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mercoledì 20 marzo 2019
 
L'intervista
 

Susanna Tamaro: la bambina "strana" con l'Asperger salvata dai libri

18/02/2019  Nella giornata mondiale della sindrome di Asperger, indetta il 18 febbraio, data di nascita (1906) del medico viennese a cui deve il nome, riportiamo la testimionanza della scrittrice italiana che a un certo punto della vita ha capito di soffrire di questa patologia. Le difficoltà nell'infanzia, la sua paura delle folle, il suo desiderio di rifugiarsi in luoghi ranquilli a contatto con la natura. E la scrittura come strumento terapeutico.

Entrambi friulani, entrambi scrittori, e soprattutto anime sensibili, creature diverse, con la vita segnata da una profonda sofferenza: quella fisica per il poeta Pierluigi Cappello, costretto su una sedia a rotelle da quando, a 16 anni, era rimasto vittima di un incidente in moto; quella psicologica per Susanna Tamaro, bambina “strana”, non amata, cresciuta con la sensazione di non avere un posto nel mondo, chiusa in una realtà interiore confusa, estraniante. a oltre un anno dalla scomparsa dell’amico Cappello, Susanna Tamaro ha scittto il libro Il tuo sguardo illumina il mondo (Solferino), in cui si rivolge al poeta per rievocare la sua vita, e svelare al pubblico per la prima volta il suo profondo disagio, ma anche la bellezza delle tante cose che ama, che la fanno sentire viva, che l’hanno portata a fare pace con sé stessa.

«Ho conosciuto Pierluigi Cappello quando mi hanno chiesto di presentare un suo libro», racconta Susanna. «Ci siamo subito sentiti vicini, in sintonia, avevamo tante cose in comune anche se lui aveva dieci anni meno di me. Io andavo a trovarlo, e ci sentivamo spesso per telefono. Eravamo due anime affiini, la nostra arte nasceva dalla sofferenza, dal limite. Poco prima della sua morte stavamo progettando un libro insieme, eravamo entrambi appassionati di insetti, lui anche di aerei, e avremmo voluto associare un insetto a un velivolo».

Anche lei ama la poesia?

«Ritengo la poesia un respiro dell’anima, soprattutto in questo mondo di materialismo selvaggio. L’ho incontrata a 16 anni, ma non certo sui banchi di scuola. Per me la scuola era una tortura. Sono stata anche bocciata e dal classico sono passata alle magistrali. L’ultimo anno a maggio ci fu il terremoto in Friuli e non sostenni una vera e propria maturità, ma un semplice colloquio. Ho scritto poesie fino ai 25 anni, ma erano così orribili che non le ho mai fatte leggere a nessuno».

Che cosa significa, come afferma, che i libri salvano la vita?

«I libri allargano la mente, aprono il cuore, una vita senza libri è claustrofobica, senza orizzonti».

Nel libro parla della sua famiglia. Come erano i suoi genitori?

«Mio padre, da cui mia madre si separò presto, era ambiguo, assente, un vero irresponsabile, alcolizzato, un pessimo esempio. Mia madre aveva grossi problemi psicologici, non mi ha saputo amare, era fredda e crudele. Ma con il tempo ha fatto la sua iniziazione sentimentale e si è in parte riscattata soprattutto con i nipoti. Ma io l’ho perdonata e sono convinta che grazie al perdono le persone possano tirare fuori il meglio di sé».

La sua infanzia e la sua adolescenza sono state un vero calvario...

«Ero una bambina strana, chiusa nel suo mondo, che si lasciava andare a scatti di rabbia improvvisi. Sono stata sedata, ho preso farmaci per la schizofrenia. Mia mamma diceva che ero pazza, a scuola ero isolata, ho cambiato nel tempo diversi neurologi. Ho vissuto una sofferenza terribile, vittima di una solitudine devastante, mi sentivo prigioniera come un insetto dentro un barattolo di vetro».

Ha poi trovato una risposta a questo malessere?

«Un giorno ho letto un articolo che parlava della sindrome di Asperger. E mi sono ritrovata appieno in quel profilo. La fatica a tenere il contatto visivo, l’incapacità di decifrare le espressioni dei volti, il mio essere androgino. Il neurologo mi ha poi confermato questa diagnosi».

Come è riuscita a convivere con questo disagio?

«Se ce l’ho fatta è perché ho una grandissima volontà e una spiccata intelligenza del cuore, proprio come Pierluigi Cappello. Sono riuscita a vivere in modo normale, anche se il prezzo che ho pagato è stato altissimo».

Lei scrive: «La sensibilità non è un dono di tutti. E forse, nella maggior parte delle vite, più che un dono ormai è un peso. Vedere cose che nessun altro scorge, soffrire per cose che i più neppure notano».

«Il prezzo di questo dono è stata una grande fatica, ma ora che ho 60 anni posso dire di essere arrivata alla pace».

Lei ha un legame speciale con gli alberi...

«La natura in genere è stata la mia ancora di salvezza. Con gli animali per esempio non ho problemi di relazione. Anche lavorare con le api mi dà una grande pace. Prima vivevo a Roma, poi a causa di un’asma allergica ho deciso di trasferirmi in campagna, dove vivo da ormai trent’anni e ho una fattoria mia. Un’altra cosa che mi ha aiutato molto è stata praticare arti marziali: hanno un codice di comportamento riconosciuto, basato sulla ripetizione ossessiva e hanno una grande valenza terapeutica. E suono il pianoforte, frequento l’università della terza età, ho vicino persone che mi vogliono bene. Sono innamorata della vita».

E poi c’è la scrittura...

«Quella è stata fondamentale, mi ha dato la possibilità di rielaborare interiormente i sentimenti. E se durante la mia carriera a volte mi sono sentita incompresa e i critici mi hanno attaccato, ho un rapporto meraviglioso con i miei lettori che mi capiscono e mi amano per quello che sono. Non amo incontrare le folle: mi piacerebbe, ma proprio non ne ho l’energia».

(foto Ansa)

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