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giovedì 22 ottobre 2020
 
 

Federculture: «Senza cultura l'Italia si perde»

02/07/2013  Roberto Grossi, presidente di Federculture, lancia l'allarme: «Gli italiani rinunciano alla cultura, perché sono più poveri ma anche perché se ne offre meno. Ci siamo illusi che per attirare il mondo ci sarebbero bastati il Colosseo o la torre di Pisa, ma non è più così».

Roberto Grossi, presidente di Federculture
Roberto Grossi, presidente di Federculture

Pompei che crolla, il Colosseo che chiude a singhiozzo, i musei del mondo che sorpassano il Belpaese sono lo specchio dell'Italia com'è e come non dovrebbe essere. A dirlo per primo è Roberto Grossi, presidente di Federculture, che ha comunicato dati inquietanti. Gli italiani spendono meno in cultura e i turisti vanno altrove. Solo questione di crisi o c'è dell'altro?

Presidente Grossi, pochi soldi o anche altro?
«Pochi soldi certo, famiglie che arrivano a fatica alla fine del mese e prima di permettersi un teatro ci pensano due volte, giovani sempre più disoccupati che andrebbero volentieri a un concerto, ma non possono. Però c'è anche un altro fatto: l'offerta è diminuita. Diminuiscono le mostre, gli spettacoli... Anche per questo ci si va di meno».

Colpa degli investimenti statali che si contraggono?
«Anche ma non solo. I principali finanziatori di cultura sono stati fino a poco tempo fa gli enti locali, ora non ce la fanno più. Ma le norme nate per razionalizzare le spese in realtà hanno danneggiato anche i casi virtuosi in cui la cultura portava indotto, lavoro, risorse, turisti. Le norme sono troppoo rigide, la burocratizzazione ha complicato le cose. E anche i finanziatori privati scappano. Nel mondo, dove l'autonomia di chi fa cultura è maggiore, i privati accorrono. Invece di norme rigide sarebbe servita autonomia, l'incoraggiamento a una gestione che tenesse d'occhio gli utili e i risultati, magari premiando il migliore rendimento. Se le norme impediscono di sostuire i custodi che vanno in pensione e anche di pagare gli straordinari già fatti a quelli che sono rimasti, come si fa a garantire il funzionamento del Colosseo?».

Sono crollate anche le sponsorizzazioni?
«Sì, se il proprietario pubblico è il primo a mostrare di non credere nelle potenzialità di una sua risorsa culturale, come può pretendere che ci creda un privato. Serve progettualità, qui non ce n'è».

Ci siamo seduti? Ci siamo illusi pensando che Venezia, Roma e Firenze si sarebbero autopromosse per il solo fatto di esistere?
«Purtroppo sì. E invece negli anni Settanta l'Italia era la prima meta di turismo al mondo e oggi sta scivolando in sesta posizione. Mentre il turismo complessivo nel mondo sta crescendo. Non è una bella notizia, nella cultura c'è la nostra identità storica, ma anche il nostro futuro,  una risorsa economica che non dobbiamo perdere. Non possiamo pensare di relegarlo a un eterno stato di emergenza, come a Pompei».

Che fare?
«Darsi con urgenza una strategia, decidere che Paese si vuole diventare, decidere quale modello di sviluppo si vuole incarnare. Decidere anche se si vuole investire in una risorsa per il futuro, dove futuro è futuro anche economico di patrimonio artistico da far rendere, ma anche futuro dei nostri figli: la scuola che diamo loro, una cultura che non sia privilegio di pochi è garanzia di un futuro migliore per loro, non solo più ricco ma anche più sano. Basti pensare che la cultura e il senso critico sono l'arma migliore contro l'attrazione fatale esercitata dalle mafie e dall'illegalità diffusa. Ma ci vuole un progetto».

Senza si va in direzione ostinata e contraria?
«Non volevo dirlo, ma a pensar male si potrebbe anche chiedersi se non ci sia stato, nel non fare, un progetto contrario, se non ci stiano rimbambendo».

 
 
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