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venerdì 05 giugno 2020
 
 

Quando Turoldo profetizzò quei funerali senza popolo

02/04/2020  Nei versi ambientati nella Bergamasca del religioso dei Servi di Maria, teologo e poeta, tante parole che ricorrono sorprendentemente nei telegiornali di oggi. Il flagello dei nostri giorni e la forza autentica e consolatrice della speranza: "La morte ha paura dell'Eucaristia"

di Renzo Salvi 

Riemergono i poeti, all'improvviso, in questo tempo sospeso e mentre si prende atto che il sociale e i social non differiscono soltanto per una vocale conclusiva, pur avendo affinità. Riemergono i profeti, talvolta per interposta persona.

«Sai? Ho avuto come un dejà vu ascoltando i telegiornali in questi giorni; mi è sembrato di aver già sentito certe frasi: le stesse parole». Così in apertura di telefonata Roberto Carusi, uomo di teatro in molti ruoli e pedagogo, per una vita, anche in situazioni scolastiche estreme nella metropoli. «Proprio una sensazione strana. E avevo l'impressione di aver persino maneggiato quelle frasi. Uguali».

Poi, in un lampo di memoria, il testo di David Maria Turoldo: teatrale, del 1983, scritto in Fontanella di Sotto il Monte – in terre bergamasche: quelle oggi colpitissime – con titolo “Sul monte la morte”.

«Davide – continua Roberto Carusi – mi aveva coinvolto per la messa in scena, chiedendo adattamento e regia. Ma davvero, e lo diceva, era già quasi “tutto pronto” sin dal racconto che aveva originato il copione: “L'ultima morte naturale”, precedente di un altro quindicennio almeno».

Quel passaggio di testo, prima impreciso nella memoria e poi da ritrovare su scaffali con volumi in tripla fila – «cercalo!», era l'invito telefonico. «È verso la chiusa del primo tempo» – recitava:

«...poi fu chiuso nella bara.

Il funerale fu il più desolante che l’isola ricordi.

Non c’era nessuno dietro,

neppure i parenti. E anzi un peccato fu che il cimitero

stava dall'altra parte della città.

Cosicché il furgone dei becchini

dovette attraversare

quasi tutti i quartieri.

Allora cominciò la serrata

dei negozi e la sprangatura

delle porte. La via

sembrava un fiume disseccato e deserto.

Questo era dovuto alle prescrizioni

dei medici e non soltanto alla paura.

Da allora fu totale

l'assedio delle città e dell’isola...»

Il funerale messo in scena nel vuoto sociale, in quella drammaturgia, è di un giovane. Il contesto quello di un male, senza nome, mai conosciuto prima, che giunge – ultimo – a devastare una terra (un'isola) già colpita da molte catastrofi naturali e segnata in precedenza da conflitti, devastazione da inquinamento, crisi del lavoro e del senso della vita, crollo di valori ... Eppure un tempo quel mondo era considerato ed era stato effettivamente felice.

Nella traccia turoldiana è il ritorno della natura, pur nella forma della morte – non determinata dal morbo nuovo e in questo senso “naturale” – a ridefinire i pesi e le misure delle cose: la morte dell’ultimo dei sette eremiti che erano rimasti sul Monte, ignorati nei tempi della felicità come in quelli della devastazione. In quel gruppo Turoldo pone i nomi dei Sette Santi Fondatori del suo Ordine, i Servi di Maria.

«E ancora non basta: non basta! – prosegue telefonicamente, accalorandosi su questo punto, la voce di Roberto Carusi – Qui un dettaglio di fondo risulta diverso: ma il testo di Davide richiama quei quattordici missionari saveriani, morti a Parma adesso, nella loro casa madre, rinchiusi, scegliendo di non infettare, allontanandoli, i seminaristi e i collaboratori; non pochi erano anche anziani… Come quei sette sul monte:

tutti erano sperimentati da decenni, o per la vita intera, nell’evangelizzazione e nella promozione umana nelle missioni; in Paesi lontanissimi: in Asia, in Africa, in America Latina».

Il dettaglio diverso è che queste morti avvengono, nel nostro tempo reale, per la pandemia. La sovrapposizione esatta tra scrittura teatrale d’allora e attualità è invece nella riscoperta della loro presenza – in morte – da parte del mondo che sta loro attorno.

Ma al di là della trama in scena e delle singolari corrispondenze, quel che qui importa è la visione apocalittica – ed il termine è da precisare – nella versione turoldiana: importa lo sguardo messo in carta allora e capace di determinare l’insorgere di quel dejà vu, oggi, davanti al televisore, persino e soprattutto in quello che era stato il regista della prima messa in scena dello spettacolo. Si tratta di uno sguardo e di un’apocalisse che è profezia non perché annunci un futuro ma perché – con un altro verso turoldiano, da Il segno del Tau – “profeta ... è colui che in pena denuncia il presente”: quel suo presente che rispetto a noi rimonta all’indietro di mezzo secolo ma che, nei fatti, è il nostro stesso tempo nel quale poco è mutato per cumulo delle criticità e delle catastrofi.

Non si cercano nel passato preannunci dell’oggi – e si concorda in questo con l’amico regista – e dunque non si tratta per noi di rivendicare primogeniture cronologiche di sguardi sul futuro capaci di preannunciare il dramma dell’oggi: non ci importano, insomma, confronti con futurologi o indovini, con para/politici o imprenditori digitali.

In questi frangenti intrisi di dramma la profezia è capacità di un discernimento che può essere persino inconscia per la voce stessa che la esprime e la proclama. Una capacità che poi, com’è nello chiave dell’Apocalisse nelle Scritture, approda a ricontemplare con la memoria anche la speranza.

È ancora Davide infatti a delineare – in un’intervista è televisiva di inizio 1989 – un modo di stare nella vita e nel tempo che non è quello del pessimista, non è quello dell'ottimista e neppure è una via mediana. È altro: è l’uomo della speranza.

« Il pessimista si dà per vinto – afferma padre Turoldo in conversazione con Giuseppe De Carli, giornalista Rai - si dà per vinto e dice: “non c’è niente da fare”. È schiacciato dalla realtà e quindi è un rinunciatario … Magari finisce nell’indifferentismo, nel cinismo, nell’amarezza. Ma anche l’ottimista sbaglia, magari perché parte per tangenti inesistenti: dietro illusioni. Tra l’uno e l’altro c’è l’uomo della speranza: è quello che prende coscienza della realtà, non si dà per vinto e “fa fronte”. Tuttavia spera! E spera sempre che ci sia qualche cosa di nuovo: che ci sia un giorno nuovo».

Il passaggio, per accostamento, è a quel giorno nuovo che è ogni giorno: perché ciascuno di questi è di Dio e Dio è nuovo in ciascuno dei giorni: «Infatti ogni giorno è nuovo, perché non è mai stato vissuto da nessuno sulla Terra. Il giorno di ieri non è il giorno di oggi; e il giorno di oggi on è quello di domani. E quindi si spera sempre in qualcosa di nuovo. La primavera che verrà non sarà la primavera dell’anno passato. E la luce che splende oggi non è la luce di ieri.

Anche Dio è nuovo: Dio è sempre nuovo. È la vita stessa che è nuova. Quindi non si può non sperare. E… se sperare è tradurre in realtà tutti i tuoi ideali, tutti valori in cui credi, ecco che comincia allora il momento difficile. E si tratta allora di non scoraggiarsi, di non darsi mai per vinti».

Così quando la cifra della storia si fa difficile la «decifrazione» tocca ai poeti. E forse anche per ascoltarli si deve possedere un carisma: quello stesso che un David Maria Turoldo ormai prossimo al suo transito,volle riconoscere in pubblico – allora, all’inizio degli anni Novanta – al cardinal Martini in una serata di commozione e di profezia: «Per capire i tempi, prima o insieme alla teologia, bisogna ascoltare cosa dicono i poeti. E Martini è uno dei pochi vescovi che è segnato da questo carisma».

Oggi, a tanti anni di distanza, quel carisma abita presso San Pietro in Vaticano, con un altro gesuita divenuto papa. Soltanto un poeta, a suo modo, o un lettore di poeti poteva pronunciare sulla storia e nella Chiesa il segno della benedizione sul mondo e la grande indulgenza impartita ed evocata da Francesco: vuota la chiesa, vuota la piazza, presente Dio. E a terra, nell’atrio basilicale, fissato nella pietra, la data d’inizio del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962) a far da ponte tra papa Francesco e l’ostensione dell’ostia consacrata. A ricordare – in un altro dejà vu turoldiano e teatrale – che “La morte ha paura dell’Eucaristia”.

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