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venerdì 17 gennaio 2020
 
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Quasi 70 milioni di giornate trascorse a giocare

03/05/2013 

Ricordate Hermann, il giovane protagonista della Dama di picche di Puškin? «Una forza misteriosa sembrava che ve lo attirasse... quest'attimo decise la sua sorte». Ma l'obiettivo, in quel caso, era vincere, mentre oggi – nell'Italia diventata una bisca gigantesca – è solo continuare a giocare divorando il proprio tempo davanti a una slot o allo schermo di un computer. Per l'esattezza, sono 69 milioni 760 mila le giornate lavorative trascorse a inseguire la fortuna. In totale, fanno 488 milioni 320 mila ore di lavoro.
«Un Paese che brucia così tanto tempo per giocare è un paese dove una parte consistente della popolazione è già dipendente dal gioco d'azzardo», spiega il sociologo Maurizio Fiasco che ha elaborato i dati. «Un giocatore che non è compulsivo, infatti, non trascorre 6-8 ore della sua giornata a giocare. Questi numeri dimostrano chiaramente inoltre che il gioco "moderato" non esiste e anzi si è beffardamente rovesciato in gioco compulsivo. È attraverso le scommesse sulle piccole somme che si è arrivati alla ludopatia. È cambiata la psicologia, lo stile di vita quotidiano, e ciò che è più preoccupante è il fatto che questo mutamento radicale non riguarda alcune piccole élite malate ma la società di massa».

Bastano pochi secondi - Una singola operazione di gioco dura in media un minimo di 6 secondi per NewSlot e Videolottery (le macchinette installate in bar e locali). Ci vogliono 60 secondi per “grattare” un tagliando del Gratta e Vinci, 40 secondi per i giochi online e 240 secondi per i giochi cosiddetti tradizionali (Lotto, Superenalotto, scommesse varie). In tutto fanno 49 miliardi di operazioni di gioco.
Come interpretare questi dati? Quali sono i costi collaterali? «Il reddito indiretto versato alla macchina del gioco, da aggiungersi alle somme spese direttamente per giocare, è di quasi 5 miliardi di euro», spiega Fiasco, «in pratica un punto di Pil in meno».
Ma il gioco industriale di massa ha conseguenze devastanti anche dal punto di vista sociale e umano. Il tempo trascorso davanti a slot e giochi è tutto tempo sottratto al lavoro, alla famiglia, agli affetti personali, al culto per chi è credente.
Non solo, ma questi dati, come sottolinea Fiasco, dimostrano il grande cambiamento avvenuto nell'offerta dei giochi in Italia che ha trasformato, attraverso una pianificazione organizzata, gli italiani in un popolo di giocatori d'azzardo. Fino al 1998 il sistema pubblico del gambling, infatti, prospettava giochi ad alta remunerazione, con vincite significative, a volte anche enormi, ma con una bassa ripetizione di frequenza. Si giocava una volta a settimana al Totocalcio per inseguire il 13 o al Lotto per centrare il terno. O addirittura una volta l'anno nella celebre Lotteria di Capodanno.
Oggi invece il trend si è capovolto: si può giocare sempre, ovunque, dai bar alle tabaccherie, dai sportelli delle Poste ai supermercati, dalle sale bingo alle poker room (leggi: bisca) fino al proprio telefonino collegato a Internet, con microvincite che alimentano spasmodicamente l'illusione di centrare prima o poi il "colpo della vita".
«Il modello che si è imposto», spiega Fiasco, «non fa più leva sulla vincita eclatante come motivazione ma fa prevalere la sequenza infinita del gioco ripetuto».

Doppiati i fondi pensione - Un altro costo sociale "collaterale" del gioco lo ha calcolato Alberto Brambilla, docente di Gestione delle forme previdenziali pubbliche e parlamentari all'Università Cattolica di Milano. «Nel 2011», ha spiegato, «gli italiani hanno speso 24 miliardi di euro, pari a 1.260 euro pro-capite, in giochi e scommesse, contro i 3,7 miliardi investiti nei fondi pensione, pari a 664 euro pro-capite».
Questo vuol dire che ogni italiano spende 664 euro all'anno per la previdenza integrativa e più del doppio in Gratta e Vinci, slot machines e videopoker. Gli italiani iscritti a un fondo di pensione complementare sono 5 milioni e mezzo, i giocatori d'azzardo 15 milioni. Il triplo.

Le gestioni previdenziali integrative rappresentano meno del 6 per cento del Pil nazionale, il settore dei giochi arriva al 27 per cento. «Spesso», ha dichiarato Brambilla ad Avvenire, «si dice che mancano le risorse per il welfare o per i fondi pensione. Ma se guardiamo queste cifre possiamo capire che in realtà vi è uno spreco enorme. E, soprattutto, una bassa consapevolezza dovuta a scarsa informazione. Penso a quei tanti anziani con pensioni minime, integrate con risorse pubbliche, che gettano via i soldi in Gratta e Vinci o slot machines: lo Stato dovrebbe preoccuparsi di far giocare meno, anche a costo di contenere gli incassi dei giochi».
Le conseguenze della macchina del gioco che non si ferma più sono sotto gli occhi di tutti: immiserimento di massa delle famiglie, depressione dei consumi di beni e servizi con danni assai rilevanti ai settori direttamente produttivi, dalla manifattura ai consumi, che sono diminuiti dell'8,4 per cento, e aggravamento della crisi fiscale dello Stato.  

 
 
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