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lunedì 23 luglio 2018
 
dopo il vertice di bruxelles
 

Sui migranti l'Europa a metà del guado

01/07/2018  Molti i nodi che restano irrisolti. E nessun passo avanti sulla riforma del regolamento di Dublino e la redistribuzione dei profughi all’interno degli Stati Ue

Che cosa resta del vertice di Bruxelles sui migranti? È stato salvato, sia pure formalmente, il principio (sacrosanto) del premier Giuseppe Conte che chi entra in Italia, entra in Europa. Ma se l’obiettivo era quello di attuare, finalmente, una politica europea solidaristica, il bilancio del vertice è piuttosto deludente. Molte decisioni importanti, infatti, sono state differite. Come, ad esempio, il cosiddetto Piano Marshall per l’Africa, nuovamente invocato alla vigilia dal presidente del Parlamento europeo Tajani, inteso a una cooperazione rafforzata per aiutare lo sviluppo e la stabilità democratica dei Paesi di origine e transito dei migranti, andando così alla radice degli stessi fenomeni migratori.

Quelle adottate sulla gestione dei confini destano perplessità etiche e operative e dovranno dimostrare di reggere alla prova dei fatti, cioè all’intensificarsi di sbarchi che, complice anche il periodo estivo, si prevede che aumenteranno nei prossimi giorni. Apprezzabile che i leader europei affermino di voler essere uniti per affrontare la questione migranti, prevenire i flussi incontrollati e ridurre la migrazione illegale gestita dai trafficanti di carne umana. Il problema è che, di là dai proclami e delle buone intenzioni, soprattutto i Paesi di primo approdo (Italia, Grecia e Spagna) soli erano e soli restano a gestire i flussi. La revisione del regolamento di Dublino, il punto nodale di tutta la questione, non è stato neanche sfiorato. E che non fosse neanche in agenda si era capito già alla vigilia del summit. Anche sulla redistribuzione dei profughi non si è fatto nulla. Le conclusioni del Vertice prevedono, infatti, che il ricollocamento di chi ha diritto alla protezione internazionale, come chiesto dai quattro Paesi del patto di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), avvenga sulla base della volontaria adesione degli Stati. Ma se la volontà non c'è... Tradotto: chi arriva in Italia, in Grecia o in Spagna continuerà a rimanerci, perché se i ricollocamenti obbligatori finora non hanno funzionato, difficile pensare che possano funzionare quelli volontari. Così i 4 Paesi di Visegrad, che il ministro dell’Interno Matteo Salvini, considera alleati strategici, possono continuare nella politica di “accoglienza zero” infischiandosene della solidarietà all’Italia.

Per giunta, come volevano Francia e Germania, non si tocca per ora il regolamento di Dublino, lasciando i richiedenti asilo nel Paese di primo approdo, anche quando gli stessi richiedenti vorrebbero raggiungere altri paesi europei. Quando sarà affrontato di nuovo il tema, si voterà all’unanimità e non a maggioranza qualificata.

Le strutture di dentenzione su base volontaria

C’è poi la questione dei centri di detenzione. La linea del governo italiano era quella di allestirli nei Paesi d’origine. Il documento siglato a Bruxelles prevede di creare strutture di detenzione, ma senza alcun obbligo per i Paesi. La clausola dell’accordo stabilisce che solo chi li apre può chiedere il ricollocamento dei profughi e ottenere i fondi per effettuare i rimpatri. L’Italia invocava redistribuzione e più risorse, ma non potrà avere né l’uno né l’antro senza allestire i centri. Un successo, invece, l’hanno ottenuto Francia, Germania e Austria grazie al blocco dei movimenti secondari, ovvero dell’arrivo sul loro territorio di chi è sbarcato in Italia e vuole raggiungere un Paese terzo dove ha parenti, e questo indipendentemente dal suo diritto alla protezione internazionale.

Desta perplessità, infine, il capitolo sull’esternalizzazione dei confini. Il perno su cui si basa l’accordo è infatti la fiducia piena alla Guardia costiera libica nonostante l’esplicita condanna e le sanzioni del Consiglio di sicurezza Onu a uno dei suoi capi in quanto a capo del traffico di esseri umani.

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