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Misteri dell'arte
 

Segreti e avventure della Gioconda

29/04/2017  A Ulisse. Il piacere della scoperta, in onda sabato 29 aprile su Rai 3, si parla del celebre dipinto di Leonardo da Vinci: chi era veramente, perché sorride in questo modo, quante traversie ha subito nei sei secoli della sua storia

È sicuramente il dipinto più celebre al mondo, osannato, riprodotto, citato: così familiare e immenso che quando i visitatori se lo ritrovano di fronte al Louvre, nelle sue dimensioni contenute, protetto da un vetro e con un cordone che tiene a distanza la folla di turisti, quasi ne rimangono delusi. Nella puntata di stasera di Ulisse – il piacere della scoperta, Alberto Angela ci conduce  in un viaggio dentro al sorriso enigmatico di Monnalisa andando sui luoghi in cui Leonardo visse e dipinse i suoi capolavori per capire  che cosa ha di così unico e speciale questa donna che da 6 secoli ammalia tutto il mondo. Dipinto tra il 1503 e 1506 il quadro, stando alle descrizioni di Vasari, rappresenterebbe la moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo, ovvero Lisa Gherardini (da cui deriva l’altro nome dell’opera, Monnalisa). Vasari scrisse che "Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableò". Secondo le fonti storiche, il quadro ritraente la Gherardini Leonardo non lo consegnò mai al committente ma lo tenne con sé durante i suoi spostamenti poiché vi si era affezionato in maniera morbosa. Fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, la Gioconda, ma pare che negli anni successivi alla morte di Leonardo (1519), probabilmente il quadro fu riportato in Italia dall’allievo di Leonardo, Giacomo Caprotti, e successivamente riportato definitivamente in Francia. Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles, ma dopo la rivoluzione francese venne spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte lo fece mettere nella sua camera da letto, ma nel 1804 tornò al Louvre.

La Gioconda in mostra nella Galleria degli Uffizi di Firenze, anno 1913. Il direttore del Museo Giovanni Poggi (a destra) controlla il dipinto
La Gioconda in mostra nella Galleria degli Uffizi di Firenze, anno 1913. Il direttore del Museo Giovanni Poggi (a destra) controlla il dipinto

Il quadro è stato nel tempo oggetto di vandalismi e persino di un clamoroso furto. Il dipinto scomparve dal Louvre  la notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, prima di un giorno di chiusura del museo. La notizia del furto fu ufficializzata solo il giorno dopo, anche perché all'epoca non era infrequente che le opere venissero temporaneamente rimosse per essere fotografate. Era la prima volta che un dipinto veniva rubato da un museo. Fu sospettato il poeta francese Guillaume Apollinaire che venne arrestato perché aveva dichiarato di voler distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto all'arte nuova. Persino  Pablo Picasso venne interrogato.  Per due anni del quadro non si seppe più nulla fino a quando  un ex-impiegato del Louvre, Vincenzo Peruggia, italiano, si presentò a Firenze da un antiquario per restituire all’Italia  un dipinto che gli apparteneva, chiedendo come riscatto la somma di 500.000 lire, uno sproposito per l’epoca.  L’antiquario incotnro l’uomo al terzo piano dell'Hotel Tripoli, in via de' Cerretani (albergo che poi cambiò il nome proprio in Hotel Gioconda), accompagnato dall'allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi. I due si accorsero che l'opera era autentica e avvisarono al polizia. Il ladro, processato, venne definito "mentalmente minorato" e condannato ad una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotti a sette mesi e quindici giorni. Per difendersi dichiarò che il dipinto appartenesse all'Italia credendo che fosse stato rubato da Napoleone. Ricostruì anche la dinamica del furto: aveva trafugato il dipinto rinchiudendosi nella notte  in uno sgabuzzino. Al mattino era uscito dal museo con il quadro sotto il cappotto e prendendo poi un taxi.  Sistemò poi l’opera in una valigia sotto il letto di una pensione di Parigi, la custodì per ventotto mesi e successivamente la portò in Italia. Approfittando del fatto che la tela si trovava in Italia furono organizzate una serie di esibizioni prima agli Uffizi a Firenze, poi all'ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese  prima di tornare al Louvre.  Nel 1956, la parte inferiore del dipinto venne seriamente danneggiata a seguito di un attacco con dell'acido. Diversi mesi dopo qualcuno lanciò un sasso contro il dipinto: attualmente viene esposto dietro un vetro di sicurezza che l’ha protetto anche dal lancio di una tazza con cui una visitatrice russa cercò di colpirla nel 2009.

 

Di questa tela, oltre al paesaggio sullo sfondo, all’armonia delle mani, alla perfezione dell’abito, colpisce soprattutto l’espressione della donna, che accenna un sorriso enigmatico, che cambia a seconda del punto di osservazione. Anche l’identità del soggetto ritratto è oggetto di studi controversi. Il ricercatore Silvano Vinceti,  presidente del Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali, ha sostenuto che sia l’incrocio tra la Gherardini e l’allievo prediletto di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì, spesso usato dal maestro come modello, anche per i ritratti femminili, per i suoi tratti androgini. È lui per esempio l'Angelo Incarnato della Sant'Anna e del San Giovanni Battista che mostra una straordinaria somiglianza con la Gioconda.  Questa ipotesi viene rafforzata dalla scoperta delle lettere "S" e "L" dentro gli occhi della Gioconda e del numero 72 sotto una delle arcate del ponte presente sullo sfondo del dipinto. Secondo Vinceti la S rinvia al Salai, la L a Lisa Gherardini. Infine il numero 72, secondo la tradizione cabalistica, che Leonardo conosceva profondamente, tra i vari significati, rimanderebbe a una armoniosa sintesi fra l’uomo e la donna. Precedente e forse ancora più azzardata l’ipotesi che  la Gioconda sia in realtà un autoritratto dello stesso Leonardo.  

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