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venerdì 06 dicembre 2019
 
Arte e politica
 

Sgarbi: «Caravaggio? Rivoluzionario come Umberto Bossi»

05/12/2015  Terza tappa del viaggio del critico d’arte tra i tesori d’arte d’Italia: dal divino Michelangelo a Caravaggio, passando per i Naturalisti lombardi, Pontormo e Rosso Fiorentino. La rivoluzione caravaggesca? «Simile a quella del Senatùr quando scese a Roma e travolse linguaggio e liturgie della politica italiana», dice Sgarbi

«Caravaggio? Come il Bossi delle origini, un leghista riuscito. Matteo Salvini farebbe bene a studiarlo». Per spiegare il suo ultimo libro Dal cielo alla terra. Da Michelangelo a Caravaggio (introduzione di Luca Doninelli, Bompiani, pp. 448, € 24) Vittorio Sgarbi ricorre a un paragone fantasioso con cui riesce a spettacolarizzare la sua attività di critico globetrotter. «Ad una mostra di alcuni anni fa paragonai il Caravaggio al Senatùr il quale quando arrivò a Roma sconvolse i ritmi della politica romana come il grande pittore terremotò il naturalismo pittorico fino a distruggerlo e aprire una nuova fase della storia dell’arte. Quando De Mita gli diceva in politichese che le “riforme costituzionali devono essere fatte tenendo conto della realtà fattuale”, Bossi rispondeva rude “attaccati al tram”. Ecco, con questa forza Caravaggio ha sconvolto il linguaggio del manierismo, è un leghista che nasce a Milano e scoppia a Roma, un leghista riuscito».

Dopo La lunga avventura dell’arte (2013) e Gli anni delle meraviglie (2014) , ecco questo terzo libro che dopo i fasti della Cappella Sistina, mirabilmente affrescata da Michelangelo, arriva fino alla Conversione di San Paolo del Caravaggio. «Dal cielo di Dio a Saulo di Tarso, che cade da cavallo e resta a terra», spiega.  «Sul piano figurale non si poteva trovare corrispondenza più diretta e precisa. Si inaugura un percorso che si concluderà con De Chirico oppure, ancora meglio, con Fontana nel 1950. Con il taglio della tela di Fontana si stabilisce che non si può dipingere, che è arrivata alla fine. E poi il titolo secco che ho proposto, dal cielo alla terra, è azzeccato. Si è convinta persino mia sorella Elisabetta (ex direttrice editoriale della Bompiani, ndr) che alla fine l’ha lasciato».

Le descrizioni liriche di Sgarbi accompagnano il lettore in un percorso avvincente. In quest’Italia ricca di arte troppo spesso ignorata o considerata addirittura “minore”, Sgarbi ci sta a pennello. Perché la gira tutta da capo a piedi. «Una bellezza spregiudicata», annota Doninelli nella prefazione, «richiede uomini altrettanto spregiudicati».

Qual è il filo rosso di questa nuova tappa?
«Dopo Michelangelo che “nomina il secolo” ecco alcuni suoi allievi smanieristi, tra cui alcuni geni come Pontormo e Rosso Fiorentino, autore di una Deposizione originale nella quale l’artista coglie l’istante subito dopo il distacco di Cristo dalla Croce. Il percorso arriva al primo Naturalismo, un ritorno alla natura messo in atto da Passerotti e Carracci che per primi dipingono la macelleria o il mangia fagioli, soggetti popolari».

Cosa c’è da non perdere in questo viaggio?
«Savoldo sicuramente che è un grande pittore bresciano. Poi il bolognese Passerotti. E Lorenzo Lotto. Il centro del libro  è dedicato al pittore che fa da ponte tra i veneti e Caravaggio: Tintoretto, grande uomo di teatro, uno scenografo, uomo di spettacolo perché fa dei film veri e propri e suggestionò molto Caravaggio. È una figura centrale nel libro».

Prima di calare a Roma, che fa Caravaggio?
«Intorno al 1584-85, l’artista ha è a Milano senza dipingere. A Bologna si immerge nella natura, la realtà delle persone. Davanti a questi pittori Caravaggio si forma e assume gli anticorpi al suo idealismo. Assorbe moltissimo dalla tensione realistica della pittura lombarda di Savoldo o di Lorenzo Lotto. Fino ad arrivare a dipingere I bari, narrazione dei bassifondi della taverna della lupa. Insomma, c’è tanta Padania, come la chiamava Roberto Longhi, in questo libro».  

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