl Rogers e di Rollo May. «Il counseling è un intervento interpersonale nel quale due o più persone condividono saperi ed esperienze atte a creare le condizioni perché la persona che chiede aiuto scelga e decida in modo informato e autonomo di attivare comportamenti, pensieri e modi di sentire che soddisfino le intenzioni e le aspettative costruttive di vita proprie e degli altri»3. Lo stesso Carl Rogers riteneva essere l’assunto centrale del suo stile terapeutico il fatto che il cliente “sa di più”. «È il cliente che sa quello che lo sta facendo soffrire e in ultima analisi è sempre lui a sapere qual è il passo successivo da compiere». Se pensiamo, dunque, al ruolo del counselor, inteso come colui che attua il counseling, come la persona che favorisce lo sviluppo e l’utilizzazione delle potenzialità già insite nel cliente, aiutandolo a superare tutti gli ostacoli e le problematiche che gli impediscono di esprimersi pienamente e liberamente nella società, ci rendiamo immediatamente conto che tutto questo può avvenire in ogni tipo di contesto.

Il consulente familiare, in particolare, è una figura professionale apparsa nei Paesi di cultura anglosassone, in Canada e negli Stati Uniti da ormai vari decenni. In Gran Bretagna, il counseling ebbe forti radici nel settore volontario. Per esempio, la più grande agenzia di counseling del Regno Unito, il “National marriage guidance council”, Nmgc che oggi si chiama Relate, fu fondata nel 1938, quando un membro del clero anglicano, il Dr. Herbert Gray, mobilitò gli sforzi di persone che erano preoccupate della minaccia al matrimonio causata dai nuovi stili di vita moderna. L’ulteriore minaccia alla vita matrimoniale a seguito della Seconda guerra mondiale, condusse, nel 1942 alla fondazione del “Marriage guidance council”. Sin da allora, molti altri gruppi di volontari hanno fondato e organizzato servizi di counseling come risposta alle rotture sociali percepite e a crisi in aree come la violenza carnale, il lutto, il trauma, le questioni legate all’omosessualità e quelle legate all’abuso e al maltrattamento dei minori. Così come il Nmgc, molte di queste iniziative furono condotte da gruppi ecclesiali, come in Scozia dove molte agenzie di counseling debbono la loro esistenza al lavoro pionieristico del “Board of social responsibility of the Church of Scotland”.

Questa figura si è poi estesa nei Paesi di cultura spagnola, soprattutto in Sud America, arrivando progressivamente in Francia dove, grazie alla scuola del prof. Lemaire, noto psicoterapeuta e studioso della coppia, ha avuto risonanza per il suo valore scientifico. Per quanto riguarda l’Italia, il consulente familiare è presente soprattutto nei consultori familiari di ispirazione cristiana. Nel 1974, in collaborazione con l’“Association francaise des centres de consultation conjugale” di Parigi, diretto dai coniugi Lemaire e da M.me Colette, in collaborazione con il Centro di Psicoterapia e Psicopedagogia di Torino, si tenne il primo corso per consulenti familiari in Italia, presso il Punto Famiglia di Torino. Da questa esperienza e da altre fatte in Canada da Luciano Cupia ebbero inizio nel 1976 i corsi e la prima scuola per consulenti familiari, la Sicof di Roma, che ha iniziato a tracciare un percorso formativo ben preciso che favoriva la formazione di un professionista con una sua propria e specifica identità.

A questa esperienza, che negli anni si è diffusa in molte città di Italia, sono seguite altre scuole quali quella di padre Correra presso il consultorio di Napoli, del prof. Rossi a Bologna, quella di Taranto e, per ultima, il Cispef presso il consultorio familiare Anatolè di Frosinone, programmata e fortemente voluta da don Ermanno D’Onofrio, che possiede la specificità di unire alle lezioni teoriche e ai gruppi esperienziali numerose esercitazioni pratiche attraverso le quali gli allievi possono sperimentarsi in ciò che apprendono. Tutte queste scuole propongono un percorso formativo triennale per formare questo professionista della relazione di aiuto che, con metodologie specifiche, aiuta il singolo, la coppia o il nucleo familiare amobilitare, nelle loro dinamiche relazionali, le risorse interne ed esterne per affrontare quelle situazioni difficili che possono assumere la forma di ostacolo nella vita di ogni giorno.

Il suo intervento, propriamente socio-educativo, dove occorre o dove lo si ritiene opportuno, può essere integrato da interventi di altri specialisti. Infatti, il consulente familiare privilegia il lavoro di supervisione in una équipe multiprofessionale; deve, inoltre, conoscere le teorie della personalità delle diverse scuole di pensiero, soprattutto, della psicologia umanistica, le basi della comunicazione interpersonale e i principi della sessuologia, delle scienze dell’educazione, del diritto, della sociologia della famiglia e dell’antropologia culturale.

Deve altresì conoscere i diversi sistemi di valori per capire il mondo e il contesto del cliente, anche se appartenente ad altre culture, con particolare attenzione alla presenza nel nostro Paese di varie etnie. Accanto a queste conoscenze, il consulente familiare deve acquisire una conoscenza funzionale delle principali tecniche del colloquio e delle dinamiche relazionali per una profonda e reale comprensione del cliente. Nella tabella 3 è possibile ritrovare tutte quelle che si ritengono essere le caratteristiche fondamentali di un buon consulente familiare.

Oltre che le abilità che un buon consulente familiare deve impegnarsi ad attuare durante un percorso con un cliente, è bene tenere presenti anche quelli che possiamo, invece, considerare dei “difetti” da dover necessariamente tenere lontani dal setting. Questi difetti possono anche essere considerati dei rischi o pericoli che è bene conoscere affinché possano essere evitati con facilità. Essi vanno dalla necessità di non dare consigli al divieto assoluto di interpretare; dall’attenzione a non esprimere giudizi personali sul cliente al non fissarsi rigidamente in un ruolo; dall’evitare di utilizzare un linguaggio troppo tecnico e teorico all’impegno a non interrompere il cliente.

I difetti a cui abbiamo accennato si possono trovare elencati e descritti nella tabella 4. All’interno di un consultorio familiare dovrebbe ricoprire un ruolo professionale fondamentale il consulente familiare che possiamo definire come un «professionista socio-educativo che attua percorsi centrati su atteggiamenti e tecniche di accoglienza, ascolto e auto-ascolto che valorizzino la persona nella totalità delle sue componenti; si avvale di metodologie specifiche che agevolano i singoli, la coppia e il nucleo familiare nelle dinamiche relazionali a mobilitare le risorse interne ed esterne per cercare e vagliare le possibili soluzioni; egli si integra, dove occorre, con altri specialisti e agisce nel rispetto delle convinzioni etiche delle persone e favorisce in esse la maturazione che le renda capaci di scelte autonome e responsabili». Quella del consulente familiare è, attualmente, una professione non regolamentata. Essa, infatti, non gode, in Italia, di un riconoscimento legislativo da parte dello Stato che ne riconosca un’identità né, tanto meno, che ne indichi un percorso formativo idoneo e necessario. Il consulente familiare, infatti, può essere annoverato tra le professioni non regolamentate che si distinguono da quelle protette, per cui esiste un albo e un ordine professionale, e quelle riconosciute, per cui c’è un albo ma non necessariamente un ordine. Tale figura è, invece, riconosciuta in moltissimi Paesi degli Stati Uniti, del Canada, dell’America latina e anche dell’Europa. Nel nostro Paese, il fatto che non ci sia una regolamentazione ufficiale non significa che questa professione non esista. Infatti, diversi sono gli esempi in cui è riconosciuta a tale figura una funzione specifica, come per esempio la normativa regionale in vigore in Lombardia e in Veneto. La Legge della Regione Veneto dice esplicitamente che «per lo svolgimento della sua attività, il consultorio deve possedere un gruppo di lavoro costituito da psicologi, medici, assistenti sociali aventi ciascuno la funzione di consulenti familiari », e nell’Articolo successivo dichiara che «il coordinatore del consultorio è scelto tra i consulenti familiari».

Ecco, quindi, che all’interno di un consultorio familiare l’opera del consulente familiare, in particolare, non invade altri campi professionali anzi, è capace di inviare, anche all’interno del consultorio stesso, il cliente a un altro professionista, quale appunto lo psicoterapeuta, per affrontare evidentemente una problematica che fuoriesce dal campo professionale e specifico del consulente familiare perché, per esempio, corrisponde a un caso psicopatologico per cui è necessario definire una diagnosi, aspetto che certamente un consulente non può affrontare.

Il consulente familiare può prestare la sua opera e il suo lavoro all’interno di un consultorio, sia come lavoro subordinato che come collaborazione, ma anche semplicemente come forma di volontariato, che, infine, come libero professionista aprendo, presso l’Agenzia delle Entrate, una partita Iva afferente a una specifica categoria delle professioni di assistenza sociale e di aiuto. Ecco che subentra un discorso di coscienza professionale e deontologica che dovrebbe far sentire a chiunque voglia operare come consulente familiare un’esigenza formativa. Esigenza che dovrebbe esplicarsi non solo in una serie di nozioni teoriche fondamentali e afferenti a discipline diverse che vanno dalla psicologia alla sociologia, dall’etica alla giurisprudenza, ma soprattutto con un percorso personale costituito di pratica ed esperienza, e soprattutto di un importante lavoro sulla propria persona capace di mettere a fuoco eventuali punti problematici per promuovere un percorso di cambiamento necessario per diventare un professionista efficace della relazione di aiuto.

A questo punto subentra, in modo molto proficuo, il discorso delle associazioni di categoria professionale nate proprio per tutelare anche la professionalità del consulente familiare e molto impegnate, su tutto il territorio nazionale, a promuovere lo studio dei problemi relativi alla consulenza familiare. In Italia esiste l’“Associazione italiana consulenti coniugali e familiari”, l’Aiccef, nata nel 1977 e iscritta al Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro dal 9 marzo 2002.Questa importante associazione possiede un ricco codice deontologico che, per esempio, definisce la specificità di tale professione che «si qualifica come una relazione di aiuto che tende a fare della persona la protagonista del superamento della sua difficoltà, instaurando un rapporto di fiducia e collaborazione, affinché l’utente, con le sue stesse risorse, superi il momento di disagio».

L’Aiccef tiene in grande considerazione la formazione e permette l’iscrizione all’associazione in qualità di soci effettivi, soltanto a quei consulenti familiari che fuoriescono da un cammino formativo almeno triennale. A tal proposito, il codice deontologico dell’associazione, nella sezione professionalità, afferma che «è richiesta una preparazione specifica nel campo della consulenza familiare acquisita attraverso la frequenza di scuole e corsi riconosciuti dall’associazione. Il consulente familiare nell’esercizio della professione deve attenersi alle conoscenze scientifiche dei vari campi delle discipline antropologiche e ispirarsi ai valori etici fondamentali, assumendo come principi fondanti della sua attività la tutela della vita, della salute psicofisica, della dignità e libertà di ogni persona, della convivenza democratica, senza mai soggiacere a interessi, imposizioni, suggestioni di qualsiasi natura, provenienti da singoli individui o parti sociali o dall’intera collettività».

Questa associazione richiede ai consulenti familiari che aspirano a diventare soci effettivi, una volta concluso il percorso formativo triennale, un periodo di tirocinio quantificato in almeno 200 ore, quattro casi seguiti e un esame specifico centrato, soprattutto, sugli aspetti deontologici. Tutto ciò soltanto dopo che siano trascorsi almeno due anni dall’acquisizione del Diploma come consulente familiare, al termine di un percorso formativo triennale.

Inoltre, per poter svolgere la libera professione, l’Aiccef richiede ai suoi soci effettivi l’iscrizione all’associazione e una formazione permanente; tutto questo a piena garanzia e tutela di una professione che ha una sua specifica identità e un suo delimitato campo di azione. Queste esigenze, infine, vengono applicate a prova della grande responsabilità e della indispensabile formazione che è necessaria a chiunque voglia lavorare onestamente, coerentemente ed efficacemente come consulente familiare.

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