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Siria, speranze di pace

17/03/2016  Il ritiro dei russi, i colloqui di Ginevra, la tregua che regge, Obama e Putin che riprendono a parlarsi… Sono solo indizi ma è più di quanto avevamo poco tempo fa. E nel futuro della Siria…

L’iniziativa di Vladimir Putin, che ha annunciato il ritiro delle forze armate russe dalla Siria pur senza chiarirne fino in fondo tempi e modi, è venuta in qualche modo a rafforzare la speranza che, dopo cinque anni di massacro, si possa finalmente parlare di pace in modo più concreto ed efficace.

Ovviamente la mossa del Cremlino, peraltro uno dei protagonisti dell’escalation militare che ha fatto del 2015 l’anno più terribile di questa guerra, da sola non basterebbe. Ma ci sono anche altre considerazioni. La tregua dichiarata il 26 febbraio, e da cui erano escluse le operazioni contro le formazioni jihadiste dell’Isis e di Al Nusra, ha retto finora più e meglio del previsto. Non sono mancati gli “incidenti”, ma sono stati davvero poca roba rispetto a ciò che tutti prevedevano nel momento in cui fu dichiarata. Un risultato ottenuto grazie a un altro fatto: Barack Obama e Vladimir Putin hanno ricominciato a parlarsi. Amici non lo saranno mai ma le due potenze non potevano chiudere ogni canale di comunicazione. Per fortuna, la linea si è riaperta proprio nel momento più critico, quando le tensioni tra Russia e Turchia rischiavano di coinvolgere persino la Nato e l’impulso di Turchia e Arabia Saudita a intervenire in Siria anche con truppe di terra minacciava di trasformare una guerra già terribile e difficile da decifrare (a un certo punto si contavano e si scontravano 150 diversi gruppi armati) in una guerra di tutti contro tutti.

Non è molto ma è molto più di ciò che avevamo fino a poco tempo fa. Ora tocca alla diplomazia, e il compito non sarà facile. Tante sono le esigenze che s’incrociano, forse troppe: Russia e Iran vogliono che la Siria resti presidiata da un regime amico e sciita, Arabia Saudita e Turchia (che già devono ingoiare il boccone amaro di non essere riuscite a cacciare Assad) vogliono esattamente il contrario, gli Usa vogliono stroncare l’Isis senza irritare i suoi autorevoli padrini (tra cui, appunto, Turchia e Arabia Saudita), l’Iraq rivuole la propria integrità territoriale, i curdi vogliono un pezzo del Nord della Siria per costituirsi in entità autonoma (e la Turchia non vuole)… Un groviglio quasi inestricabile.

Nella mossa di Putin sul ritiro, però, si può intravvedere un’ipotesi di soluzione che metterebbe d’accordo un po’ tutti. Senza l’aviazione russa (e probabilmente nemmeno con quella accanto) Assad non può pensare di riconquistare tutta la Siria. Dovrà accontentarsi, se il quadro tiene, di aver riconquistato la parte migliore di essa, quella che si estende da Damasco ad Aleppo. Questo però potrebbe preludere a una ristrutturazione della Siria da Stato unitario e centralista a Stato federale, con entità semi-autonome disegnate in modo da accontentare tutti i pretendenti. Nulla in ogni caso si potrà fare senza sconfiggere l’Isis, che non è ancora battuto.

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