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giovedì 02 aprile 2020
 
 

Quei bambini sempre in prima linea

09/09/2012  Dall'Afghanistan alla Siria, migliaia di bambini cadono sotto le bombe. Una tragedia cui non si riesce a porre rimedio e che spesso ci lascia indifferenti.

Un bambino afghano sullo sfondo di un poster dedicato ad Ahmad Shah Massud (Reuters).
Un bambino afghano sullo sfondo di un poster dedicato ad Ahmad Shah Massud (Reuters).

Non è detto che il ragazzo di 14 anni che a Kabul, nei pressi del quartiere generale della forza internazionale Isaf, ha fatto strage di ambulanti giovani come lui o quasi, si sia fatto esplodere. Potrebbero anche averlo fatto esplodere i suoi mandanti, con un congegno a distanza, per scegliere il luogo più adatto, mentre lui pedalava ignaro sulla bicicletta imbottita d’esplosivo.


Nel primo caso, il piccolo kamikaze sarebbe la vittima di un indottrinamento spietato e assassino. Nel secondo, sarebbe il primo dei caduti nella strage organizzata dal gruppo Haqqani della galassia talibana, che sta colpendo per rimarcare, a suo modo, l’anniversario dell’uccisione di Ahmad Shah Massud, il capo della guerriglia contro i sovietici e poi contro i talebani, morto in un attentato il 9 settembre 2001, pochi giorni prima dell’invasione internazionale dell’Afghanistan.

Comunque sia andata a Kabul, quei morti sono gli ultimi caduti della grande strage dei ragazzi a cui stiamo assistendo impotenti. Secondo dati non verificabili ma credibili, diffusi dalla tv satellitare Al Arabiya, sono ormai più di 1.300 i minori uccisi nella guerra civile in Siria e le organizzazioni umanitarie non hanno più remore nel  parlare di “eccidio”. Dall’Afghanistan le truppe straniere, il vero collante del Paese nell’ultimo decennio, si stanno velocemente ritirando: 70 mila soldati americani e 40 mila soldati di altri Paesi in meno rispetto ai livelli massimi d’impegno militare. In Siria non sono mai arrivate e chissà se mai ci arriveranno.

Il tasso di natalità dei Paesi del Medio Oriente è in media inferiore solo a quello dei Paesi dell’Africa: 33 nati ogni 1.000 persone nello Yemen, 29 in Iraq, 27 in Giordania, 25 in Egitto, 24 in Oman, Libia e Siria. E 38 nell’Afghanistan dei bambini kamikaze. Le famiglie, quindi, sono numerose e, in più, tendono a rimanere compatte. Se una bomba cade su una casa, come ad Aleppo oppure a Homs, è probabile che i primi a morire siano i bambini. Se una mitragliatrice spazza una strada, sono i bambini, che in Medio Oriente spesso trovano nella strada il prolungamento della casa, i primi a essere colpiti. La stessa cosa in Afghanistan.

Ma è una tragedia a cui ci stiamo abituando con troppa facilità. Anzi. Se proviamo a chiedere alle organizzazioni umanitarie quale sia la più comune reazione alle raccolte fondi lanciate per dare una mano ai siriani e ai bambini che cadono sotto le bombe, scopriamo che il risultato spesso è indifferenza quando non vero rifiuto. Le casse per le missioni d’aiuto restano vuote o quasi. Cosa che non succede, invece, quando l’emergenza riguarda l’Africa. Come se patire la carestia in Somalia a causa degli shaabab e del loro folle islamismo fosse più drammatico, o onorevole, che morire in un bombardamento ordinato da un dittatore a fine corsa come Assad, ormai simile ai Saddam Hussein e Muammar Gheddafi di qualche tempo fa.  

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