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Putin ed Erdogan, gli amici nemici del Medio Oriente

09/01/2020  Temprati da tante crisi internazionali, i due neo-imperialisti cominciano a somigliare a una vecchia coppia. Chi l’avrebbe detto che un matrimonio d’interesse potesse durare tanto?

La strana coppia ha colpito ancora, questa volta in Libia. Vladimir Putin e Recep Tayyep Erdogan si incontrano a Istanbul per parlare di gasdotti e propongono una tregua tra il generale Khalifa Haftar e il premier Fayez Al-Sarraj, alla guida dell’unico governo libico riconosciuto dalle Nazioni Unite ma a mal partito dal punto di vista militare. Il giorno dopo Al-Sarraj aderisce alla proposta e par di capire che altrettanto farà Haftar. Curioso, perché Putin ed Erdogan, quanto alla Libia, dovrebbero essere nemici. Lo Zar da tempo appoggia Haftar. Ha fornito tecnici e pezzi di ricambio per i vecchi Mig di fabbricazione russa di cui il Generale si è impadronito dopo la caduta di Gheddafi, dotandolo così di una piccola aviazione. E da qualche settimana ha lanciato sul campo i contractor della potente agenzia Wagner, che hanno dato un impulso importante alle offensive di Haftar. Il Sultano, invece, sostiene Al-Sarraj e il Governo tripolino, ai quali sta fornendo droni (senza i quali le milizie lealiste sono inermi rispetto agli attacchi dal cielo) e soldati. Cinquemila uomini in armi, ha promesso Erdogan, molti dei quali reclutati tra i miliziani islamisti che ha impiegato in Siria e che ora sono asserragliati nella provincia di Idlib.

In realtà, i due presunti nemici si intendono benissimo. In particolar modo, sembra, quando si schierano su sponde opposte. Il “format Libia” non è una novità, anzi. Replica quanto avvenuto qualche mese fa a proposito dei curdi e del Rojava. Ricapitolando: Erdogan ottiene il via libera della Casa Bianca e avanza nel Nord della Siria con il proposito di stroncare la presenza politica e militare dei curdi. Non solo: vuole occupare una fascia di territorio siriano profonda 30 chilometri lungo tutto il confine, che si estende per 909 chilometri. Alla Russia dei curdi importa poco, perché nei lunghi anni della guerra siriana si sono tenuti alla larga da Bashar al-Assad (protetto invece dal Cremlino) e hanno preferito combattere accanto agli americani, nella speranza (poi delusa) di ottenere grazie a loro una qualche forma di autonomia. A Putin, però, importa molto della Siria e del tentativo di Assad di riconquistare il cento per cento del territorio. Russia e Turchia, quindi, di nuovo su fronti opposti.

Passa qualche giorno, però, e Putin ed Erdogan si incontrano. Un breve colloquio e l’accordo è fatto: l’esercito turco non avanza troppo, quello siriano avanza un po', nessuno si spara e tutti ci guadagnano. Tranne i curdi, ovviamente.

I due non potrebbero essere più diversi. Vladimir Putin è freddo e calcolatore, come si confà a un uomo cresciuto alla scuola dei servizi segreti. Recep Tayyep Erdogan è vulcanico e testardo, com’è naturale in un politico che si è formato nelle piazze e ha conosciuto i tribunali e le prigioni. Entrambi sono duri (Erdogan ha i curdi ma Putin ha i ceceni nel curriculum), non temono il potere assoluto e sono capaci di gesti audaci e sorprendenti. Non sono amici, ovviamente. Si sfruttano l’un l’altro, con reciproca soddisfazione.

E pensare che alla fine del 2015 sono arrivati a tanto così da farsi la guerra, quella vera. I caccia turchi fulminarono un caccia russo lungo il confine con la Siria. Il pilota si salvò, solo per cadere nelle mani degli islamisti ed essere sgozzato. L’ira funesta del Cremlino si fece sentire, con una serie di misure e sanzioni che aprirono squarci importanti nell’economia turca. Durò sei mesi, poi i leader trovarono il modo di rimettere insieme i cocci. Troppo importanti le relazioni tra due Paesi legati dal commercio e dalle autostrade dell’energia, oltre che dalla storia, per non scendere a patti.

Tanto che nel luglio del 2016, quando Erdogan fu minacciato da un tentativo di colpo di Stato che lui attribuirà a nemici interni sostenuti dagli Usa, corse voce che ad avvertirlo, e quindi a salvarlo, fossero stati proprio i servizi segreti russi. Com’è come non è, da allora, se c’è un problema, Putin ed Erdogan la quadra la trovano sempre. Anche a costo di far arrabbiare gli Stati Uniti, anzi, forse proprio a questo scopo. La Turchia è un Paese della Nato, compra gli F35 degli Usa. Ma non ha esitato a installare il sistema di difesa antiaerea S-400 di produzione russa. Cosa che ha fatto giustamente sbarellare il Pentagono, perché in quel modo non solo i turchi ma anche i russi accumulano un sacco di informazioni sui sistemi e sulle strategie aeree americane.

Anche adesso, nel fuoco della crisi tra Stati Uniti e Iran, Putin ed Erdogan (che dopo tutto guida un Paese musulmano sunnita che ha combattuto la Siria degli alawiti-sciiti Assad, aiutati dai pasdaran dello sciita Iran e dalle milizie sciite dell’Iraq) si son fatti l’occhiolino e insieme hanno dichiarato che “le azioni americane sono illegali”. Temprati da tante crisi internazionali, Putin ed Erdogan cominciano a somigliare a una vecchia coppia. Chi l’avrebbe detto che un matrimonio d’interesse potesse durare tanto?

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