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mercoledì 26 settembre 2018
 
La ricerca
 

Sport senza frontiere, in campo per la salute contro la povertà

31/05/2018  I risultati di un progetto di Sport Senza Frontiere nelle periferie di Roma, Milano e Napoli, in collaborazione con l'Università di Tor Vergata: svantaggio socioeconomico favorisce denutrizione, ma anche obesità.

Lo sport è socialità, educazione, cultura, inclusione e salute. Lo sanno bene i promotori del progetto ForGood, sport è benessere, che a Roma, Milano, Napoli e Buenos Aires tra il 2015 al 2017 ha coinvolto 504 bambini, seguiti per due anni con la collaborazione di 22 enti socio-assistenziali e sanitari, oltre che di 126 società sportive, in un percorso di inclusione e tutela della salute attraverso lo sport.

Non solo i bambini coinvolti, di solito esclusi, sono stati avviati all’attività sportiva nella sua dimensione di inclusione ludico-sociale, ma il progetto è stato anche l’occasione per monitorare le condizioni di salute e i fattori di rischio di malnutizione nelle aree disagiate, con l’obiettivo di diffondere abitudini più sane, sulle quali incidono, oltre alle condizioni economiche, anche le abitudini delle famiglie e la loro cultura. Pochi giorni fa nell’ambito di un convegno che ha coinvolto tra gli altri il presidente del Coni Giovanni Malagò e Sandro Padre Melchor Sanchez, direttore del Dipartimento Cultura e Sport, Pontificio Consiglio per la Cultura, sono stati resi noti i risultati di una ricerca connessa al progetto realizzato da Sport senza Frontiere Onlus, e portata a termine con la collaborazioe dell’Università di Tor Vergata nei quartieri periferici di Napoli, Milano, Roma e Buenos Aires Lo studio, coordinato dalla professoressa Ersilia Bonuomo, associato del dipartimento di Biomedicina e prevenzione dell’Università di Tor Vergata con la collaborazione di numerosi ricercatori in vari ambiti, è stato condotto su 240 bambini (184 in Italia, 56 in Argentina) che vivono in quartieri multietnici e in contesti di difficoltà economica. Incrociando condizioni sociodemografiche, condizioni di salute, pressione arteriosa, parametri antropomentrici e abitudini alimentari gli esperti hanno concluso che «vivere in condizioni socioeconomiche disagiate e in contesti familiari a bassa cultura è un fattore di rischio di malnutrizione, non solo in difetto ma in eccesso».

Va ricordato, infatti per meglio intendere i dati, che malnutrizione e sottonutrizione possono coincidere in alcuni casi, ma non sono la stessa cosa: con malnutrizione si intende infatti non soltanto la nutrizione insufficiente ma anche la cattiva nutrizione, cioè l’esposizione ad abitudini e comportamenti alimentari sbilanciati e rischiosi per la salute. Tra i problemi rilevati nel campione ci sono sovrappeso al 16,8% tra i bambini osservati in Italia, obesità al 14,1%, sottopeso al 6,5%. Il fattore famiglia incide in tutti i casi: i bambini più a rischio di ritardo nella crescita in Italia sono piccoli immigrati che hanno accesso difficile all’acqua e al sistema e mamme analfabete; la pressione alta è stata rilevata nel 7.6% del campione e non per caso quasi il 20 per cento dei bambini osservati ha in famiglia casi di malattie croniche. Le abitudini alimentari dicono che il 41.4% dei bambini osservati non fa colazione al mattino o non la fa adeguata, la percentuale di chi non ha l’abitudine della prima colazione aumenta se la madre è analvabeta; il 58.8% non consuma frutta e verdura in quantità adeguate (meno di una porzione al giorno, il 65,8% eccede con i dolci (più di due porzioni al giorno) e con le bevande zuccherate, specialmente se il padre è analfabeta.

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