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«Non lasciate morire Tafida», da Roma al mondo l'appello per la bambina

13/09/2019  La piccola di 5 anni, in coma dallo scorso febbraio, è ricoverata in un ospedale di Londra. I medici vorrebbero staccarle i macchinari. I genitori, che si battono per la vita della figlia, si sono rivolti all'Alta corte britannica e vorrebbero trasferirla all'ospedale "Gaslini" di Genova. Giovedì sera, 12 settembre, a Roma, davanti alla Farnesina, si è tenuta una veglia alla quale hanno partecipato varie associazioni

Londra chiama Roma e le altri capitali europee e la parola chiave è Tafida. Veglie di preghiera in Spagna, Francia, Germania, Stati Uniti, Canada, Croazia, Ungheria, Polonia e Slovacchia e la consegna, in tante ambasciate britanniche e anche al Governo italiano, della petizione, che ha superato le 230.000 firme, a favore della piccola. Appena cinque anni, in stato di coma da mesi, Tafida Raqeeb lotta per la vita mentre l’ospedale londinese “Royal London Hospital”, che dovrebbe curarla, vuole staccare i macchinari che la tengono in vita e la trattiene come ostaggio senza lasciarla partire per l’Italia dove la aspettano al centro pediatrico “Giannina Gaslini” di Genova.

I dottori vogliono farla morire perché la sua vita non vale la pena. E' «futile», questa la parola usata. E i genitori, che si oppongono a questa sentenza di morte, sono stati trascinati davanti all’Alta corte, corrispondente della Corte costituzionale italiana, dove il giudice potrebbe decidere domani il futuro della bambina. Mentre in centinaia, in tutto il mondo, si preparavano a manifestare per Tafida, la mamma Shelina Begum ha lanciato, oggi, davanti al giudice, l’ultimo straziante appello a nome della figlia. «Che cosa ho fatto di male? Perche’ non mi viene data una possibilita’ di vivere come ad altri bambini nella mia condizione? La mia vita non vale niente per nessuno?», ha chiesto la donna, un avvocato di origine bengalese di 39 anni, parlando per conto di Tafida.

A differenza che per Alfie Evans e Charlie Gard, gli altri due piccoli ai quali lo Stato britannico ha staccato senza pietà i tubi, nel caso di Tafida gli avvocati della famiglia hanno scelto una strada giudiziaria alternativa. Oltre ad appellarsi al diritto di far curare la propria figlia in Italia, tutelato dalla legislazione europea, hanno sostenuto che il rifiuto dei dottori londinesi a lasciar andare Tafida viola il diritto della piccola e dei suoi genitori a praticare la religione islamica. «Tafida è una musulmana praticante», ha detto la mamma al giudice, «che prega tutti i giorni e crede nella santità della vita e vuole essere curata».

Ed è andato in onda, sempre all’Alta corte, quel video che mostra due occhietti vispi, uno sguardo attento, oltre i tubi che alimentano Tafida e le consentono di respirare. La mamma ha raccontato più volte, anche a Famiglia cristiana, che la bambina risponde alle parole di incoraggiamento con le quali lei e il marito Mohammed la proteggono dalla paura e la mantengono attaccata alla vita. Ed è anche cresciuta da quando e’ stata colpita da un’emorragia cerebrale lo scorso febbraio.  

«Proprio questa mattina, quando sono andata a trovarla in ospedale, prima di venire qui, Tafida ha mosso la testa», ha detto Shelina al giudice, «i medici hanno sbagliato in continuazione la prognosi di mia figlia. Se anche alcune delle sue funzioni vitali non tornassero, per me la vita di mia figlia vale comunque la pena di essere vissuta».

«Vogliamo portarla in Italia», ha continuato la donna, «perché c'è una cultura che protegge la vita anche di chi è gravemente ammalato, a differenza di quanto succede nel Regno Unito. Anche se il giudice decidesse che i tubi non vanno staccati vorrei comunque che Tafida venisse curata al "Gaslini" perché non ho fiducia nei medici londinesi».

«La religione musulmana è rigidissima, quando si tratta di staccare i macchinari, perché la vita di ciascuna persona è considerata sacra», spiega Caroline Farrow, giornalista cattolica, appartenente a “CitizenGO”, l'associazione che ha promosso in tutto il mondo la petizione per salvare la vita della bambina. «E i genitori violerebbero le loro convinzioni religiose se acconsentissero alla sospensione di respirazione artificiale e alimentazione, come ha confermato anche una fatwa del Consiglio islamico europeo. Non dimentichiamoci che, a differenza di Alfie e Charlie, per i quali non vi è mai stata una diagnosi confermata, è certo che le condizioni di Tafida possono migliorare. I medici britannici hanno ammesso che non soffre e quelli del "Gaslini" di Genova dicono che è troppo presto per sapere quale sia la prognosi di lungo periodo e che la bambina ha bisogno di una tracheotomia e di uscire dal letto».

Mamma Shelina, che non dorme di notte da mesi, battendosi come una tigre per la sua bambina, raggiunta al telefono dice di voler ringraziare l’ospedale "Gaslini" di Genova e tutti gli italiani e rinnova l’appello per la raccolta di fondi, attraverso il sito https://www.gofundme.com/f/save-tafida perché, dice: «Abbiamo bisogno di circa mezzo milione di sterline, più di mezzo milione di euro, per pagare le spese legali e per trasferire nostra figlia in Italia». Ieri sera si è collegata con l’Italia, via Facebook, con la veglia organizzata davanti alla Farnesina, dove decine di persone hanno chiesto al Governo italiano di assistere la famiglia Raqeeb con il trasferimento della bambina, se a quest'ultima viene dato il permesso di arrivare in Italia. «La regione Liguria ha lanciato un appello perché Tafida venga trasferita in Italia», spiega Filippo Savarese, direttore della fondazione “CitizenGO”, che ha organizzato la veglia davanti alla Farnesina, «noi chiediamo che intervenga anche il Governo. Domani inoltreremo ufficialmente la richiesta, via mail, al ministero degli Esteri. Alla veglia ha partecipato Filippo Martini, vicepresidente di “Giuristi per la vita”, associazione che ha la rappresentanza legale della famiglia in Italia e che mantiene i rapporti con il "Gaslini" e con le istituzioni, oltre alle associazioni “Pro Vita e Famiglia” e “Universitari per la vita””. Soltanto a Buenos Aires, per ora, l’ambasciata britannica ha ricevuto la petizione. A Roma e in altre città l'ambasciata ha fatto sapere che l'unica autorità competente ad accogliere le firme è l’Alta corte di Londra.

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