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lunedì 21 ottobre 2019
 
fotografia
 

Progetto Anemos, quando i migranti fanno la storia

09/10/2019  Mettere davanti all'obiettivo i profughi e i migranti con i costumi dei grandi personaggi del passato. la provocazione del fotografo Roberto Ricci D'Andonno per ridare dignità a tante persone che fuggono in cerca di un futuro migliore

Roberto Ricci D'Andona
Roberto Ricci D'Andona

 

 

 

 

 

Il volto dei profughi nelle vesti dei grandi personaggi della storia può essere un modo per ritrovare la nostra umanità e riconoscere quella degli altri? Per il fotografo Roberto Ricci D’Andonno, artista piemontese, con il suo progetto fotografico intitolato “Anemos”(significa  “vento” nella lingua greca e rimanda alla parola animus, “anima” in latino) è questo l’obiettivo del suo attuale lavoro. Ogni foto-ritratto dei profughi sotto le vesti dei grandi personaggi della storia umana è per lui un modo per interrogarci e farci soffermare sui volti di questa umanità.

L’idea del progetto è nata da una riflessione del fotografo.  Ovvero,  che la storia celebra i personaggi famosi, per lo più  condottieri, generali, esploratori, conquistatori,  che hanno come caratteristica comune il fatto di aver compiuto grandi viaggi,  enormi spostamenti, proprio come i profughi che approdano oggi sull’Europa, ma con qualche differenza che lui spiega così: “Molti dei grandi personaggi della storia, celebrati da noi, raccontati nei libri e destinatari di monumenti, strade o piazze, come per esempio il primo uomo al Polo Nord, oppure il primo uomo in America, o quello  sullo spazio, hanno come  moventi delle loro avventure  la ricerca della fama, della gloria, dei soldi e anche  del potere, mentre i profughi che arrivano da noi dopo un viaggio quasi impossibile, cercano soltanto di poter avere una vita migliore e di assicurare ai propri parenti una speranza di  futuro”.

Per Ricci “viviamo in un periodo dove un enorme gruppo di individui ha raggiunto il nostro paese dopo aver compiuto un viaggio lunghissimo, ancora più complesso e pericoloso di quelli dei nostri eroi e non mi riferisco soltanto a coloro che attraversano il Mediterraneo, ma anche molti altri profughi che intraprendono un percorso migratorio diverso ma ugualmente difficile. Ho incontrato persone provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan che sono arrivate in Italia dopo uno spostamento durato molti anni, fatto spesso a piedi e consumando tre paia di scarpe per compierlo. Loro non erano motivati o spinti dal desiderio di gloria, o fama, né di soldi, potere o successo, ma soltanto dalla necessità di scappare da una guerra, o da una situazione di costrizione o sfruttamento, oppure fuggivano dalla miseria, dalla mancanza di quei diritti umani o sociali minimi e indispensabili ad ogni individuo, come per esempio il diritto alla libertà o alla vita”.

“Anemos” è una provocazione, ossia la provocazione di fotografare i profughi con i costumi dei grandi personaggi della storia e portare lo spettatore a riconoscere l’uomo, tra il personaggio raffigurato e il soggetto che sta dietro ai costumi. “Vorrei portare le persone che guardano le mie foto a una riflessione più profonda, interiore, ma anche necessaria e per questo mi approccio al tema dell’immigrazione, in modo astratto, ma anche concettuale. Sono immagini che si lasciano avvicinare facilmente e che impongono la necessità di capire ciò che vogliono comunicare”, aggiunge Ricci. Questo è, infatti, il compito dell’artista, ovvero, di trasmettere emozioni e di suscitare riflessioni, impressioni e avvicinare così lo spettatore all’ immagine che sta guardando.

I volti che non fanno paura. Nella visione del fotografo, viviamo in un mondo pieno di immagini che trattano la questione delle immigrazioni, spesso in maniera molto cruda, esplicita sui drammi che vivono i migranti. Aggiunge  il fotoreporter: “Ho molti eccezionali colleghi fotografi che sono in prima linea nell’informazione e ci inviano continuamente le immagini della sofferenza dei profughi e degli orrori delle guerre. A volte queste immagini sembrano avere su di noi l’effetto dell’acido gettato in faccia per la loro realtà e crudezza e tendono a farci scappare dalla loro visione. Ecco perché ho voluto avere un approccio più mascherato su un dramma così attuale come questo dei profughi e rappresentarlo in una forma diversa, sperando così di dare una opportunità alle persone di avvicinarsi a questi individui e interrogarsi su chi sono e per quale ragione hanno dovuto compiere questi viaggi immensi”.


 

Quello di Ricci è stato un viaggio dentro i centri di accoglienza della Caritas di Firenze per fotografare l’immagine dell’anima dell’uomo che non riusciamo a vedere. “Devo dire che la mia prima sensazione mentre riprendevo le immagini dei migranti era stata di stupore. Ero meravigliato difronte alle potenzialità di queste persone e mi domandavo come sia possibile che la nostra società si ostini a volerle respingere senza rendersi conto delle incredibili risorse che si portano appresso. Ho incontrato uomini, donne e bambini ricchi di vitalità, di voglia di riscattarsi, pieni di speranza. Ci sono tra i profughi dei musicisti, oppure persone con ottime conoscenze delle tecniche e dei programmi della fotografia, di video, per esempio. C’erano insegnanti, informatici, artisti. Persone che avevano una gran voglia di mostrare la propria anima ad una società che le ignora, per lo più, o le vede soltanto come un problema, o ancora peggio, come un nemico.  Innanzitutto fare una foto di una persona è un modo per conoscerla in una forma più intima, più sincera. Chiedere a qualcuno di poterlo fotografare, illuminando o oscurando parte del suo volto per rendere la sua immagine un messaggio compiuto, avendo spesso a disposizione pochi minuti per farlo, richiede una relazione umana tra le due parti. Più l’altro riesce a capire cosa vede in te, più riuscirai a fargli capire cosa di lui stai riuscendo a vedere e immortalare nella fotografia”.

“Tra qualche anno, se sapremo accogliere e valorizzare i migranti, riconoscendo loro la dignità, avremmo un patrimonio umano che sarà un valore aggiunto incommensurabile alla nostra società. Il mio lavoro fotografico, esposto anche negli USA,  è disponibile usando il hastag #roberto_ricci_dandonno oppure sul sito: www.robertoriccidandonno.com, per chi volesse conoscere tutte le immagini dei miei progetti”.

Negli Stati Uniti d’America, paese di grande approdo dei migranti nel secolo scorso, possiamo rilevare nomi come Mark Elliott Zuckerberg, il creatore di Facebook, figlio di genitori ebrei, ma anche, Sergey Brin, il fondatore di Google che è nato a Mosca ed immigrato negli Stati Uniti, oppure Steve Jobs, imprenditore statunitense e fondatore Apple, figlio di padre siriano, tra alcuni nomi noti. Proprio basandosi sulla realtà di altri Paesi che hanno saputo accogliere in passato i migranti, il fotografo spiega ciò che le ombre e le luci delle sue immagini vorrebbero rivelare:


 

“Il luogo comune che tiene i profughi come un problema, invece che una risorsa, ci impedisce di vederli come veramente sono, con i valori che possiedono, con la forza umana che si portano appresso e che rende loro onore come ai grandi personaggi della storia". 

Allora bisogna cambiare lenti e prospettive per riuscire davvero a riconoscerli come veramente sono ed è questa la sfida e la provocazione di Animus”, conclude Ricci. Del resto, “le fotografie costituiscono l’archeologia visiva di un tempo conosciuto”, diceva Sebastião Salgado, lo straordinario fotografo brasiliano che ha immortalato l’uomo in ogni parte del pianeta.

Insomma è come se ci dicesse che queste sono l’immagini delel vittime, ma anche degli eroi del nostro tempo, come tutti i migranti della storia, che le si voglia riconoscere o no.

Katia Fitermann

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