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Raffaele Simone: «Bisogna imparare a usare la tecnologia»

28/10/2013  I nuovi mezzi sono "simpatici", certo, ma anche delicati e pericolosi. Sta alla scuola il compito di fornire ia giovani gli strumenti per un rapporto consapevole e critico.

Raffaele Simone
Raffaele Simone

Google, Facebook, cellulari e connessioni assortite festeggiano anniversari a cifra tonda e innescano  ricerche, dai risultati contraddittori, sugli effetti che la tecnologia ha sulla nostra vita e sul nostro modo di imparare. Abbiamo chiesto a Raffaele Simone, professore di Linguistica all'Università Roma 3, autore di saggi documentati e caustici sul tema, tra cui Presi nella Rete (Garzanti) , di aiutarci ad approfondire.

Professore, partiamo, provocatoriamente e un po' brutalmente, dal titolo, non suo, di un suo intervento di qualche anno fa: la tecnologia ci rende stupidi?

«No, non ci rende stupidi, non direttamente, almeno. Ma ci sta rendendo dipendenti e in questo senso, come tutte le dipendenze, istupidisce un po' chi ne cade vittima. Ovviamente molto dipende da che cosa si fa con la tecnologia. Google va benissimo per cercare al volo un’informazione spicciola: se non ricordo la capitale dello Zimbabwe Google mi soccorre velocemente, mentre in passato avrei dovuto impiegare più tempo. C’è differenza tra cercare la biografia di Alice Munro e visitare siti pornografici, cosa che fa - a quanto dicono le statistiche - il 30% degli utenti. Ma è sciocco pensare di usare Google per una tesi di laurea, facendo copia-incolla senza fonti certificate».

A proposito di tesi di laurea, da professore universitario, avrà ormai modo di capire come la tecnologia ha cambiato i suoi studenti, gli ultimi ormai sono "nativi digitali"...

«Gli studenti nati al tempo di Google sono "perduti" nella pratica del copia-incolla, non hanno la minima consapevolezza del fatto che copiare e incollare un contenuto significa rubare pensieri altrui. Temo che molti dei miei colleghi non ci facciano troppo caso: occorre grande esperienza per accorgersi di un salto logico, di un errore di traduzione, di un calco da un’altra lingua. I miei studenti fanno fatica a capire che usare la Rete a scopo di lavoro, senza controllo delle fonti, non garantisce qualità».

Tutto questo modifica sensibilmente l'insegnamento universitario?

«Sì, almeno per un professore che non voglia  abdicare al proprio ruolo: il fatto che gli studenti abbiano l’abitudine di affrontare lo studio nel modo in cui si diceva, impone a noi, che cerchiamo di trasmettere saperi complessi,  di 'farla corta",  perché chi ci ascolta è sempre meno attrezzato ad affrontare la proposta di argomenti articolati.  Si pensi al fatto che i manuali universitari ormai,  a eccezione delle discipline giuridiche e mediche, non superano le 280- 300 pagine. Non solo, il fatto che le matricole arrivino dalle scuole secondarie conoscendo poche migliaia di parole e non sapendo quasi niente del resto, ci impone di aprire una parentesi ogni volta che si fa riferimento a una nozione che i ragazzi dovrebbero avere acquisita. Del resto non vedo come possano essere incentivati a imparare di più, se vedono arrivare al successo perfino scrittori, come Ammanniti, che scrive con 900 parole».

Si dice sempre che la tecnologia ha rimesso al centro la scrittura, nessun incremento di alfabetizzazione?

«Direi di no, a giudicare dagli strafalcioni che si leggono. Mi è capitato anche di correggerne anche a un noto fisico, di cui non faccio il nome. La Rete favorisce l'aumento della quantità di scrittura, ma si tratta di una scrittura non sorvegliata, piena di errori: spesso chi scrive in Rete nemmeno si rilegge. Si dice anche che la tecnologia insegni la sintesi, ma nemmeno questo è vero: solo la sintesi di un concetto scientifico, giuridico,  filosofico richiede talenti, la sintesi delle proprie emozioni del giorno prima non richiede alcuna abilità».

Premesso che indietro non si può tornare, che fare?

«So bene che non sarà certo il mio ditino a tappare la falla, il mio è l'argomentare di un “sorpassato”. Però la scuola dovrebbe fare qualcosa di diverso dall'accoglienza entusiastica delle innovazioni tecnologiche, magari - come è sin qui è accaduto - senza avere piena coscienza del fatto che la tecnologia non è soltanto simpatica, ma anche delicata e pericolosa, perché incide sulla nostra mente. Mi sembra indice di pochezza culturale il favore con cui, da più parti, si saluta l'idea che i libri di testo vengano sostituiti da tablet in cui ogni insegnante possa assemblare il proprio 'libro': un testo destinato alla scuola è un libro più complesso di altri che richiede un autore, una organicità, una coerenza interna. Non solo, se la scuola vuole, come deve, stare al passo con la tecnologia, deve cambiare anche i propri paradigmi: non può pensare di limitarsi ad applicare strumenti nuovi al vecchiume del suo impianto tradizionale. Diversamente la scuola fallisce. Questo va detto, va detto con estrema chiarezza, perché si sta correndo verso la digitalizzazione della scuola senza avere affatto riflettuto sui vantaggi e i rischi».

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