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venerdì 13 dicembre 2019
 
 

Roberta Pinotti: «Antistorici i localismi egoistici»

04/11/2017  Nella Giornata dell'Unità nazionale e delle Forze armate parla il ministro della Difesa. L'intervista integrale nel numero di Famiglia cristiana in edicola e in parrocchia questa settimana.

L’ufficio del ministro è al lavoro. I cent’anni da Caporetto, «da quella sconfitta che si sta trasformando in vittoria», sono appena alle spalle. E si guarda al 4 novembre, festa dell’Unità d’Italia e delle Forze armate. Una celebrazione che cade all’indomani dei referendum di Lombardia e Veneto per una maggiore autonomia dal resto d’Italia. Roberta Pinotti non si scompone: «Non metto all’indice le richieste di maggiore autonomia. Penso che gli egoismi localistici siano antistorici».

 

Ma c’è chi preme per dividere...

«Il 4 novembre viene scelta come data per la Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze armate e per ricordare l’importanza della Patria dopo la vittoria nella Prima guerra mondiale. Ricordando Caporetto, molti commentatori hanno sottolineato che la sconfitta è stata drammatica,  ma pose le condizioni per l’importante vittoria avvenuta pochi mesi dopo. Da quel momento, in Italia, finalmente diventata Nazione, è nata  una voglia di riscatto nazionale che ha reso il Paese unito. Sono passati cent’anni da allora e penso che l’idea della divisione dell’Italia sia da allontanare. Un conto è l’autonomia pensando che la democrazia e la Nazione possano funzionare meglio regolando diversamente i poteri locali e centrali, un altro la divisione. I movimenti che spingono a immaginare che, se ci restringiamo nel piccolo, diventa più facile superare le difficoltà, non solo sono negativi ma non portano alla soluzione dei problemi. Le questioni epocali che noi abbiamo di fronte, pensiamo a migrazioni o terrorismo, possono essere affrontate soltanto integrandoci di più, rendendo più forte il lavoro comune degli Stati, delle Forze armate, dell’Intelligence, delle nostre forze di polizia».

Sicurezza: come ci stiamo muovendo nei contesti internazionali?

«Per quanto riguarda la sicurezza l’Italia ha sempre scelto di agire in contesti multilaterali. Le nostre sono missioni europee, Nato e Onu.  È una scelta ben precisa perché pensiamo che, sia sotto un profilo di politica estera sia  da un punto di vista di scelte di sicurezza, il multilateralismo sia un valore fondamentale. È una scelta opposta all’idea di chiusura e restringimento a questo guardare solo al  giardino di casa. Per questo siamo stati tra i protagonisti di una proposta molto forte per andare avanti sui temi della Difesa europea insieme ai ministri (tutte donne ndr) di Francia, Germania e Spagna. Presto ci saranno incontri tra i ministri della difesa e degli esteri dei paesi europei per avviare le cooperazioni strutturate permanenti (Pesco). A dicembre, al Consiglio Europeo con i capi di Stato e di governo, sono fiduciosa che queste decisioni saranno formalmente approvate».

 Dove sono le nostre missioni?

«Siamo presenti in Libano, Afghanistan, Iraq e nei Balcani, per citare quelle numericamente più consistenti. Abbiamo una presenza importante nel Mediterraneo con la  missione nazionale, Mare sicuro, e partecipiamo avendone la guida alla missione europea: “Eunavfor med-Sophia”. Siamo presenti anche in Libia con un ospedale militare a Misurata, a Tripoli stiamo aiutando i libici a recuperare i loro mezzi navali fermi da anni. La nostra Marina nell’ambito della missione Sophia sta  addestrando  la guardia costiera a Taranto».

 A livello internazionale, con quello che sta succedendo in Corea, la preoccupa l’escalation nucleare?

«Sì, certo. Mi preoccupa il fatto che si sia passati da trattative importanti per la diminuzione degli arsenali nucleari ad una situazione di rischio, di  incremento. E’ un pessimo segnale. Spero che il lavoro fatto sino ad ora sul processo di non proliferazione delle armi nucleari possa ripartire e che si possa lavorare su una diminuzione concordata. Tutti sappiamo che un conflitto nucleare sarebbe una follia. Solo attraverso un costante dialogo tra tutti gli attori in campo si può trovare una soluzione pacifica».

 Spera che l’Italia possa firmare il trattato di non proliferazione delle armi nucleari?

«L’Italia  ha già firmato accordi di non proliferazione nucleare (legge n. 131 del 24 aprile 1975. Entrata in vigore per l'Italia: 02 maggio 1975). L’Italia non ha un arsenale nucleare e non intende dotarsene. E’ tuttavia difficile immaginare che nel momento in cui una parte  aumenta il suo arsenale l’altra lo diminuisca. Di fronte al fatto che Paesi come la Corea del nord perseguono la dotazione di un armamento nucleare sarebbe irresponsabile non avere una difesa adeguata. Bisogna fare come fecero Russia e Stati Uniti. Nessuno dei due paesi  avrebbe diminuito i propri arsenali unilateralmente, lo hanno fatto in modo concordato. Pensare che si possa fare qualcosa  unilateralmente è irrealistico L’Italia ha sempre cercato di far ripartire il dialogo in questo senso».

Continuerà l’operazione strade sicure?

«In questi anni l’operazione si è significativamente sviluppata anche perché richiesta dai sindaci e dai cittadini. La presenza di militari a presidio dei luoghi sensibili da sicurezza, conforto, tranquillità ai cittadini. A me questo fa molto piacere perché uno degli obiettivi principali che mi ero dato nell’assumere la responsabilità di questo dicastero era proprio quello di far cadere i muri di diffidenza tra le forze armate e la popolazione in generale. Sia l’operazione Strade Sicure che gli interventi immediati, efficienti e molto umani dei militari in situazioni d’emergenza come le alluvioni e i terremoti hanno fatto evolvere in positivo la percezione che la cittadinanza italiana in generale ha del lavoro e delle Forze armate».

 

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