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Tutto quello che vuoi: Giuliano Montaldo e il suo film

11/01/2019  Nel film alle 21.15 su Rai 3 è un poeta che incontra un giovane fannullone. in una scena c’è anche sua moglie: «da 57 anni per me lei è tutto». Scopriamo i retroscena con l'attore attraverso l'intervista pubblicata su FC21 del 2017

Avremmo dovuto incontrarci di persona, ma una brutta influuenza ha bloccato Giuliano Montaldo a casa: «Sì, e poi ho un problema di deglutizione e l’anca che non è messa bene. Ma non mollo: cercherò di imitare Giorgio, il personaggio che interpreto nel fi•lm. Magari mi porterò a casa come lui un po’ di mascalzoni di Trastevere, così giochiamo a carte, beviamo e fumiamo».

E poi magari, come nel film, vi vedete una partita del Grande Torino, anche se alla Playstation...

«Me li ricordo bene: Mazzola, Ossola, Gabetto, Bacigalupo… Anche se io sono genoano. Quando avevo 8 anni mio zio mi portò per la prima volta allo stadio. Il Genoa perse e lui per la rabbia si dimenticò di me e mi lasciò dentro. Non sapevo come tornare a casa e per non farmi prendere freddo alcuni inservienti mi avvolsero con la bandiera del Genoa. Da quel momento mio destino di tifoso era segnato».

Insomma, nonostante gli acciacchi dei suoi 87 anni, il grande regista è in forma. Anzi, in questo caso è più corretto definirlo attore, dato che in questa veste è tornato al cinema in Tutto quello che vuoi, un film dove ci si diverte e ci si commuove con il racconto dell’incontro tra due persone che più diverse non si può: Giorgio, un poeta colpito dal morbo di Alzheimer che pian piano lo sta privando della sua memoria, e Alessandro, un giovane fannullone che per tirar su un po’ di soldi acconsente ad accompagnarlo nelle sue passeggiate quotidiane.

È vero che ha accettato questo ruolo perché il regista Francesco Bruni le ha detto: “O ci sei tu o non lo facciamo?”.

«Sì. In passato mi sono divertito a recitare piccoli ruoli nei lavori di amici come Nanni Moretti o Carlo Verdone. In questo caso era diverso. Ho accettato perché conosco da una vita Francesco e mi sono emozionato quando mi ha raccontato il •lm. Solo in seguito ho scoperto che era anche un po’ la storia di quanto era accaduto a suo padre».

Le piacciono i ragazzi di oggi?

«Li vedo molto interessati a conoscere il passato. Quando vado nelle scuole a fare dei dibattiti sui miei fil•lm Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno o l’Agnese va a morire, vogliono sempre saperne di più. Oppure, quando racconto di quando a 13 anni uscii con i miei genitori da un rifugio antiaereo e li vidi stringersi e piangere insieme perché la nostra casa non c’era più, loro restano a bocca aperta. “Ma davvero una bomba l’ha distrutta?”, mi chiedono, come se fosse impossibile. C’è in loro quella curiosità che a un certo punto del film conquista anche Alessandro. Non dobbiamo lasciare i nostri ragazzi soli con computer e cellulari, ma aiutarli a stimolare la loro intelligenza con le cose vere della vita».

Lei è stato anche partigiano, vero?

«Partigiano è una parola grossa. Avevo 15 anni e ho voluto partecipare alla liberazione della mia città. Per un pelo con un amico siamo scampati a un rastrellamento dei nazifascisti».

Giorgio nel film si toglie il cappello, fa il baciamano, dice che prima di baciare una donna bisogna chiederle: “Posso?”. Oggi nessuno lo fa più...

«Qualche tempo fa sono uscito da una libreria con una sconosciuta. Le ho tenuto la porta, mi sono levato il cappello e le ho detto: “Prego, signora”. Lei ha fatto quattro passi, si è voltata e mi ha sussurrato: “Non mi capitava da 40 anni...”. A me questi piccoli gesti piacciono ancora. Mi piace il rispetto verso gli altri, mentre non sopporto l’intolleranza e la violenza che spesso si annida anche nelle parole. Da questo punto di vista, provo grande simpatia per papa Francesco, perché dice cose che non si sentivano da tempo. Per esempio, si è sentito offeso quando ha sentito parlare della “madre di tutte le bombe” a proposito di un ordigno sganciato dagli americani in Afghanistan. Non ci avevo pensato, ma associare la parola “madre” a bomba è davvero da cretini!».

In una scena del film compare anche che sua moglie Vera. Che significato ha questa partecipazione per lei?

«Lei passa senza salutarmi, facendomi solo un piccolo cenno. Quando abbiamo girato questa scena, ho pensato che uomo sfortunato sarei stato se fosse accaduta davvero. Stiamo insieme da 57 anni, tra un po’ di “rodaggio” e il matrimonio. Lei è il mio braccio destro sul lavoro, la mia fidanzata, il mio sostegno. Io sono dentro di lei e lei è dentro di me. Ci amiamo molto».

Una volta ha raccontato che, nel periodo in cui è stato un po’ lontano dal cinema, di notte le capitava di urlare “Motore!” e sua moglie per calmarla rispondeva: “Stop!”...

«È vero. Negli anni in cui sono stato presidente di Rai Cinema non ho fatto neanche una fotografia. Ho diretto opere liriche, ma il mio lavoro era dietro la macchina da presa».

Perché usa il passato? Sono trascorsi solo cinque anni dal suo ultimo film, L’industriale, che tra l’altro le è venuto molto bene...

«Grazie, ma è sempre più difficile trovare produttori disposti a investire per portare avanti certi temi. E poi i cinema chiudono. Sì, aprono i multisala, ma per una coppia di una certa età è faticoso prendere la macchina o il taxi per andare a vedere un film in periferia».

Nel film Giorgio scrive su un muro alcuni versi: “Tutto quello che vuoi: e fu quello il saluto. Tutto quello che voglio alla fine l’ho avuto”. Anche per lei è così o c’è qualcosa che desidera ancora davvero?

«Vorrei lasciare ai miei nipoti un mondo meno folle».

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