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domenica 22 luglio 2018
 
 

Ricca: «Per l'unità mancano iniziative concrete»

25/01/2014  «Il senso dell'appartenenza comune», afferma il teologo valdese Paolo Ricca, «prevale rispetto alle differenze. Nonostante le diverse iniziative di dialogo, però, il condominio cristiano è ancora strutturato in appartamenti separati dove ogni confessione vive per conto suo». E su papa Francesco: «Ha dato segnali giusti ma non ha ancora detto quello che intende fare concretamente»

«Il senso dell'appartenenza comune prevale rispetto alle differenze che pure ci sono. Nonostante le diverse iniziative di dialogo, però, il condominio cristiano è ancora strutturato in appartamenti separati dove ogni confessione vive per conto suo». Usa questa metafora il teologo e pastore valdese Paolo Ricca per descrivere lo stato dell'arte dei rapporti tra cristiani. Ricca collabora con il Segretariato Attività Ecumeniche e per 15 anni è stato membro della Commissione del Consiglio ecumenico delle Chiese con sede a Ginevra.

Professore, a che punto siamo?
«I rapporti alla base sono buoni nel senso che i cristiani delle diverse confessioni avvertono di più la loro reciproca appartenenza comune più che le differenze che li dividono. Dal punto di vista ufficiale e istituzionale però non è successo nulla e siamo ancora fermi».

Eppure negli anni scorsi non sono mancati passi avanti.

«È vero, basti pensare al documento sulla giustificazione della fede firmato nel '99 tra cattolici e luterani oppure, nel 2001, la Carta ecumenica sottoscritta da tutte le chiese cristiane d'Europa. Tutti documenti importanti ma che non hanno prodotto i frutti concreti sperati».

Cosa manca?
«La condivisione della mensa eucaristica, ad esempio. I cristiani celebrano per conto proprio la cena del Signore. C'è una sorta di apartheid eucaristica che dovrebbe finire. Su questo, che è un punto importantissimo, non si sono fatti progressi. Diciamo che la situazione, nel complesso, è abbastanza contradditoria».

Papa Francesco, a giudicare dai primi gesti almeno, dimostra di avere molto a cuore il dialogo ecumenico.

«Non c'è dubbio, questo Pontefice ha un piglio nuovo, diverso, un po' più libero dalla tradizione alla quale ci hanno abituato i suoi predecessori. Bergoglio si è presentato al mondo come vescovo di Roma legando il suo ministero alla diocesi romana. Tutte cose importanti, segnali positivi che fanno intravedere una promessa ma non incidono ancora sulla realtà concreta dei rapporti. Finora il Papa non si è pronunciato in maniera chiara sulla questione. Mi spiego meglio: non c'è ancora un segnale che dimostri che Francesco voglia prendere decisioni concrete verso l'unità dei cristiani anche se tutto quello che ha fatto finora va nella direzione giusta».

Cosa dovrebbe fare concretamente, secondo lei?

«Nel 2017, ad esempio, il mondo protestante ed evangelico celebrerà il 500esimo anniversario della Riforma protestante. È l'occasione giusta non dico per togliere le scomuniche – quel che è successo è successo e non si può cancellare – ma per dire che esse non hanno più valore e che il Protestantesimo è una chiesa e non una comunità ecclesiale come ha detto il Concilio Vaticano II. Queste sono cose concrete che, se fatte, avvicinerebbero in maniera sostanziale le chiese cristiane e la loro unità».

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Le immagini della Messa del Papa a Ginevra
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