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Marco e Miriam: «Il sì per sempre? Una sfida gioiosa»

14/02/2014 

«Ci sono quelli che vanno per mare con poco vento e lo attraversano. Così fanno, ma non lo attraversano. Il mare non è una superficie. È dall’alto in basso l’abisso. Se vuoi attraversare il mare, fai naufragio». Probabilmente il grande mistico tedesco Meister Eckhart non è molto gettonato nei corsi di preparazione al matrimonio. Eppure, questa riflessione si potrebbe adattare benissimo al senso del matrimonio cristiano: una sfida, la follia delle follie, un naufragio felice dove hai corso il rischio (e che rischio!, direbbe quel cattolico gaudente di Chesterton)  ma hai attraversato il mare.  Cioè, hai amato, vissuto.

Marco e Miriam
hanno deciso in fretta di far "naufragio". Si sono conosciuti alla Scuola diocesana di formazione politica il 9 marzo dello scorso anno, «alle tre del pomeriggio», chiosa lui, il 14 settembre prossimo si sposeranno. Papa Francesco ha convocato anche loro a Roma, insieme a migliaia di altre coppie di fidanzati, per San Valentino. Titolo dell’incontro: "La gioia del sì per sempre". 
Gioia? O non piuttosto timore, tremore? «Il sì definitivo è una sfida e soprattutto un impegno», risponde Marco,  «sappiamo che la partita inizia qui e finirà nell’eternità». Gli fa eco Miriam: «Le cose definitive all’uomo fanno paura», dice, «la gioia deriva dall’arrendersi alla volontà di Dio, quella persona te l’ha messa accanto Lui. La gioia è tutta qui, in fondo: fare quello che Dio vuole per te, a volte è difficile certo, le paure sono umane, il difficile è vincerle». 

Li incontro  nella cattedrale di Massa, la loro città. Si guardano spesso negli occhi, lui ogni tanto le prende la mano, parlano con pudore di tutto. Compreso il sesso, quel recinto sacro dove il mondo autorizza, anzi rivendica, il diritto di entrare con gli scarponi e il cristiano preferisce che lo si faccia in punta di piedi perché è lì che l’amore si apre al mistero dela vita. «Viviamo la castità», sussurra Marco, «ne abbiamo parlato tra di noi, anche con gli amici. Ci piace il pudore. È un’attesa prolifica, ma non vuol dire non provare attrazione anche fisica verso la propria compagna, quella  è la morte dei sensi! È una preparazione, dentro c’è un trasporto, un desiderio d’incontro, anche carnale, che però ha i suoi tempi che vanno rispettati, non è strano».
Miriam  è consapevole che, visto da fuori, sia  un tabù difficile da comprendere: «Per noi che lo viviamo non lo è», spiega, «spesso gli amici ci dicono: "E se ti trovi male? Se non lo vivi come fai a dire che ti piacerà o meno?" Ma se una persona la conosci nell’intimo, è impossibile non trovare intesa anche in quello».  

Marco, che fa pratica legale e a dicembre farà l’esame di avvocato, è un volontario del Movimento per la Vita. Miriam è laureata in Disegno industriale a Firenze e ora lavora in una ditta d’arredamenti a Massa, ora in crisi. «Il lavoro stabile e sicuro non ce l’abbiamo, le difficoltà non mancano», dice.

Alla fede arrivano da percorsi differenti: lui a 22 anni, dopo una conversione arrivata in confessionale («Lì ho capito che Dio è un padre che mi ama così come sono»), lei ha cominciato da piccola, col catechismo, e ora frequenta il gruppo giovani della sua parrocchia di San Sebastiano. Entrambi fanno volontariato e hanno un padre spirituale che li segue. Percorsi e temperamenti diversi per giungere a credere.
Forse ha influito anche questo nel rapporto? «Poco», dice Miriam. «Diciamo che siamo come Pietro e Giovanni che il mattino di Pasqua corrono al sepolcro di Gesù e Giovanni corre più veloce», spiega Marco, «da neoconvertito a volte volo un po’ più alto, c’è un fremito diverso».

A fare la prima mossa è stato lui. «Dopo averla notata alla prima lezione della Scuola  le ho mandato un messaggio su Facebook per chiederle di prenderci un caffè», racconta. E Miriam accetta. Cominciano a frequentarsi: «Ogni scusa era buona per vederci», sorride lei.
Il 12 settembre, onomastico di Miriam, lui la invita a cena, poi vanno a fare una passeggiata davanti al castello di Massa, legge una lettera e le chiede di sposarlo. Qualcuno gli consiglia un periodo di convivenza prima dell’altare. «Non l’abbiamo mai presa in considerazione, essere in prova non ci piace», dicono ironici.

Sono mesi belli  e al contempo difficili: ad agosto Marco fa incidente col suo scooter, a novembre muore il papà. Ma c’è anche la vacanza a Pitigliano, il corso per fidanzati ad Assisi dove, dice Miriam, «abbiamo fatto il pieno di speranza». In tutto questo, «Miriam mi è sempre stata vicino, ha accolto anche il mio nervosismo,  i miei difetti, il non essere presente. Sono cose che uniscono perché ti fanno capire che su quella persona puoi fondare la tua vita», spiega Marco, «all’inizio, nell’innamoramento, c'è un’effervescenza che fa sognare, poi arrivano le difficoltà. Averle superate insieme dice che la nostra scelta è stata giusta, buona». Diceva Chesterton che «la famiglia è il test della libertà, perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé». Marco e Miriam sono  il ritratto della libertà. E della felicità, anche.   

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