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domenica 23 febbraio 2020
 
Come si vive nei “campi” intorno alla capitale
 

Roma e i rom, segregazione (razziale)

25/11/2013  La nuova Giunta Marino ha già dichiarato chiusa la disastrosa stagione della “politica dei campi” perseguita dall’amministrazione che l’ha preceduta. Ma ora si attendono i fatti concreti.

Miriana Halilovic nel campo di Salone, alla periferia di Roma. In copertina, il campo di Castel Romano - Foto Amnesty Internazional.
Miriana Halilovic nel campo di Salone, alla periferia di Roma. In copertina, il campo di Castel Romano - Foto Amnesty Internazional.

«Il mio piccolo continua a chiedermi: quand’è che ce ne andiamo via di qui? Perché noi non abbiamo una casa? Non possiamo vivere in queste condizioni. Che cosa dovrei dire a mio figlio? Che gli altri sono meglio di noi?». Miriana Halilovic, cittadina italiana come la metà dei rom che vivono in Italia, è sposata ed è madre di quattro figli, comprese due gemelle nate a metà del 2013.

Dopo lo sgombero forzato da un campo informale nel 2010, la famiglia è stata trasferita in una piccola roulotte nel campo autorizzato di Salone a Roma: «Ci hanno trasferito dal Casilino 900, ci hanno detto che sarebbe stato per poco tempo. Adesso sono tre anni e mezzo che sto qui, siamo isolati dal mondo intero. L’aria è fetida e le fogne sono sempre rotte. Nel 2012 c’è stata un’epidemia di epatite A: c’erano tante ambulanze nel campo, si sono ammalati più di 15 bambini. Voglio che i miei figli abbiano una vita stabile, non come la mia».

Definendoli in modo strumentale quanto erroneo “nomadi”, da anni il Comune di Roma ha trasferito 4.000 rom senza casa in container e roulotte sovraffollati all’interno di campi monoetnici, lontani dai servizi pubblici e dai mezzi di trasporto.

È questa la filosofia alla base del costoso “Piano nomadi” del 2008 dell’ex sindaco Alemanno. Spostati sempre più all’esterno della città, dove la segregazione spaziale e abitativa diventa ghettizzazione sociale e culturale. In particolare, i giovani – il 40% dei rom in Italia è in età scolare – cresciuti ai margini della città soffrono maggiormente l’esclusione sociale di cui è vittima l’etnia a cui appartengono.

Lo spiega bene Hanifa, 23 anni, che da tre anni vive nel campo autorizzato di Castel Romano con suo marito e cinque figli: «Hanno tolto la fermata dell’autobus. È come stare in prigione. Se non hai l’automobile puoi anche morire di fame».

La mappa dei campi rom intorno a Roma, progressivamente spostati all'esterno della città.
La mappa dei campi rom intorno a Roma, progressivamente spostati all'esterno della città.

«Il governo nazionale ha riconosciuto che grandi campi segregati hanno rovinato la vita di generazioni di rom»

È il ripetersi di una scelta italiana sbagliata, quella dei campi “nomadi” per famiglie che non sono più nomadi da vari decenni. Questo sistema alloggiativo segregato viene infatti usato anche come soluzione abitativa di lungo periodo: molte famiglie vivono nei campi autorizzati da oltre 15 anni.

Sognando la casa: «Dopo 12 anni, non so più qual è il problema. Ho fatto tutto quello che era richiesto, presentato tutte le domande», spiega Georgescu, panettiere, che mantiene una famiglia allargata di 11 persone. «Se i non-rom possono almeno sperare di accedere alla scarso numero di case popolari disponibili, i rom dei campi vengono esclusi a causa di criteri di assegnazione per loro impossibili da soddisfare e dai quali sono stati di recente espressamente esclusi».

È questa la denuncia che arriva dal rapporto “Due pesi e due misure: le politiche abitative dell’Italia discriminano i rom”, realizzato da Amnesty International. Secondo l’associazione, «le autorità comunali di Roma hanno portato avanti un sistema a doppio binario di assegnazione degli alloggi popolari che sta negando a migliaia di rom l’accesso a un alloggio adeguato».

Per oltre un decennio, per la priorità nelle domande di casa popolare, il richiedente doveva dimostrare di essere stato legalmente sfrattato da un alloggio privato in affitto: per i rom residenti, gli sgomberi con la forza di questi ultimi anni non venivano considerati tali, poiché non avvenivano mai attraverso procedure terminate con un’ordinanza amministrativa o una sentenza di tribunale. Che, per altro, è proprio uno dei motivi per cui le amministrazioni italiane sono state criticate in questi anni da istituzioni europee e internazionali.

Alla fine del 2012, è stato introdotto un nuovo criterio per dare priorità alle persone che si trovavano in gravi condizioni di svantaggio, ospitati a titolo provvisorio in strutture di enti caritatevoli o dallo stesso Comune di Roma. Quando i rom residenti nei campi hanno iniziato a presentare domande, l’amministrazione municipale si è affrettata a chiarire, con una circolare, che quel criterio non si applicava nei loro confronti.

Condannati a vivere nei campi, nonostante che – sottolinea John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia Centrale – «anche il governo nazionale abbia chiaramente riconosciuto che grandi campi segregati hanno rovinato la vita di generazioni di rom».

Uno scorcio del campo Nuova Barbuta, a Roma - Foto Amnesty International.
Uno scorcio del campo Nuova Barbuta, a Roma - Foto Amnesty International.

«Non stiamo chiedendo che ai rom venga data priorità, ma che abbiano uguali possibilità»

  

A fine ottobre, Amnesty International ha incontrato la nuova amministrazione di Roma, che ha comunicato la fine del “Piano nomadi” e della circolare discriminatoria. «Ora deve far seguire azioni concrete», commenta l’associazione. «La segregazione delle famiglie nei campi potrà terminare solo quando esse potranno accedere in condizioni di uguaglianza ad altre forme di alloggio, compresi quelli pubblici».

Dalhuisen ci tiene a chiarire un punto: «Non stiamo chiedendo che ai rom che vivono nei campi venga data priorità nell’accesso alla limitata disponibilità di alloggi pubblici della capitale. Chiediamo che abbiano uguali possibilità, senza tener conto della loro etnia».

La stessa Amnesty sottolinea come per la crisi economica stia crescendo la pressione sull’edilizia residenziale pubblica: aumenta il numero delle famiglie in povertà e per circa tre milioni di loro il costo degli alloggi supera il 40% del loro reddito. Gli sfratti sono drasticamente aumentati, in gran parte per l’impossibilità di pagare l’affitto a causa della disoccupazione. In più, negli ultimi anni le agevolazioni sugli affitti sono state tagliate.

C’è un altro elemento su cui riflettere. Da decenni, il patrimonio immobiliare pubblico si è progressivamente ridotto: ora in Italia è il 5% del patrimonio immobiliare complessivo, in Francia, invece, è il 17%, nel Regno Unito e in Svezia il 18, il 23 in Austria e il 32% in Olanda. Attualmente, l’edilizia residenziale pubblica non gode di fonti di finanziamento costante e gli istituti per la casa faticano a garantire manutenzione e gestione delle proprietà alloggiative pubbliche.

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