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mercoledì 08 luglio 2020
 
Adozioni
 

Ritrova i fratelli dopo 50 anni. Ma il diritto alle origini è sempre garantito?

02/12/2017  Il caso di Marina Rigazzi, adottata, che scopre dopo cinquant'anni di non essere figlia unica, ma di avere quattro fratelli, riapre la questione sul diritto alla conoscenza delle origini. Una legge che ottempera questo diritto con quello all'anonimato della madre biologica è ferma in parlamento da tempo. Cosa ne pensano le associazioni che si occupano di adozioni e di figli adottati?

Quasi cinquant’anni  vissuti pensando di essere figlia unica; poi il primo sospetto, sorto un paio d’anni fa: esser nata altrove, da un’altra madre e di  avere dei fratelli in giro per il mondo. Quella di Marina Rigazzi, cinquantenne siciliana di Butera, adottata dalla nascita da un’altra famiglia siciliana, è l’ultima di tante storie simili, stavolta, però, resa più eclatante dal il numero dei fratelli, quattro per la precisione, ritrovati  dopo una lunga e complicata ricerca.  Tre vivevano non distanti da lei, nell’isola, uno in Germania e l’ultima ad Alessandria. Ora, dopo mezzo secolo di esistenze vissute uno all’insaputa degli altri, i cinque fratelli, Marina, Gianna, Jole, Salvo e Sebastiano, potranno festeggiare per la prima volta il Natale tutti assieme. Per trovare i pezzi mancanti della sua vita, Marina aveva iniziato consultando l’ufficio anagrafe del suo paese. Coi primi documenti sono sorti i primi dubbi, confermati poi da parenti e amici e dalle risultanze del Tribunale dei Minori di Caltanissetta a cui aveva fatto istanza. Il resto, e tanto, lo hanno fatto i social in internet, dove la donna ha aperto una pagina “cercapersona”, attiva anche ora per aiutare casi simili.  Una storia, come si dice in questi casi, a lieto fine, ma iniziata con un distacco doloroso, traumatico.

“Quella di Marina è una storia come tante altre e unica allo stesso tempo. Marina è presente sui gruppi da anni e la sua determinazione l'ha portata,  passo dopo passo, alla ricostruzione del puzzle della sua vita”, commenta  Luisa Di Fiore, presidente dell’associazione Faegn (Figli Adottivi e Genitori naturali) che da anni lotta a favore del diritto alle origini. “C'è tanto da dire su un percorso di ricerca della propria storia biologica che, come quasi sempre accade, inizia da un abbandono e quindi da quella piccola lacerazione invisibile che noi figli adottivi abbandonati alla nascita, subiamo, ma di cui si arriva ad esserne consapevoli dopo un lungo percorso dal quale può iniziare quello della ricerca e del ritrovamento. Ricerca che  significa salire sulle montagne russe delle emozioni. Un percorso che nel nostro Paese è ancora pieno di ostacoli”.  

Dopo anni di totale chiusura, il diritto della conoscenza delle proprie origini in Italia, benché sancito, è ancora lungi dall’avere effettiva applicazione.  Perché? “Riteniamo che l'ostacolo più grande sia il preconcetto culturale  che, su questo tema, coinvolge istituzioni e cittadini. L'adozione tocca spesso il delicato tema dell'infertilità della coppia, tocca la maternità rifiutata da parte di una donna che viene preconcettualmente collocata nella sfera dei colpevoli, e infine tocca il figlio adottivo, percepito come un miracolato che deve essere riconoscente al mondo per esistere”. A ciò si aggiungono, sempre secondo Di Fiore,  la disorganizzazione delle istituzioni nel gestire queste realtà.
   Nel 2013 la Corte Europea ha dichiarato la nostra legislazione sul diritto alla conoscenza delle origini biologiche non bilanciata tra il diritto del figlio a conoscere e quello della madre a mantenere l'anonimato. “Nel 2015 alla Camera è stato approvata una modifica della legge al cui testo cui abbiamo attivamente partecipato. Ma ad oggi non è stata ancora discussa in Senato e rischia di essere vanificata dalla imminente fine della legislatura”. E' l'ennesima riprova di quanto poco il tema delle adozioni, istituto in piena crisi, sia presente e considerato nelle attuali agende politiche.
Nel 2017, tuttavia,  la Corte di Cassazione ha sentenziato che tutti i Tribunali dei minori devono attenersi al testo approvato alla Camere e alle indicazioni della Corte Europea anche in mancanza di una nuova legge. In altri termini  un figlio adottivo può far interpellare la madre per una eventuale revoca dell’anonimato espresso al momento del parto con un’ istanza al tribunale dei minori. Se la donna è reperibile c’è il cosiddetto interpello: la madre cioè può accettare come respingere la richiesta.  A volte i tribunali  fanno da intermediari di figli con la madre biologica che vuole mantenere l’anonimato, ma accetta un rapporto epistolare con lui.  “Il risultato – continua la presidente di Faegn - è che anche se tanta strada è stata fatta, i Tribunali si trovano in difficoltà a procedere.  Diminuiscono comunque i respingimenti alle istanze presentate. Un tempo, un figlio adottivo non sapeva neanche di poter fare istanza”.
   Commentando la storia di Marina, Paola Crestani, presidente di Ciai, Centro italiano aiuto all’infanzia, ong per la cooperazione e lo sviluppo nonché ente autorizzato per le adozioni internazionali,  osserva, anzitutto come oggi si faccia più attenzione in presenza di  fratelli in adozione a non disgregarli, separandoli con adozioni singole. “Laddove sia possibile, noi siamo per il mantenimento del nucleo di fratelli unito, perché tra loro formano già famiglia. Devo dire che i tribunali hanno acquisito, in questi casi,  molta più sensibilità d’un tempo”.

“Rispetto alla ricerca delle origini e al diritto del figlio adottato – prosegue Crestani -  penso sia necessaria una cautela nell’affrontare questi percorsi di ricerca che potrebbero essere traumatici, come  nel caso recente di quella donna del Bellunese che s’è trovata davanti al rifiuto della madre biologica. Per questo noi, come altri enti autorizzati,  proponiamo da qualche tempo un accompagnamento psicologico di chi va alla ricerca delle proprie origini”.

In questi anni la cultura dell’adozione s’è evoluta, e se un tempo si favoriva il taglio netto con la vita precedente all’adozione e quella successiva. “Ma la vita è sempre la stessa e l’identità personale si costruisce anche recuperando e comprendendo le tappe più difficili e dolorose”, dice Crestani. 

C’è poi la tutela dell’anonimato della madre biologica che deve coesistere con il diritto alle origini. “C’ è anche un diritto della mamma di restare anonima e di non “ricordare” un momento così traumatico – conclude -  causato da situazioni che spesso sono violente, come potrebbe essere uno stupro subito. Ritengo, quindi,  che sia giusto il dovere di interpellare sempre la madre davanti alla richiesta di un figlio di conoscerne l’identità”.      

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