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Siria, scambi di accuse come ai tempi della Guerra Fredda

13/04/2018  Mentre a Washington il Pentagono mette un freno all'intervento militare, il ministro degli esteri russo Lavrov dichiara che a Douma l'uso delle armi chimiche è stato organizzato da forze straniere russofobiche.

È scontro aperto, per ora solo verbale, su quanto è accaduto sabato  7 aprile a Douma, nel Ghouta orientale, lembo insanguinato dell’infinita guerra siriana. Sono state davvero usate armi chimiche contro la popolazione civile, con decine di vittime? Su questo punto non sembrano esserci dubbi e da domani saranno in Siria gli ispettori della Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. Ma, se come tutto lascia credere, le armi chimiche sono state davvero usate, chi le ha utilizzate? Stati Uniti e Francia puntano il dito contro il presidente siriano Assad. Trump, con i suoi soliti modi da cow boy, lo ha definito “animale”, mentre il presidente francese Emmanuel  Macron ha dichiarato di avere le prove che il governo siriano ha attaccato Douma con armi chimiche.

Oggi ha fatto sentire la sua voce il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov. Durante un incontro con la stampa, Lavrov ha detto di avere “prove irrefutabili” che l’attacco con armi chimiche è stato attuato da forze straniere, come parte di “una campagna russofobica” guidata da un Paese, di cui però non ha fatto il nome.

Mentre continuano gli scambi di accuse c’è stata una frenata nella corsa verso l’intervento militare  punitivo che Trump, la Francia e la Gran Bretagna vorrebbero lanciare contro la Siria come rappresaglia per l’attacco di Douma. Dopo il folle tweet di Trump di mercoledì, rivolto non solo ai siriani, ma anche ai russi (“Preparatevi, stanno arrivando i nostri missili belli, nuovi e intelligenti”) ora prevale la cautela.

A Washington il freno a mano è stato tirato soprattutto da Jim Mattis, l’ex generale oggi a capo del Pentagono (il ministero della difesa). Secondo quanto riferisce il New York Times, Mattis vorrebbe una indagine più accurata sui fatti di Douma e, di fronte a una commissione della Camera dei rappresentanti, ha detto: “Stiamo tentando di fermare il massacro di gente innocente, ma sul piano strategico dobbiamo evitare una escalation fuori controllo”. Mattis ha spiegato il suo punto di vista anche a Trump, il quale poi si è mostrato molto più vago sui tempi e i modi di un attacco contro la Siria. L’attacco, secondo Trump, “potrebbe esserci molto presto, o magari non così presto”.

“Conosco personalmente Jim Mattis, di lui ho una stima enorme, e in questo momento credo che la sua sia una delle poche teste pensanti a Washington”, dice a Famiglia Cristiana Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore della Difesa, oggi vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali. “Un attacco militare come quello di un anno fa, quando gli Stati Uniti lanciarono una sessantina di missili contro le basi siriane per rappresaglia a un attacco chimico, sarebbe un’operazione senza senso, un errore da non ripetere. Le forze armate non sono nate per punire i cattivi di turno, ma devono essere lo strumento di una politica. Se non c’è la  politica è inutile usare lo strumento, altrimenti è come dare delle martellate senza sapere dove si picchia”, conclude Camporini.

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