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martedì 26 gennaio 2021
 
l'udienza
 

«​È un bugiardo chi dice “Io amo Dio”, prega, ma odia i fratelli»

21/10/2020 

Foto: Osservatore Romano/vatican.va
Foto: Osservatore Romano/vatican.va

«Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Se preghi tanti rosari al giorno ma poi chiacchieri sugli altri e poi hai rancore dentro, hai odio contro gli altri, questo è artificio pure, non è verità, non è consistente». Così papa Francesco nel corso della catechesi dell’udienza generale dedicata alla preghiera.

Per la seconda settimana di seguito Francesco, visto l’andamento epidemiologico, ha mantenuto le distanze dai fedeli, ma ha voluto scusarsi personalmente con le persone presenti in aula Paolo VI: «Oggi – ha detto – noi dovremo cambiare un po’ il modo di portare avanti questa udienza per motiva del coronavirus. Voi siete separati, anche con la protezione, la mascherina, e io sono qui un po’ distante e non posso fare quello che faccio sempre, avvicinarvi a voi perché succede che ogni volta che mi avvicino voi venite tutti insieme e si perde la distanza e c’è pericolo per voi del contagio. Mi spiace fare questo ma è per la vostra sicurezza. Invece di andare vicino a voi e stringerle mani e salutare ci salutiamo da lontano ma sappiate che sono vicino a voi con il cuore. Spero che voi capiate perché faccio questo».

Jorge Mario Bergoglio sta svolgendo il mercoledì un ciclo di catechesi sul tema della preghiera, ed oggi, in particolare, ha terminato una riflessione sui salmi iniziata la scorsa settimana. Il Salterio, ha detto, «presenta la preghiera come la realtà fondamentale della vita. Il riferimento all’assoluto e al trascendente – che i maestri di ascetica chiamano il “sacro timore di Dio” – è ciò che ci rende pienamente umani, è il limite che ci salva da noi stessi, impedendo che ci avventiamo su questa vita in maniera predatoria e vorace. La preghiera è la salvezza dell’essere umano».

Ma «esiste anche una preghiera fasulla», ha messo in guardia il Pontefice argentino, «una preghiera fatta solo per essere ammirati dagli altri. Quelli o quelle che vanno a messa soltanto per far vedere che vanno a messa, che sono cattolici o far vedere l’ultimo modello che hanno acquistato, per fare buona figura sociale, vanno a una preghiera fasulla». E ancora: «Il peggior servizio che si possa rendere, a Dio e anche all’uomo, è di pregare stancamente, in maniera abitudinaria. Pregare come i pappagalli… bla bla bla, no: si prega col cuore». La preghiera, ha proseguito Francesco, «non è un calmante per attenuare le ansietà della vita; o, comunque, una preghiera di tal genere non è sicuramente cristiana. Piuttosto la preghiera responsabilizza ognuno di noi. Lo vediamo chiaramente nel “Padre nostro”, che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli. Per imparare questo modo di pregare, il Salterio è una grande scuola. Abbiamo visto come i salmi non usino sempre parole raffinate e gentili, e spesso portino impresse le cicatrici dell’esistenza».

La preghiera dei cristiani «ha questo “respiro”, questa “tensione” spirituale che tiene insieme il tempio e il mondo», ha insistito il Papa. «La preghiera può iniziare nella penombra di una navata, ma poi termina la sua corsa per le strade della città. E viceversa, può germogliare durante le occupazioni quotidiane e trovare compimento nella liturgia. Le porte delle chiese non sono barriere, ma “membrane” permeabili, disponibili a raccogliere il grido di tutti. Nella preghiera del Salterio il mondo è sempre presente». Da qui l’avvertimento del Papa: «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Se preghi tanti rosari al giorno ma poi chiacchieri sugli altri e poi hai rancore dentro, hai odio contro gli altri, questo è artificio pure, non è verità, non è consistente. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello». La Scrittura ammette il caso di una persona che, pur cercando Dio sinceramente, non riesce mai a incontrarlo; ma afferma anche che non si possono mai negare le lacrime dei poveri, pena il non incontrare Dio. Dio non sopporta l’“ateismo” di chi nega l’immagine divina che è impressa in ogni essere umano. Quell’ateismo di tutti i giorni: io credo in dio ma con gli altri distanza e mi permetto di odiare gli altri: questo è ateismo pratico. Non riconoscerla, la persona umana come immagine di dio, è un sacrilegio, è un abominio, è la peggior offesa che si può recare al tempio e all’altare. Cari fratelli e sorelle – ha concluso Jorge Mario Bergoglio – la preghiera dei salmi ci aiuti a non cadere nella tentazione dell’empietà, cioè di vivere, e forse anche di pregare, come se Dio non esistesse, e come se i poveri non esistessero».

All’inizio dell’udienza, il Papa ha confidato ai fedeli di essere rimasto colpito da un bambino che ha visto tra la folla «che piangeva e io vedevo la mamma che coccolava e allattava il bambino: e mi sono detto: così fa Dio con noi, come quella mamma con quanta tenerezza cercava di muovere il bambino, di allattare. Sono immagini bellissime e quando in chiesa succede questo piangere un bambino, sentire che lì c’è la tenerezza di una mamma – e grazie per la tua testimonianza – che è il simbolo della tenerezza di dio con noi: mai far tacere un bambino che piange in chiesa, perché è la voce che attira la voce di dio. E grazie per tua testimonianza».

Sempre a proposito di preghiera, a fine catechesi, il Papa ha ricordato con i fedeli polacchi la figura di san Giovanni Paolo II, di cui domani la Chiesa celebra la memoria liturgica: «Egli, uomo di spiritualità profonda, ogni giorno contemplava il Volto luminoso di Dio nella preghiera liturgica e nella meditazione dei Salmi. Esortava anche tutti i cristiani a cominciare le giornate con le lodi al Signore, prima di intraprendere le non sempre facili vie della vita quotidiana».

 

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