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martedì 10 dicembre 2019
 
Riccardo Chailly
 

Riccardo Chailly: «Perché ho scelto Giovanna d'Arco»

09/12/2015  Il direttore principale della Scala di Milano spiega perché ha puntato sull'opera di Verdi per l'apertura della stagione: «Un'opera sottovalutata».

Il 7 dicembre, giorno del patrono di Milano sant’Ambrogio, come da tradizione si è inaugurata la nuova stagione del Teatro alla Scala. Dopo 150 anni dalla sua ultima rappresentazione e dopo 170 dal debutto del 15 febbraio 1845, il sipario si apre sulla Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi. Il cast ha riunito Anna Netrebko, Francesco Meli e Carlos Álvarez. Moshe Leiser e Patrice Caurier (che da anni lavorano in coppia), registi. Verdi, che nutriva una vera passione per il romantico Friederich, compose l’opera sul libretto di Temistocle Solera tratto dal dramma Die Jungfrau von Orléans (in italiano La Pulzella di Orléans). È stato Riccardo Chailly a volere questo titolo non frequente per la sua prima inaugurazione di stagione da direttore principale del Teatro (dal 2017 al 2021 sarà direttore musicale). Ma prima di spiegarcene le ragioni, ci parla di una tradizione più recente, alla quale anche il milanesissimo maestro tiene molto: l’anteprima del 4 dicembre destinata ai giovani.

«Il fatto di dare l’opportunità ai giovani di avvicinarsi alla musica è in sé importante, anche come compito istituzionale dell’Ente. Perché si dà la possibilità di ascoltare e di scoprire opere di grande bellezza. E devo dire che, quando partecipo agli incontri che organizziamo prima dell’esecuzione delle opere con gli studenti di tutte le università di Milano, avverto e mi dicono loro stessi che c’è un vivo interesse nell’apprendere, scoprire e approfondire cosa sono queste partiture musicali, quali orizzonti di- dischiudono. Pensiamo a Giovanna d’Arco, che apre le porte a Schiller, no alla musica e alla cultura del Novecento, o alla pittura».

Cosa può regalare la musica a questi ragazzi?
«La cultura in generale, e lo vediamo da secoli, è l’ossatura della società. Tutto si crea intorno alla conoscenza».

Che importanza ha un teatro per una città?
«Il Teatro deve rappresentare continuamente la possibilità di accesso all’arte viva, ascoltata, nel caso della musica, e non solo studiata sui libri. Perché non si deve teorizzare la cultura, questo certamente non basta. E spesso vedere e ascoltare signica avere grandi sorprese, stupirsi». Maestro, la scelta di Giovanna d’Arco è in sintonia con l’idea della “sua” Scala.

Ce ne parla?
«Un teatro come la Scala di Milano, che riunisce il meglio di quanto ci sia dal punto di vista produttivo in tutti i settori, credo sia chiamato a esprimersi intorno ai nostri autori: e non è una attitudine italo-centrica, come qualcuno l’ha denita, ma l’espressione di una volontà di valorizzare i nostri grandi geni del melodramma. Potremmo estendere al nostro immenso patrimonio artistico la stessa considerazione. È una necessità, che però non preclude in nulla la possibilità di allargare gli orizzonti verso il nuovo o verso il repertorio parallelo».

Il lascito di un musicista dunque è anche culturale?
«Questo lo giudicheranno altri. Ma io credo di sì. La mia esperienza con le due precedenti istituzioni storiche, il Concertgebouw di Amsterdam e il Gewandhaus di Lipsia, mi ha dato questa consapevolezza: la volontà di accostarmi alla storia e alle radici dell’istituzione. E la Scala è il mio terzo incarico con un teatro dalla storia secolare. È una grande responsabilità: sociale e culturale al tempo stesso».

Come mai Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi viene raramente rappresentata?
«Quest’opera soffre da sempre di un mancato riconoscimento del valore della musica. Quando mi chiedono “Perché proprio Giovanna d’Arco?”, rispondo: “Prima ascoltala e poi mi chiederai il perché”. Già dalla sinfonia è evidente che ci troviamo di fronte a un Verdi trentaduenne, ma con una capacità musicale e creativa impressionante. Ed è un’opera con molti elementi che sono il nucleo di tanti capolavori che seguiranno. Certo, se si assiste a Giovanna d’Arco pensando a Schiller si rimane stupiti. Perché Solera ha semplicato al massimo la vicenda per Verdi, permettendogli di lavorare sulla personalità dei tre personaggi principali. E, per esempio, il con…itto fra padre e glia sarà poi sviluppato in Traviata».

Maestro Chailly, quali sono i suoi primi ricordi personali legati al Teatro alla Scala?
«Ricordo Claudio Abbado, al quale mi sono avvicinato quando ero studente e del quale in seguito sono diventato assistente. Ma il mio primo ricordo è quando mio padre (Luciano, grande compositore e direttore artistico del Teatro alla Scala, ndr) mi portò da bambino a vedere il suo balletto Fantasmi al Grand Hotel, realizzato su testo e scenograe di Dino Buzzati. Fu indimenticabile per l’impatto con la sala, le luci, i colori».

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