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lunedì 21 ottobre 2019
 
 

Riccardi, le parole di questi anni

02/07/2012  Presentato a Roma il libro "Dopo la paura la speranza" di Andrea Riccardi, con gli editoriali scritti per Famiglia Cristiana. Gli interventi di Monti, Schifani e del cardinal Betori.

Andrea Riccardi nel 2009, quando fu insignito del Premio Carlomagno (Reuters).
Andrea Riccardi nel 2009, quando fu insignito del Premio Carlomagno (Reuters).

Il “Forrest Gump” della politica italiana. Lucia Annunziata definisce così Andrea Riccardi spiegando che “per me è un grande complimento, perché, come Forrest Gump, il ministro Riccardi è genialmente semplice. Dice con molta tranquillità quello che si deve dire”.

Presentando a Palazzo Madama il libro Dopo la paura la speranza (Edizioni San Paolo), la giornalista spiega che il volume, che raccoglie gli editoriali degli ultimi due anni scritti da Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana, è una sorta di “diario di bordo, un libro serenamente inquietante che pone le coordinate per capire la complessità del nostro Paese”. 

Il padrone di casa, il presidente del Senato Renato Schifani, introduce le riflessioni di un tavolo di tutto rispetto: dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, al premier Mario Monti, allo stesso Riccardi. “È un libro che racconta l’Italia, la nostra terra con i suoi talenti”, dice Schifani, per poi insistere sulla “credibilità che la politica deve riguadagnare. Questo recupero di credibilità passa per un nuovo rinascimento”. 


Si parla di politica, del ruolo dell’Italia e dell’Europa, di globalizzazione. “La paura è nata dalla globalizzazione”, insiste Monti, “ma questo è un paradosso perché l’Europa è l’unica ad aver inventato uno strumento per gestire la globalizzazione: la  Comunità europea con l’eliminazione degli ostacoli agli scambi e con il coordinamento delle politiche pubbliche. Il G8, il G20 seguono questa formula. È un peccato allora che l’Europa prenda paura dalla globalizzazione avendo lo strumento per governarla”.


L’Europa, e in essa l’Italia, hanno un ruolo decisivo per il resto del mondo. Ma occorre riprendere la marcia giusta. “L’Italia non ha bisogno di fervorini”, aveva detto poco prima il cardinale Betori nel suo intervento, “ma di progetti concreti, ha bisogno di essere lanciata verso traguardi che solo la speranza può sorreggere”. Una speranza, ha insistito il cardinale, che è “diversa dall’utopia. La vera speranza può guarirci dalla paura e dalla solitudine”. 


“Ma c’è qualcosa di più terribile della paura”, ha sottolineato Monti, “ed è la speranza infondata. In questi anni si è assecondata l’idea del tirare a campare, si è immessa nella mente dei cittadini la sensazione che il nostro è un Paese con mille risorse, compreso l’estro, e che quindi ce la caviamo sempre. Ma, anche a scapito di una perdita breve e temporanea di speranza, dobbiamo dire che occorre affrontare i problemi”.

Il premier Mario Monti a Kiev, per la finale degli Europei di calcio, con Michel Platini e il principe Felipe di Spagna (Reuters).
Il premier Mario Monti a Kiev, per la finale degli Europei di calcio, con Michel Platini e il principe Felipe di Spagna (Reuters).

“La vera paura che dovremmo avere”, ha continuato il premier, “è invece quella di rendere un cattivo servizio alla democrazia continuando a dire che le democrazie parlamentari non sono più in grado di dare risposte rapide, mentre un governo come quello cinese sembra in grado di generare risultati. Stiamo rendendo i cittadini scettici verso la bontà della democrazia e forse un giorno rassegnati a fare altri esperimenti”. Con problemi sempre più complessi “e risposte che chiedono sempre più tempo, ci troviamo in una società dove i media hanno un ruolo centrale e dove conta la rapidità delle risposte, c’è un accorciamento della pazienza per l'azione di governo”. In questo contesto è facile perdere la speranza, ma “ho visitato Sant’Egidio”, ha ricordato Monti, “e ho visto quanta speranza c’è nelle cose che fanno. Per questo ho preso un frammento fondante della comunità come il ministro Riccardi e l’ho voluto nel Governo, perché continui a darci questa speranza”. 

Speranza che traspare da tutti i capitoli del libro, da quello che affronta il tema della guerra in Afghanistan a quello che parla dell’unità d’Italia, del gioco d’azzardo, dei massacri in Nigeria. “Ho scritto questo libro”, ha spiegato Riccardi al termine della tavola rotonda, “perché manchiamo drammaticamente di parole per capire il nostro tempo. Si tratta di una testimonianza di un modo semplice ma concreto di leggere la realtà come un tempo irto di difficoltà ma anche positivo. Si tratta di dare un messaggio di speranza nella complessità dei problemi. Il presidente Schifani ha parlato di un nuovo rinascimento, io parlerei della ripresa di un umanismo italiano che è la capacità di stare nel mondo con realismo e con una prospettiva”.

"Le cose non sono semplici, ma stiamo lavorando seriamente", aveva detto Monti sottolineando anche l'importanza di un dicastero "tagliato su misura per Riccardi, un incrocio fra cooperazione internazionale e integrazione. Perché molte delle paure derivano anche dal diverso che si è avvicinato e da una politica che, invece di essere leadership, ha seguito e inseguito le paure dei cittadini. E' successo un po' in tutta Europa dove un Continente con la massima integrazione rischia di disgregarsi. Per questo è importante il ruolo di un ministro che è anche molto conosciuto all'etero. In posti dove non conoscono neppure il nome di un italiano famoso, forse neppure quello di qualche calciatore, mi chiedono, quando vado, 'come sta Andrea Riccardi?'".

E a proposito di calcio, Monti ha sgombrato il campo da ogni dubbio: "Ho cantato l'inno", ha detto rispondendo a una domanda dell'Annunziata, "ma reputo la domanda fuori luogo. Abbiamo il vizio di banalizzare, invece che di affrontare i veri problemi. Oggi che una personalità pubblica canti o no l'inno ha molta importanza, qualche decennio fa non si usava cantarlo. Non per questo abbiamo avuto uomini di Stato di livello inferiore a oggi".

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