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domenica 29 marzo 2020
 
 

Tokyo 2020, l'Olimpiade congelata emblema della vita al tempo del coronavirus

25/03/2020  I Giochi dell'era moderna non solo non hanno fermato le guerre, ma neppure il mondo esterno del quale sono sempre state intrise. Questa Tokyo 2021 ci rappresenta come siamo oggi. Ecco perché.

Per qualche settimana i dinosauri del Cio e gli atleti, eroi giovani e belli che contano gli anni a quattro a quattro come gli antichi greci e sentono correre via con l’anagrafe il tempo del loro lavoro a scadenza, hanno cullato il sogno che continuasse a esistere una Tokyo 2020. Ma si sapeva che era un sogno destinato a morire al risveglio di un’alba precoce.

L’Olimpiade dell’era moderna è una grande compagnia di giro, che sposta sé stessa, persone (a centinaia di migliaia) e strutture in blocco. Il villaggio olimpico, quelli dei media, dei giudici di gara, le corsie preferenziali degli spettatori, i trasporti riservati per scoraggiare quelli privati evitando il traffico in tilt… insomma tutto quello che nell’Olimpiade materialmente e simbolicamente fin qui è stato emblema della mescolanza felice del mondo attorno allo sport, della convivenza civile dei campioni del pianeta alla stessa tavola (in questo senso sì, la tregua olimpica è sopravvissuta), oggi, al tempo del coronavirus, si traduce in una somma di luoghi geometrici dell’assembramento. Il fatto che i focolai epidemici stiano accendendosi nel mondo con tempi diversi come la staffetta della fiaccola appena accesa ad Olimpia e fermata, non fa che complicare, se possibile, ulteriormente le cose.

Tokyo 2020 diventerà Tokyo 2021, non annullamento ma rinvio, un compromesso non senza complicazioni per non sprecare il lavoro e i denari. Si tratterà di capire in quali date esattamente: perché il coronavirus sta trasformando il 2021, anno post olimpico, tradizionalmente la cenerentola dei cicli sportivi senza gran balli di corte all’orizzonte, in un susseguirsi di eventi di recupero. E dunque bisognerà far quadrare il calendario salvando le esigenze di tutti, dello spettacolo e pure dell’economia.

L’Olimpiade dell’era moderna si porta dietro la nostalgia del leggendario tempo antico, di quando i Giochi di Olimpia erano, tra il 776 a. C. (ma forse prima) e il 393 d. C., un rito sacro agli dei capace di fermare il mondo e le guerre, fino all’editto di Teodosio un imperatore cristiano che li ha spenti accusandoli di paganesimo. Nell’era moderna non solo le Olimpiadi non hanno mai fermato le guerre (a proposito ci sarebbe stata Tokyo 1940, se la guerra non l’avesse cancellata, quando si dice i ricorsi storici), ma non hanno mai chiuso, a dispetto dei proclami, neppure davvero fuori il mondo e i suoi problemi. Li hanno anzi assorbiti tutti, inglobati: Owens a Berlino 1936, le caselle vuote di Tokyo 1940 e Londra 1944, la protesta di Smith e Carlos a Città del Messico 1968; il settembre nero di Monaco 1972, i boicottaggi dell’Africa nel 1976 e dei blocchi atlantico a Mosca 1980 e sovietico a Los Angeles 1984, la lunga astinenza della Cina, l’esclusione del Sud Africa per via dell’apartheid sono altrettanti emblemi della storia entrata nello sport di prepotenza. A dispetto di una carta olimpica sempre più tesa ad anestetizzare le tensioni esterne, i Giochi non hanno mai fermato il vento del mondo, non sono neanche mai riusciti a fargli davvero perdere tempo. Accade di nuovo, stavolta la guerra è atipica, è di tutti contro uno che l’ha fatta senza dichiararla all’umanità intera, nemico invisibile e insidioso che non legge le carte olimpiche. Davanti a lui i Giochi, che non hanno mezzi per combatterlo semmai modalità che lo favorirebbero, fanno per la prima volta un passo indietro, temporaneo.

Anche questa Tokio 2020/2021 diventerà un simbolo potente, l’emblema di questo tempo preoccupato e sospeso: in cui il mondo prova a difendersi congelandosi e rinchiudendosi rassegnato alla quotidianità in stand by. Con lui si ferma la fiaccola che si cercherà di tenere accesa a tutti i costi per un anno e più; gli atleti, rassegnati e resilienti, consapevoli che con la vita in gioco non c'è gara, restano in sospeso ad allenarsi chiusi, ognuno arrangiandosi come può, ognuno per sé e Dio per tutti; i più anziani, sportivamente parlando, si domandano se per loro tra un anno non sarà già troppo tardi, provando a resistere per essere ancora là a giocarsela; gli organizzatori e gli sponsor a chiedersi se i conti fatti, alla fine della buriana, varranno ancora. Sembra una metafora e invece è il mondo, sembra sport e invece è vita: la vita di tutti qui e ora, in questa bolla tragica.

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