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martedì 20 agosto 2019
 
Stasera in Tv
 

Un giorno in pretura, le cose da sapere

28/04/2019  Da stasera, 28 aprile, torna lo storico programma, con la conduzione di Roberta Petrelluzzi, che ne è anche ideatrice e regista. Com'è nata e com'è cambiata la trasmissione più longeva di RaiTre che da oltre trent'anni racconta i processi in Tv.

Un giorno in Pretura, la trasmissione tra le più longeve della Rai, sulla terza rete seconda in anzianità solo al Tg3, nasce nel gennaio del 1988, grazie a un’idea di Roberta Petrelluzzi, da allora titolare del programma. Il titolo Un giorno in Pretura ricalca quello dell’omonimo film di Steno con Peppino De Filippo e Alberto Sordi (1953). La scelta lascia intendere due cose: la prima è che un titolo da commedia potrebbe alludere al fatto che il processo penale osservato dall’esterno sia considerato una finestra aperta sul grande teatro del mondo e sulla tragicommedia umana, o quantomeno, trattandosi di diritto penale, sulla loro patologia.

La seconda è che la trasmissione risale a un tempo ormai andato. Le Preture, deputate alla trattazione degli affari penali semplici, sono scomparse dal panorama della giustizia italiana nel 1989 con l’adozione del “nuovo”, cioè dell’attuale, Codice di procedura penale. Il programma, nato davvero ai tempi delle Preture, all’inizio ne riproduceva fedelmente il lavoro, trasmettendo per intero processi che, in quanto brevi e riguardanti questioni poco complesse, potevano essere ripresi senza interventi esterni e trasmessi compiutamente, dando alla trasmissione una funzione anche democratica, di controllo e trasparenza sull’attività della giustizia penale. Una funzione – al netto di quel tanto di voyeurismo da secoli connesso all’argomento, dagli spettatori davanti alla ghigliottina in giù - in qualche modo anche educativa, perché consentiva allo spettatore di farsi un’idea realistica del meccanismo del processo vero e italiano, uscendo dall’immaginario condizionato dalle interferenze dei telefilm americani alla Perry Mason che raccontavano un procedimento diverso, nonché parecchio romanzato.

La funzione di trasparenza e di pubblicità del processo è la medesima che consente nel sistema italiano le telecamere e le fotografie nel processo, salvo casi a porte chiuse o diversa decisione del presidente della corte: non in tutti i sistemi è così. In Inghilterra, negli Stati Uniti o a Hong Kong non sarebbe possibile l’equivalente di Un giorno in Pretura, perché, pur essendo aperti al pubblico i dibattimenti, le immagini sono vietate perché si teme possano influenzare la decisione della giuria popolare, che in quei sistemi emette verdetto da sola. Questo spiega anche perché i giornali da quelle parti sopperiscano alla mancanza di immagini affidando l’illustrazione del processo a disegnatori.

A partire dai primi anni Novanta, dopo il passaggio con il nuovo Codice dal rito inquisitorio al rito accusatorio (1989) e la chiusura delle Preture, anche il programma ha cambiato un po’ pelle: non potendo più riprendere processi complessi per intero e perché i tempi televisivi erano cambiati, ha dapprima raccontato processi a puntate, seguendone le udienze: fu il caso del processo Cusani, durante Tangentopoli, che, proprio a causa di Un giorno in Pretura, finì per trasformare Antonio Di Pietro, Pm di udienza, in un’involontaria icona pop televisiva.

Il passaggio al nuovo Codice di procedura ha cambiato, indirettamente, la trasmissione anche in un altro senso: non più piccoli casi da stanze di vita quotidiana, ma grandi casi già finiti in cronaca al tempo delle ordinanze di custodia cautelare o di rinvio a giudizio, di cui si cercava di seguire il dibattimento per capire come fossero andati a finire. La maggior trasparenza del processo accusatorio, rispetto al precedente rito inquisitorio, ha fatto sì infatti che si sia abbreviata la fase segreta dell’indagine, con l’effetto collaterale di mettere al centro dell'attenzione della cronaca il momento della chiusura indagini, anziché il processo vero e proprio, anche a causa dei tempi del processo sempre lenti, a fronte di una cronaca resa dalla tecnologia sempre più veloce e meno paziente.

Un giorno in Pretura senza cambiare titolo si è adeguata alle esigenze dei tempi nuovi e agli spettatori nuovi, passando dai processi a puntate, al rimontaggio di processi conclusi in primo grado: grandi casi di cronaca nera, dal mostro di Firenze ad Avetrana, passando per Erba e Bilancia, ma anche per il caso Cappato e Calciopoli. Più omicidi che maxiprocessi, non solo per assecondare i gusti del pubblico, storicamente attratto dall’effetto catartico da tragedia greca ad alto tasso di emotività, ma anche per un aspetto pratico: è più semplice raccontare, attraverso un montaggio di spezzoni reali – senza attori, salvo il riassunto di una voce fuori campo -, un processo con uno o due imputati di quanto non sia rimontare un maxiprocesso di mafia con decine o centinaia di imputati, per quanto interessante e significativo. La scelta dei temi da cronaca nera, con la componente naturale di crudezza che i processi veri comportano, spiega la migrazione della trasmissione stabilmente in seconda serata.

Il montaggio, pur indispensabile per conciliare tempi brevi della tv e tempi lunghi della giustizia, resta la grande incognita, la questione eternamente aperta su Un giorno in Pretura, come su tutta la giustizia rinarrata sui media: se è vero, infatti, che rispetto alle altre trasmissioni a tema giudiziario Un giorno in Pretura può vantare la maggiore oggettività dovuta ai contenuti in presa diretta, senza aggiunte che non siano il raccordo di una voce fuoricampo, ma con tagli, lo spettatore non può e non deve dimenticare che in ogni montaggio c’è la soggettività di uno sguardo che può condizionare, poco o tanto, avvicinando il confine tra realtà e reality: occorre ricordare che Un giorno in pretura resta il racconto di un processo, che è sempre cosa diversa dal processo.

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