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domenica 05 aprile 2020
 
Commercio di materiale bellico
 

Quelle armi vendute ai Paesi “proibiti”

23/11/2013  Un rapporto dell'associazione finlandese SaferGlobe svela che partite di fucili e munizioni della Beretta, la maggiore produttrice italiana armi leggere, sarebbero state vendute aggirando le normative finlandese ed europea per evitare di dichiarare i destinatari finali reali delle esportazioni.

Piergiulio Biatta è il presidente dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (Opal) di Brescia, un’associazione promossa da diverse realtà per diffondere la cultura della pace ed offrire alla società civile informazioni di carattere scientifico sulla produzione e il commercio delle armi. Vi aderiscono, tra gli altri, la Diocesi di Brescia, la Cgil, Pax Christi, i Missionari Saveriani e Comboniani, il Servizio Volontario Internazionale.

Ora, l’Osservatorio punta il diritto contro il gruppo Beretta di Gardone Val Trompia, il maggior produttore italiano di armi leggere.

– Cosa contestate alla Beretta?

«Ci sono due fatti che abbiamo segnalato nelle ultime settimane. Il primo è una notizia che arriva dalla Finlandia, grazie all’organizzazione SaferGlobe. In un rapporto ha messo sotto esame il sistema dei controlli sulle esportazioni di armi leggere e munizioni del Paese scandinavo: la Beretta di Gardone è ripetutamente citata e molti sospetti si sono concentrati sulla Sako Oy, azienda finlandese con sede a Riihimäki che fa parte del gruppo Beretta, produttrice di fucili per sniper (cioè “da cecchino”) in dotazione alle forze speciali di numerosi Paesi e in gara anche per rifornire i green berets Usa. A quanto risulta, 205 fucili Sako, modelli TRG-22 e TRG-42, sono stati consegnati alle forze speciali del Bahrein nel gennaio 2011, cioè poche settimane prima dei gravi disordini scoppiati nella capitale Manama e dell’uccisione di numerosi manifestanti, colpiti da proiettili di fucile sparati proprio dai “cecchini” delle forze speciali governative. L’esportazione è avvenuta con una regolare licenza di tipo militare. Tuttavia, la Sako non ha richiesto lo stesso tipo di licenza per accessori e munizioni chiaramente collegabili alla stessa fornitura: si tratta di ben 20 tonnellate di munizioni speciali per fucili TRG e accessori. Per questo, alcune organizzazioni finlandesi, tra cui Amnesty International, hanno citato in giudizio sia la Sako, per non aver richiesto licenze militari anche per il materiale accessorio, sia il governo finlandese che non ha considerato “militare” l’export di munizioni destinate ai fucili per sniper diretti in Bahrein».

– E il secondo fatto?

«Tra il 2009 e il 2011, la Sako ha esportato 1100 fucili TRG con licenze di tipo militare che indicavano come destinatario l’Italia, e precisamente la società Fabbrica d’Armi Pietro Beretta di Gardone Val Trompia. Sostanzialmente, li vendeva a se stessa. Come Opal ha potuto constatare dalle “Relazioni sulle Operazioni autorizzate” che il Governo italiano è obbligato a presentare in Parlamento secondo la legge 185/90, si sono verificati casi di licenze concesse dalle autorità italiane alla società Beretta per l’esportazione di fucili Sako TRG ad altri Paesi, ad esempio 150 fucili all’Albania nel 2012. Ci sono anche casi di esportazione in Turchia, molto vicina alla Siria in guerra e al Libano… Insomma, il gruppo Beretta sembra aver aggirato la normativa finlandese ed europea per evitare di dichiarare i destinatari finali reali delle armi esportate».

Piergiulio Biatta, presidente dell'Opal di Brescia.
Piergiulio Biatta, presidente dell'Opal di Brescia.

"Il commercio d’armi non conosce crisi, il fatturato è in crescita"

– A suo avviso, questi fatti cosa mettono in luce?

«Che il commercio di armi sfrutta le carenze delle legislazioni nazionali ed europee per rifornire Paesi in cui si sono violati i diritti umani. Del resto, munizioni Beretta furono trovate addirittura nel bunker di Gheddafi. A livello comunitario, il commercio di armi leggere, infatti, è legale, purché non riguardi Paesi sotto embargo o che non rispettano i diritti umani; ogni esportazione deve poi essere autorizzata da un’autorità governativa. Tuttavia, la Ue non ha una normativa comune, ogni Paese ha la sua. Con un paradosso: se uno sfora le quote latte, riceve una sanzione pecuniaria forte; se uno vende armi a Paesi non idonei, viene solamente richiamato. Il caso Beretta evidenzia un problema di trasparenza in Italia, molto più debole rispetto alla Finlandia. Noi a Brescia stiamo ancora aspettando risposte dal questore per capire come mai sia stata autorizzata l’esportazione di armi in Egitto e Kazakhistan: da tempo, siamo ancora senza risposta».

– I produttori di armi provano a fare pressioni sui governi?

«Sì, già nell’aprile 2013 la direzione della Sako ha dichiarato alla stampa l’intenzione della casa-madre di Gardone di portare in Italia le produzioni di fucili militari, dal momento che il governo di Helsinki non aveva concesso licenze di esportazione verso Paesi come la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Ucraina. Più che una strategia industriale, si tratta di un tentativo di fare pressione sulle autorità locali per aggirare una legislazione – quella finlandese – che la società Beretta considera più rigida di quella italiana».

– Qual è la situazione economica del mercato di armi leggere?

«Il commercio d’armi non conosce crisi, il fatturato è in crescita. Da Gardone Val Trompia, la multinazionale Beretta controlla fabbriche in mezza Europa, fino al Canada, la Russia e la Cina. Le armi con il marchio italiano arrivano in quasi tutto il mondo: la sua controllata turca Stoeger Silah Sanayi esporta, ad esempio, in 40 Paesi. L’Italia, da terza, è tornata seconda, dopo gli Usa, nella classifica mondiale della produzione e del commercio di armi leggere. L’85-90% viene prodotto nella provincia di Brescia, nel distretto valtrompino».

– La riconversione delle fabbriche è possibile?

«Sì, è la strada da percorrere. È un processo lungo, ma assolutamente possibile. Un modello è il caso Valsella, la fabbrica di Castenedolo (Brescia) che, negli anni ‘80, era tra i principali produttori di mine antiuomo. Con la messa al bando delle mine, è stata riconvertita in azienda che produce i pistoncini per far scoppiare gli airbag nelle macchine. Da una fabbrica che produceva per uccidere è diventata una fabbrica che salva gli uomini».

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