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martedì 10 dicembre 2019
 
La recensione
 

Roma: tre Oscar tra cui quello come miglior film straniero

25/02/2019  E poi miglior regia ad Alfonso Cuaròn e miglior fotografia. Un film pulsante di vita vera e commozione: lo spaccato storico, filtrato dal ricordo, ma ancora attuale, di un Messico in subbuglio dove il progresso è per pochi e i più sono stritolati dal bisogno. Di nuovo nelle sale e su Netflix

ROMA DI ALFONSO CUARON - LA RECENSIONE  

Ritratto di famiglia. La scuola, l’amore, i figli, i litigi, la vita di ogni giorno, raccontati attraverso lo sguardo di una domestica. Lei pulisce, si prende cura dei piccoli e cerca di ritagliarsi un suo spazio. È una testimone che diventa protagonista, una ragazza comune che alterna lavoro e tempo libero, doveri e passioni.

Il titolo non inganni, non c’entra la nostra capitale, Roma è un quartiere di Città del Messico, e Roma (il film) pulsa di vita vera, è un flusso inarrestabile di commozione, forse il primo capolavoro in concorso alla Mostra di Venezia. Un film che vale una carriera, costruito sui piccoli gesti, senza una storia apparente. Viene messo in scena il quotidiano, con le fatiche e il coraggio di chi vuole guardare al futuro senza perdere la speranza, nonostante tutto. Il fulcro sono le donne: la padrona di casa abbandonata dal marito e la sua governante. Si sostengono a vicenda, trovano conforto l’una nell’altra.

Dietro la macchina da presa c’è Alfonso Cuarón, il regista di Gravity, che questa volta dallo spazio ci porta nel Messico degli anni Settanta.  È la sua opera più intima, umana, che si ispira alla sua infanzia. Non lo fa con spirito nostalgico, è come se volesse tenersi a distanza, per lasciare allo spettatore la libertà di identificarsi. Costruisce un affresco di grande potenza, con movimenti lenti e dialoghi misurati. La frenesia de I figli degli uomini è lontana, qui l’azione è dilatata, e le immagini talvolta offrono squarci di rara bellezza. Roma procede per opposti: contrappone la città alla campagna, la borghesia a chi è più povero. E alla fine sembra voler trasmettere un messaggio di uguaglianza mai raggiunta, ma necessaria: tutti siamo fratelli davanti alla sofferenza, alle lacrime versate per essere rimasti soli.

La sequenza all’interno della sala cinematografica è una delle più forti. Sul grande schermo passa una commedia, in primo piano una giovane e il suo amante, abbracciati. Lei ha un bambino in grembo, lui le mormora qualcosa, deve andare in bagno. Si scioglie dall’abbraccio, in silenzio, e si allontana. Ma il suo in realtà è un abbandono. Lei non lo rivedrà mai più.

Il Messico, con i suoi fermenti politici, non riesce ad aiutare la sua gente. Cuarón lo descrive come una terra troppo ancorata a un passato di miseria. Il progresso è per pochi, mentre i più sono stritolati dal bisogno. Per le strade le nuove generazioni manifestano contro il governo, contro chi ha rubato loro i sogni. Si lacerano in una guerriglia furiosa, sfidando la quiete dei quartieri alti.

Roma è lo spaccato storico ma ancora attuale di un Paese in subbuglio, e forse molto di più. È un saggio sullo scorrere dei decenni, sull’impotenza delle emozioni e dei sentimenti. I conflitti domestici, la gerarchia sociale, la voglia di redimersi, la paura di perdere le proprie radici: sono tanti i temi affrontati, con un bianco e nero da brivido. Applausi a scena aperta.

IL TRAILER DEL FILM

(foto in alto: Alfonso Cuarón, Reuters)

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