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Un anno di Trump, dalla A alla ZETA

19/01/2018  Il 20 gennaio 2017, con la cerimonia del giuramento, il miliardario di New York senza esperienza politica si insediava alla Casa Bianca. In 365 giorni i presidente ha trasformato, quasi sempre in peggio, i suoi rapporti con il resto del mondo

AMERICA: America First e America Great Again. L’America prima di ogni cosa e l’America di nuovo grande. È stato il motto della campagna elettorale e Trump continua a ripeterlo nei suoi discorsi e, a lettere maiuscole, nei suoi “cinguettii” suTwitter.

 

BANNON: il falco conservatore Steve Bannon è stato lo stratega della campagna elettorale di Trump, poi ha fatto parte del cerchio magico dei consiglieri più ascoltati e fidati del presidente. Nell’agosto del 2017 Bannon ha lasciato il suo incarico perché ormai l’ala più moderata dei consiglieri lo considerava troppo ingombrante. Dopo le sue rivelazioni, riportate nel libro “Fire and fury”, sui legami fra la famiglia Trump e il Russiagate, Trump lo ha ripudiato dicendo che è “fuori di testa”.

 

COVFEFE: la parola più enigmatica coniata da Trump, apparsa in un tweet del 31 maggio 2017. “Nonostante la stampa negativa covfefe”. Errore nella digitazione o parola in codice per i suoi collaboratori? Nessuno ha mai capito che cosa significa e Trump non lo ha mai spiegato.

 

DIPLOMAZIA:Trump non sa che cosa sia e a Foggy Bottom, il quartiere di Washington dove ha sede il Dipartimento di Stato, cresce la sofferenza del personale diplomatico di carriera. Le sparate di Trump, quasi sempre su Twitter, e gli insulti a intere nazioni lasciano spiazzati gli ambasciatori, che poi devono correre ai ripari per evitare disastri. Qualcuno lascia, come John Feeley, ambasciatore a Panama, il quale si è dimesso dicendo che non può più essere un servitore fedele di questo presidente. Ma sono ormai decine i funzionari che hanno annunciato le dimissioni. È in bilico anche Rex Tillerson, il Segretario di Stato, il quale non è un diplomatico di professione ma un dirigente d’azienda messo a occupare un posto in cui non è certo a suo agio.

 

ECONOMIA: solo rose e poche spine per Trump. “Trump è fortunato, l’economia mondiale  sta godendo della più grande espansione dal 2010”, scrive il settimanale “The Economist”. La crescita dell’economia USA è solida, la disoccupazione è in calo e il mondo delle imprese sente di avere un amico alla Casa Bianca.

 

FAKE: falso, come gran parte delle notizie che, secondo Trump, sono diffuse su di lui. Trump si è addirittura vantato di aver inventato l’espressione “fake news”, ma il “Washington Post” lo ha smentito dimostrando che il termine sarebbe stato usato per la prima volta 84 anni fa. Per Trump, ovviamente, anche questa smentita è “fake news”.

 

GOLF: la grande passione di Trump. Appena può il presidente raggiunge uno dei tanti campi da golf di sua proprietà, ij Florida, in Virginia o nel New Jersey. I media americani hanno calcolato che nel 2017 Trump ha trascorso almeno 100 giorni sui prati. E pensare che per tutta la campagna elettorale aveva criticato Obama, dicendo che passava troppo tempo giocando a golf.

 

HUGE: significa grande, grandioso. È uno degli aggettivi più usati da Trump, di solito per esaltare i suoi progetti.Ma gli americani lo prendono in giro per la pronuncia, che suona “yuge”. In rete si trovano divertenti compilation delle varie occasioni in cui Trump ha usato questa parola.

 

ISLAM:  i rapporti di Trump con il mondo islamico sono stati sempre tesi e complicati. Non ha certo aiutato Trump  lo sciagurato retweet, lo scorso novembre, di un video anti Islam di un gruppo di estrema destra britannico. E la decisone di spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme ha riacceso l’antiamericanismo nella regione. Trump può vantarsi della sconfitta territoriale dell’ISIS (con il contributo decisivo di curdi, iraniani, iracheni, senza dimenticare i russi) e, nello scacchiere del Medio Oriente, il presidente ha rafforzato l’alleanza con Israele e Arabia Saudita in chiave anti Iran. Ancora non sono chiari gli sviluppi di questa strategia. Intanto il ruolo degli Stati  Uniti nella soluzione della crisi siriana è sempre più marginale, a favore di Russia e Turchia.

 

KIM: Kim Jong-un, il dittatore nordcoreano, è il principale avversario di Trump sulla scena internazionale. Trump lo ha definito “Rocket Man”, uomo razzo e “cagnolino malato”, mettendo in chiaro che il suo “bottone nucleare” è più grande ed efficiente rispetto a quello del leader della Corea del Nord. È una guerra di parole inquietante, ma resta preferibile a un conflitto nucleare che sarebbe devastante per Trump, Kim e per il mondo intero.

 

LOSER: nel senso di perdente. È una delle parole più usate da Trump quando vuole attaccare qualcuno. L’ha usata contro i terroristi dell’ISIS, ma anche contro la cantante Cher, che lo aveva criticato.

 

MURO: il muro alla frontiera con il Messico per fermare gli immigrati illegali resta la sua ossessione. In parte quel muro già esiste, ma Trump vuole aggiungere altri 1.100 chilometri di barriera, magari facendo pagare il costo (si parla di 20 miliardi di dollari) al governo messicano, che non ha alcuna intenzione di farlo. Di recente il Capo di gabinetto della Casa Bianca, John Kelly,  ha detto che il presidente aveva rivisto la sua opinione sul muro, ma Trump lo ha subito smentito tuonando: “Il muro è il muro e non ho mai cambiato idea dal primo giorno che l’ho pensato”.

 

NEW YORK TIMES: per Trump è come la CNN, una fabbrica di fake news. Quando lo cita, il presidente lo definisce un giornale in decadenza e sull’orlo del fallimento. In realtà sono aumentati gli abbonamenti all’edizione digitale del quotidiano.

 

OBAMA:  altro stile, altra classe. Ci manca.

 

PAPA: con Papa Francesco i rapporti di Trump sono stati sempre freddi e complicati, fin dai tempi della campagna elettorale. Troppe le distanze su temi cari al pontefice: l’accoglienza nei confronti degli immigrati,  la protezione dell’ambiente, i rapporti con il mondo islamico, l’attenzione verso i poveri. Nell’esasperare le incomprensioni forse conta anche il fatto che Bergoglio è sudamericano, ma i due uomini sembrano davvero su pianeti diversi.  Resta memorabile la foto dell’udienza del 24 maggio 2017 in Vaticano in cui Trump e Francesco posano per i fotografi. Trump mostra il suo sorriso finto, al suo fianco il papa resta a capo chino, con il volto cupo, senza sorrisi.

 

QUACK: significa ciarlatano, ed è uno degli epiteti rivolti con più frequenza a Trump. Ma “quack” è anche il verso della papera e nelle vignette Trump viene spesso raffigurato come un petulante Paperino.

 

RUSSIAGATE: l’indagine sui rapporti intercorsi tra il presidente, il suo staff e Mosca durante la campagna elettorale delle elezioni 2016 continua a gettare un’ombra sulla presidenza. Sulla vicenda sta indagando il procuratore speciale Robert Mueller, ma ancora non ci sarebbe “la pistola fumante”, cioè la prova decisiva che potrebbe spingere il Congresso ad avviare la procedura di impeachment, la messa in stato di accusa nei confronti del presidente. Ma anche se dovesse accadere, questo non significa che Trump potrebbe dimettersi.

 

SESSISMO: a Trump sono da tempo rimproverati gesti e parole offensivi nei confronti delle donne. Le accuse riguardano soprattutto il passato, ma da quando è alla Casa Bianca Trump sembra contenersi. Al di là dei sorrisi di facciata e delle foto di circostanza, i suoi rapporti con la first lady Melanie, come dimostrano diversi video diffusi nei mesi scorsi,  sembrano molto freddi.

 

 

TWITTER: Trump usa quotidianamente il social con il simbolo dell’uccellino per vantarsi dei suoi successi e per scagliarsi contro nemici, avversari,  capi di Stato, intere nazioni e naturalmente i giornali e le televisioni che, secondo lui, lo attaccano con fake news. In un anno Trump ha prodotto oltre 2.500 tweets, quasi una media di 7 al giorno.

 

UNILATERALISMO: fa rima con isolazionismo ed è una delle principali caratteristiche dell’azione di Trump. Decide da solo. Lo ha fatto, ad esempio,  ritirando gli Stati Uniti dagli accordi sul clima di Parigi e riconoscendo Gerusalemme come legittima capitale di Israele.

 

VOLGARITÀ: Trump ne fa ampio uso, quando scrive e quando parla. Ha scatenato un putiferio l’aver definito “cessi” i paesi africani e Haiti durante un incontro con alcuni parlamentari. Per la prima volta i media americani hanno usato esplicitamente parole considerate volgari. Se lo dice il presidente, si son giustificati, possiamo dirlo anche noi.

 

ZERO: una delle parole più usate nell’arsenale di Trump per dare della nullità a qualcuno. L’ha usata contro Hillary Clinton, ma prima ancora di essere eletto presidente aveva precisato di avere ZERO (con la maiuscola) investimenti in Russia.

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E mentre Trump fa lo sceriffo, Obama fa kitesurf
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