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venerdì 07 agosto 2020
 
TORINO
 

Carlo Petrini: «I grandi chef sono uomini, ma il cibo è donna»

21/09/2018  Oltre 1000 espositori, 7000 delegati delle 'Comunità del cibo' giunti da da tutto il mondo, 100 Forum, 6 aree tematiche di discussione sul futuro dell'agricoltura e dell'alimentazione: in un tripudio di aromi, sapori e colori si svolgono Terra Madre e il Salone del gusto.

I grandi chef sono quasi tutti uomini, ma il cibo è donna. Sì, perché, nella maggior parte dei casi, nasce dalle mani di contadine, produttrici e allevatrici di tutti i continenti. Lo ha ricordato il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, durante l’inaugurazione di Terra Madre Salone del Gusto, in programma a Torino dal 20 al 24 settembre. Non sarà un caso se alla radice della manifestazione c’è un’idea femminile: quella della madre terra, appunto. Valorizzare il ruolo delle donne è solo una delle tantissime sfide combattute in nome di quel cibo “buono, pulito e giusto”, per il quale i produttori di Slow Food, riuniti in tutto il mondo sotto il simbolo della chiocciola, lottano da sempre. Giunto alla dodicesima edizione, l’evento mette al centro il cibo, in tutte le sue forme e sotto tutti i punti di vista. Cibo come piacere del palato, ma anche, e soprattutto, cibo come patrimonio culturale, occasione d’incontro tra comunità solo apparentemente distanti. I numeri sono imponenti: sono coinvolti 7.000 delegati da 150 Paesi. Insieme a loro, ci sono 350 docenti ed esperti chiamati a dar vita all’Università Diffusa, un progetto che intende far dialogare i saperi accademici con quelli tradizionali.

Il Salone si svolge principalmente nei padiglioni del Lingotto (ex stabilimento Fiat, trasformato in centro fieristico), ma ha ramificazioni in diversi luoghi cittadini, a cominciare dalla centralissima piazza Castello. Centinaia sono gli eventi in programma, in costante equilibrio tra la curiosità culinaria e gli spunti di riflessione. L’edizione 2018 ruota attorno al tema “Food for change”, cioè “cibo per il cambiamento”. E secondo Petrini, di cambiamenti c’è urgente bisogno. «Ventidue anni fa, quando abbiamo iniziato questa avventura, la sensibilità sulle tematiche del cibo non era assolutamente paragonabile a quella di oggi. Ricordo anzi che in apertura della prima edizione del Salone del Gusto dissi “il giorno in cui il cibo avrà la stessa attenzione della moda forse potremo dire che abbiamo risolto un problema di dignità e valori. Eppure«l’approccio mediatico alla gastronomia non rende giustizia del percorso intrapreso in questi due decenni. Manca una piena coscienza del ruolo della filiera produttiva».

Nel caso dell’Italia, Petrini ricorda che «sono i contadini a preservare i territori, ma nessuno li retribuisce per questi servizi ecologici in assenza dei quali, come la cronaca ci mostra fin troppo spesso, i territori cadono in preda al dissesto idrogeologico». C’è un disegno di legge sulla difesa del suolo, che però «giace vergognosamente in Parlamento, da quattro anni». Altro grave problema è lo spopolamento delle aree rurali: «Nei nostri borghi di montagna non esistono più botteghe, non ci sono luoghi dove acquistare i prodotti del territorio. La politica che lavora con Amazon e Alibaba dimostri di sapere anche promuovere i negozi polifunzionali e i servizi alle comunità, perché il made in Italy ha senso se noi per primi lo consumiamo e lo paghiamo al prezzo giusto».

Nella tradizione di Slow Food, Terra Madre dedica grande attenzione alla biodiversità, sottolineando il legame profondo tra rispetto dell’ambiente e promozione umana delle comunità che lo abitano. Temi trattati con un approccio laico, ma non distanti dalla dottrina sociale della Chiesa. Basti pensare all’enciclica Laudato Si’ di papa Francesco, che, in passato, lo stesso Petrini non ha esitato a definire «una pietra miliare e un punto di non ritorno, col suo concetto di ecologia integrale». Nei cinque giorni della manifestazione, l’Arena di Terra Madre ospita, tra gli altri, 340 indigeni, 230 migranti e mille giovani. Gli incontri sono stati inaugurati da una cerimonia tradizionale del popolo Masai, segno di come la cultura del cibo possa lanciare ponti tra i continenti.

E, tra le pieghe delle mille proposte culinarie e culturali, ci sono anche alcune iniziative all’insegna della solidarietà. Una di esse è il “Barachìn di terra madre”. Barachìn è una parola piemontese: indica il contenitore dentro cui gli operai portavano in fabbrica il cibo preparato a casa, prima che venissero istituite le mense aziendali. Per generazioni di lavoratori è stato un modo per sfamarsi, ma anche per rendere un po’ più familiare e meno freddo l’ambiente della fabbrica. Nei giorni del Salone questa tradizione si rinnova: grazie al contributo di numerosi enti, tra cui 50 ristoranti e 70 associazioni, saranno distribuiti 4.000 “barachìn” con pasti caldi a persone in difficoltà, che potranno assaporare alcuni piatti tipici della tradizione piemontese.

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