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martedì 21 gennaio 2020
 
Francia
 

In Europa l'effetto Trump è già finito

07/05/2017  Votando per Macron i francesi hanno dato una chance all'Unione scongiurando un effetto Brexit. Ma i problemi per il nuovo presidente cominciano ora

Una chance per l’Europa. Votando per Emmanuel Macron, ottavo inquilino dell’Eliseo nella Quinta Repubblica, i francesi hanno votato molte più cose. I giornali transalpini infatti lo hanno definito un referendum, oltre che un’elezione.  Hanno innanzitutto approvato una svolta in termini generazionali. Il leader di “En Marche” ha infatti pronta una squadra di dirigenti quarantenni molto agguerrita destinata ad occupare i ranghi del nuovo governo e dell’apparato statale. A loro il compito di risolvere le tante crisi di un Paese lacerato, in preda a una decrescita per nulla felice, attraversata da scioperi e manifestazioni, minata da un senso generalizzato di insicurezza dovuto non solo al terrorismo e aggredita dalla povertà,con una classe media che ha perso progressivamente, oltre che i suoi redditi, il suo orgoglio e la sua identità.
Ma il voto francese del ballottaggio segna una formidabile e forse storica battuta d’arresto al populismo che ha conquistato l’Europa negli ultimi cinque anni e che ha portato il Regno Unito a staccarsi definitivamente dall’Unione europea. Marine Le Pen aveva promesso che in caso di vittoria avrebbe promosso un referendum analogo per far uscire la Francia dall’Europa. Ma i francesi hanno risposto esattamente come avevano risposto nel 2002 al padre Jean-Marie, coalizzandosi contro il fronte xenofobo e populista. Ancora una volta il patriottismo ha fatto da antidoto al populismo. Più che la destra hanno detto no anche alle pulsioni sovraniste e anti-euro che spiravano dalla pancia del Paese.

E a dispetto dei tanti esperti che preconizzavano un “vento trumpista” anche in Francia, dobbiamo constatare che non è avvenuto nulla di tutto questo. “The Donald” non troverà alleati in terra europea. Questo non significa naturalmente che tutti i problemi creati dall’Unione, la nuova Unione a trazione franco-tedesca, a cominciare dalla politica di rigore che ha causato milioni di disoccupati, sia stato risolto per incanto. Il giovane presidente ha davanti a sé una strada tutta in salita. L’imperativo è una crescita inclusiva  e un aumento della produttività che sappia strappare le classi meno abbienti dallo spettro dell’indigenza. Pesano i sospetti del suo passato di banchiere della banca d’affari Rotschild, le sue idee liberiste e i suoi legami con i grandi gruppi finanziari. Legami che lui ha sempre minimizzato, proclamandosi attento alle esigenze dei deboli: “Io non sono sottomesso alle banche”, ha ripetuto più volte a chi glielo faceva notare, “se fossi sottomesso alle banche, avrei continuato a lavorare in questo settore. E soprattutto, da ministro dell’Economia, non avrei presentato una legge che ha cancellato il monopolio bancario”. Quale piega farà prendere alla Francia Macron lo vedremo quasi subito, nei primi cento giorni. Quello offerto dai francesi non è un mandato ma un’occasione, una chance, appunto. Nel caso fallisse, ha scritto il settimanale Le Point, il presidente potrebbe fare da incubatore all’avvento definitivo della destra populista e xenofoba entro il 2022. Lo spettro di una “Sesta Repubblica” in chiave sovranista.

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