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domenica 17 gennaio 2021
 
intervista
 

«L’epopea dello stoccafisso nato dalla solidarietà tra gente di mare»

05/11/2020  "Skrei, il viaggio" è la mostra fotografica di Valentina Tamborra aperta alla Fondazione Stelline di Milano: «Un progetto nato dalla mia passione per i mari del Nord, un luogo di confine dove la natura va accolta e non sfidata e dove la gente tende la mano senza sapere da dove vieni e chi sei». Come accadde a un naufrago veneziano nel 1432

Il viaggio è una delle vittime collaterali della pandemia globale. Ma anche le vittime collaterali pesano. Nell’attesa di poter tornare a muoverci, alla Fondazione Stelline di Milano il 3 novembre ha aperto (per chiudere il 5 a causa delle misure restrittive sulla pandemia, riaprirà dopo il lockdown) la mostra Skrei – Il Viaggio di Valentina Tamborra, brillante fotografa documentarista milanese, che ha iniziato il suo viaggio nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma e nella Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, dove sono conservate le testimonianze delle avventure del nobile navigatore della Serenissima Pietro Querini, per approdare nei mari del Nord. Querini, sopravvissuto al naufragio della sua caracca, arriva alle isole Lofoten, nel nordest della Norvegia, nel 1432 e viene soccorso dai pescatori locali che gli fanno scoprire e conoscere i metodi di essicazione, conservazione e preparazione del merluzzo che al ritorno esporterà nella sua Venezia, inaugurando il successo dello stoccafisso nella tradizione culinaria italiana e veneta in particolare. «Tutto questo progetto è un viaggio», dice Tamborra, «nato anche dalla mia passione per i mondi dei mari del Nord, un luogo di confine dove la natura va accolta e non sfidata». In esposizione circa cinquanta scatti, alcuni di grande formato.

Cosa significa Skrei?

«È un particolare tipo di merluzzo norvegese che ogni anno compie una migrazione dal mare di Barents per dirigersi verso le zone di riproduzione dove sono nati, al largo della costa della Norvegia del Nord. La parola viene da un verbo vichingo, å skrida, che significa viaggiare, emigrare. Lo skrei è un pesce viaggiatore che poi, una volta lavorato, diventa stoccafisso».

Quello di Pietro Querini più che un viaggio fu un terribile naufragio…

«Esattamente. Parte alla volta delle Fiandre, naufraga e arriva sulle coste delle isole Lofoten. Dei sessantotto uomini dell’equipaggio se ne salvano solo undici. Lui è tra questi e scrive un diario ora conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Si tratta del primo reportage di viaggio del XV secolo nel quale Querini descrive questi pescatori del Nord definendoli “buoni di spirito, umili, e propensi all’aiuto dell’altro pur non conoscendone la lingua e non avendo la possibilità di comunicare”. Forse perché, più di ogni altro, la gente di mare conosce le sofferenze e tende la mano senza sapere da dove vieni e chi sei. Mi ha colpito molto quando lui annota: “Per essere uomini di mondo devi conoscere e accettare l’altro per quello che è, per come pensa e vive”. Questa è stata la frase che mi ha guidato in questo progetto».

Iniziato tra le mura del Vaticano e poi approdato a Venezia.

«Alla Biblioteca Marciana è conservato il diario di altri due marinai di quella spedizione, Niccolò De Michele e Cristofalo Fioravante. Ho fotografato i loro manoscritti e poi sono andata al mercato ittico di Rialto dove ci sono le rovine di casa Querini che apparteneva a una famiglia nobiliare della Serenissima. Ho raccontato una Venezia notturna, di fatica, che lavora nell’ombra e sconosciuta ai cliché che oggi l’hanno resa una meta turistica mordi e fuggi».

Lo stoccafisso alla vicentina non è una ricetta autoctona, quindi.

«Fu Pietro Querini a importarlo nel nostro Paese perché quando fece ritorno in patria i pescatori norvegesi gli diedero sessanta stoccafissi come moneta di scambio per nutrirsi durante il viaggio. Questa pietanza nasce da una storia di mutuo soccorso innescata dalla necessità di aiutarsi l’uno l’altro. Tra l’Italia e le isole Lofoten c’è un legame profondo nato a metà del Quattrocento e che dura tuttora».

Racconti.

«Il legame con Quarini è così forte che ogni anno ad agosto si svolge un Festival in suo onore. C’è anche un’opera lirica a lui dedicata e cantata per metà in italiano. Sentir cantare nella nostra lingua in Norvegia è quasi surreale ma mi ha fatto provare una grande emozione. C’è anche un detto popolare sull’isola che dice che le persone sono scure di carnagione perché hanno antenati italiani. Sentono l’Italia come una seconda patria e alcuni di loro parlano un italiano perfetto, pesino troppo forbito».

L’approdo finale del suo viaggio è stata la Norvegia.

«Alle isole Lofoten sono andata due volte, ad agosto 2019 e quest’anno, durante la stagione della pesca che si svolge tra febbraio e aprile. È un luogo di confine che mi stimola perché è davvero difficile viverci con quel clima rigido e la poca luce. Ho cercato di documentare attraverso la fotografia come queste condizioni naturali così estreme incidono sui rapporti interpersonali e sulla vita di ogni giorno».

E cosa ha scoperto?

«Hemingway diceva che chiunque può fare il pescatore a maggio ma pescare da gennaio ad aprile, per di più nei mari dell’Artico, richiede capacità fisiche e psicologiche straordinarie. Ci sono onde alte dodici metri e per quanto la tecnologia con il Gps, ad esempio, possa aiutare, resta un lavoro antico, di fatica e di adattamento. Molti hanno barchette piccolissime. Per pescare devi conoscere benissimo le strade del mare. Ci sono persone che vivono solo di quello e che, nonostante la fatica e i sacrifici, non vorrebbero fare nient’altro».

Un microcosmo…

«Sì, se elimini la pesca da queste isole, anche quelle più turistiche, porti via il 60 per cento del fatturato. Anche i bambini sono coinvolti in quest’attività fin da piccoli. Durante il tempo libero e le vacanze vanno ad aiutare i pescatori tagliando le lingue delle teste di merluzzo che si mangiano fritte».

Dal punto di vista fotografico cosa l’ha colpita di più?

«Bisogna avere grande capacità di adattamento, la luce è complicatissima, in un giorno puoi vivere quattro stagioni, dalla luce estrema alla tempesta. È una grande lezione d’umiltà: devi imparare che tu non decidi nulla ma è la natura che decide per te. Una virtù artica è saper aspettare e riconciliarsi con l’attesa. Io ho imparato ad accettare il ritmo della natura, mi sono lasciata trasportare. Era la natura che dava i tempi a me, se c'era tempesta fotografavo nella tempesta, non esiste mai la dimensione ideale, come sanno bene i pescatori. Henri Cartier-Bresson parlava dell'attimo decisivo. Ecco, laggiù quest’esperienza è all'ennesima potenza. Oggi non siamo abituati ad adattarci, vogliamo dettare noi i tempi. La natura dell’Artico te lo impedisce».

E dal punto di vista umano?

«Mi sono sentita veramente accolta, proprio come il Querini al quale tesero la mano nel Quattrocento. C’è un senso della comunità strettissimo, ci si aiuta reciprocamente, ci si conosce tutti, le porte delle case non vengono mai chiuse a chiave ma è tutto aperto perché l’ospite è sempre il benvenuto e non ha bisogno neanche di bussare. Noi non siamo più abituati alla fiducia e all’accoglienza, sono valori che ci siamo giocati. Nell'Artico ho trovato un atteggiamento mentale diverso, della serie: “sono qui per te, se posso ti aiuto”».

Lei ha documentato le condizioni di vita dei minatori dell’Artico, ora i pescatori norvegesi. Ha un conto aperto con questi luoghi…

«Fotograficamente l'Artico è il mio punto di osservazione del mondo, le luci artiche sono un rifugio al quale ritorno quando penso alla serenità. Sono luoghi che molti associano a un immaginario triste e deprimente, per me è il contrario. Il buio è pieno, non è vuoto, non è negativo, è qualcosa che ti permea, c'è l'aurora boreale, i tramonti, credo che fotograficamente sia il mio mondo, il luogo che mi fa stare in pace, puro come i suoi abitanti».

Ma la natura laggiù più che altrove mostra il suo volto di matrigna, come diceva Leopardi.

«La natura è indifferente, tu devi adattarti e andare avanti comunque».

La mostra

  

La mostra fotografica Skrei – Il Viaggio di Valentina Tamborra, allestita presso la Fondazione Stelline di Milano (corso Magenta, 61) è stata organizzata e promossa in collaborazione con Norwegian Seafood Council e con Tørrfisk fra Lofoten AS e curata da Roberto Mutti. Inaugurata il 2 novembre, è stata aperta al pubblico il 3 e poi costretta a chiudere il 5 a causa delle restrizioni sulla pandemia. Riaprirà dopo il lockdown. La mostra ha il patrocinio del Comune di Milano e di Regione Lombardia. Il catalogo è edito da Silvana Editoriale.

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