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mercoledì 27 gennaio 2021
 
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San Colombano, l'abate pellegrino visto da Enzo Bianchi

23/11/2020  Il monaco irlandese andò in Francia, Svizzera e Italia Settentrionale, creando e organizzando comunità ecclesiastiche e fondando vari monasteri. Fu uno straordinario protagonista di quel pellegrinaggio “pro Domino” che costituì uno dei fattori dell'evangelizzazione e del rinnovamento culturale dell'Europa

Monaco ed evangelizzatore, amante della solitudine del deserto e fondatore di monasteri cenobitici, interlocutore di re e di papi, uomo d’azione nella società civile del suo tempo, Colombano è un eterno pellegrino. Dalla sua terra d’origine, l’Irlanda, si reca in Bretagna, quindi in Gallia, da qui in Svizzera per passare poi in Italia; ed è in Italia, nel monastero di Bobbio, nella valle del Trebbia, che Colombano passa da questo mondo al Padre, concludendo il suo pellegrinaggio terreno. “Lasciando la tua patria, alla Patria ritorni”, canta l’inno primo in suo onore. Conosciamo la vita di Colombano grazie all’opera del suo biografo, Giona, monaco del monastero di Bobbio, che non conobbe personalmente il fondatore del suo monastero, ma visse con i suoi compagni, ne raccolse i ricordi e nel 640, cioè circa venticinque anni dopo la morte del santo, ne scrisse la biografia. “La Vita di Colombano”, afferma De Vogüé, “vuol essere innanzitutto un’epifania della potenza di Dio”. Per Giona la biografia del santo non si conclude con la sua morte; essa si prolunga naturalmente nel racconto della vita dei suoi discepoli; l’eredità lasciata da Colombano è data, oltre che dai suoi scritti, dagli uomini e dalle donne che vivono secondo i suoi insegnamenti.

Dopo anni di vita monastica parte in pellegrinaggio con 12 compagni

Colombano nacque nel regno di Leinster, nell’Irlanda centro-orientale, verso il 525-530, ma forse la data di nascita va fatta slittare fino al 540. Assai dotato per gli studi, a vent’anni ha l’incontro con “una donna consacrata a Dio” che segna il suo cammino. Così lo ammonisce la religiosa: “Io sono fuggita e sono partita per la guerra facendo tutto quanto mi era possibile. Ho lasciato la mia casa quindici anni fa e sono giunta in questo luogo di peregrinazione; mai, grazie all’aiuto di Cristo, dopo aver messo mano all’aratro, mi sono voltata indietro (…) Ma tu, nel pieno ardore giovanile, ti attardi nella terra nativa, lasciandoti trascinare, che  tu lo voglia o no, dalla tua fragilità (…) Fuggi, fuggi, ragazzo! Evita il precipizio in cui sai che sono caduti in molti”. Poco dopo Colombano partì, vincendo le resistenze materne, e si recò presso un certo Sinell, un sant’uomo timorato di Dio, che lo introdusse allo studio della Scrittura. In seguito, attratto dalla vita monastica, si recò a Bangor, nel monastero presieduto da Comgall. Qui, narra la Vita, “rinunciando a se stesso e prendendo la propria croce, comincia a seguire Cristo. Colui che un giorno diventerà maestro di altri (…) impara ciò che poi insegnerà a mettere in pratica”. A Bangor ricevette l’ordinazione presbiterale. Dopo molti anni di vita monastica, sentì l’appello alla peregrinatio, l’esilio volontario, abbandonando patria, lingua, costumi, sulle orme di Abramo. Partì con dodici compagni e, dopo un breve soggiorno in Britannia, si diresse verso la Gallia, dove, al termine di alcuni anni di peregrinazioni, si stabilì ad Annegray, nel cuore dei Vosgi. Di poco successive sono le fondazioni di due comunità: una in un luogo dirupato nei pressi di un’antica città termale ormai abbandonata, Luxeuil, e un’altra nella vicina località di Fontaine. È in questi anni che redige una prima stesura delle sue due Regole, la Regola dei monaci e la Regola cenobitica, e il Penitenziale, testi sconcertanti, a dire il vero, che hanno indotto a definirlo come un uomo duro,  implacabile, intransigente, disumano nella sua severità verso se stesso e verso i suoi fratelli e a descrivere il suo monastero come un carcere, nel quale ogni minima infrazione era severamente punita,  frequentemente con battiture.

Un uomo rude capace di profonda tenerezza

  

La legislazione di Colombano si eclisserà di fronte alla Regola di Benedetto a motivo del suo carattere di estraneità e di eccessivo rigore. Ma quest’uomo focoso, rude, era capace di profonda tenerezza. Colombano fonda numerose comunità cenobitiche, ma resta solitudinis amator, amante della solitudine, come lo definisce Giona. Una decina di volte la sua biografia lo mostra nel deserto, con uno o due compagni e racconta che prima delle feste liturgiche si ritirava in totale solitudine per dedicarsi alla preghiera, lontano da ogni preoccupazione. Resta vivo in lui, tuttavia, il desiderio di servire la Chiesa, di evangelizzare i popoli pagani. In una lettera a un suo fratello scrive: “Tu ben sai che io amo la salvezza di molti e per me stesso il nascondimento: la prima cosa a vantaggio del Signore, cioè della sua Chiesa, l’altra per il desiderio che ho di Lui”. Fin dalla sua partenza dall’Irlanda, desidera annunciare il Vangelo in Gallia; più tardi, in Svizzera, sogna di seminare la Parola di Dio tra i pagani ma ne è distolto dall’apparizione di un angelo che lo invia in Italia, dove non si tratterà più di evangelizzare i pagani, ma bensì di lottare contro l’eresia ariana. Giona si compiace nel raccontare i miracoli compiuti dal santo; il quale non solo si china sugli uomini per guarire le loro malattie, ma si mostra amico e fratello anche degli animali, manifestando di aver ritrovato la pace di Adamo con la creazione nel giardino dell’Eden.

Peregrinare per lui significa portare l'Irlanda con sé

Ma Colombano è costretto a riprendere la sua peregrinazione. Nonostante avesse abbandonato la terra d’origine, egli resta integralmente irlandese, propenso a imporre la propria tradizione religiosa piuttosto che adattarsi al nuovo ambiente. Per lui “pellegrinare significava portare l’Irlanda con sé”. La sua volontà di imporre usi popolari e liturgici irlandesi – la consuetudine di pregare sul salterio di Girolamo invece che sull’antico salterio romano, la forma della tonsura “druidica”, il calcolo della data di Pasqua secondo la tradizione irlandese – provocò tensioni e inimicizie. Scrisse a papa Gregorio chiedendo il suo appoggio, scrisse nuovamente a papa Sabiniano, ma si rifiutò di comparire davanti al sinodo convocato nel 602 dai vescovi della Chiesa di Lione. Qualche anno più tardi i suoi vigorosi rimproveri all’incontinenza del giovane re Teodorico e la sua opposizione all’accesso al trono dei suoi figli illegittimi gli procurarono l’ostilità del sovrano. Esiliato a Besançon, fugge ma viene di nuovo preso e condannato a ritornare in Irlanda. Condotto a Nantes, riuscì a fuggire e raggiunse dapprima Tuggen, sul Lago di Zurigo, e poi Bregenz nell’autunno del 611. L’anno seguente riprese la sua peregrinazione, questa volta verso l’Italia. Ed è in Italia che ebbe luogo la sua ultima fondazione, a Bobbio, nella valle del Trebbia. Vi si recò nell’autunno del 614. Il 23 novembre del 615 Colombano partì per l’ultimo viaggio verso il regno celeste.

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