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lunedì 06 luglio 2020
 
 

Una scalata d'altri tempi

02/09/2010  "North Face - Una storia vera", il più bel film di montagna di sempre, racconta la tragica impresa compiuta da alcuni alpinisti nel 1936 sull'Eiger, nelle Alpi svizzere.

Una scena di "Norh face - Una storia vera".
Una scena di "Norh face - Una storia vera".

Il film di montagna è tra i generi più difficili. Almeno se dalla dimensione più o meno documentaristica si vuol salire di livello fino alla fiction vera e propria. Perché mai come nel filmare la fatica di un alpinista si nota la differenza tra riprese fatte dal vero, in parete e quelle ricostruite in teatro di posa. E soprattutto perché è davvero arduo trovare attori a loro agio sulla roccia quanto nella recitazione faccia alla cinepresa.

     Docu-film esclusi, di pellicole capaci di restituire allo spettatore, almeno in parte, il brivido mozzafiato di una scalata se ne contano sulle dita di una mano. Su tutte Assassinio sull’Eiger, girato e interpretato nel 1975 da un Clint Eastwood in forma smagliante, più lodato dai critici per le scene di montagna che per la sgangherata trama spionistica. Convincente anche la prova di Sean Connery in Cinque giorni un’estate, filmato nel 1982 dall’austriaco emigrato a Hollywood Fred Zinnemann. Sono poi passati dieci anni prima di rivedere sullo schermo scene spettacolari, girate sui picchi delle Dolomiti, grazie a Cliffhanger di Renny Harlin con un Sylvester Stallone, però, spesso rimpiazzato dalla controfigura Wolfgang Güllich, uno dei più bravi arrampicatori di tutti i tempi. Suggestive infine anche le sequenze con Chris O’Donnell in Vertical limit, che Martin Campbell ha filmato nel 2000 spacciando il neozelandese Monte Cook per il K2 himalayano.

A sovvertire ora questa speciale classifica è North Face - Una storia vera che esce nelle sale italiane dopo essere stato applaudito al Festival di Locarno. Pellicola di una bellezza e di un rigore abbaglianti, che racconta l’impresa di un gruppo di alpinisti sul versante nord dell’Eiger: a detta degli esperti, la scalata più ardua delle Alpi. Quella narrata non è un’arrampicata qualsiasi, bensì la tragica sfida, realmente accaduta nel 1936, in cui si mescolarono ideali sportivi e propaganda politica. Il più bel film di montagna di sempre.

«Un complimento che fa grande piacere e ripaga delle tante difficoltà», sorride il regista e sceneggiatore Philipp Stölzl, 43 anni, tedesco di Monaco, noto finora per video musicali, spot e regie d’opera. «L’idea è stata fin dall’inizio quella di raccontare una storia straordinaria con il maggior realismo possibile. Non doveva sembrare un film di montagna stile Hollywood, tipo Cliffhanger o Vertical limit, dove la scalata è assai poco credibile per la maggior parte del tempo. Mi sono ispirato piuttosto al documentario La morte sospesa di Kevin Macdonald, dove chi guarda ha l’impressione che la cinepresa si stia arrampicando con gli alpinisti. Proprio come un fotografo di guerra in mezzo alle truppe».

Suggestione che inchioda lo spettatore facendogli sentire il gelo nelle ossa, il vento che sferza i sogni più ancora che la pelle, la disperazione del vuoto, la strenua voglia di continuare a salire a ogni costo. Luglio 1936: nei saloni e sulla terrazza panoramica del lussuoso albergo ai piedi della parete nord dell’Eiger si ritrovano ricchi villeggianti, giornalisti, fotografi. Un posto comodo e caldo da cui rimirare chi sputa sangue cercando di aprire, per primo, una nuova via alla vetta. A riscaldare l’atmosfera è la sfida lanciata dai giornali tedeschi e dal partito nazista per dar gloria al Terzo Reich alla vigilia delle strombazzate Olimpiadi di Berlino. Mix esplosivo che porterà alla morte uomini dai caratteri e dalle ideologie differenti. Due cordate attaccheranno i 1.800 metri finali delmuro dell’Eiger: una coppia austriaca, accecata dal mito nazista, e il duo tedesco formato da Toni Kurz e Andi Hinterstoisser. Alpinisti veri.

«Le storie di questi giovani mi hanno letteralmente catturato», spiega Stölzl. «E mi affascinava l’ambigua atmosfera dell’epoca».

Si spieghi meglio...
«C’è qualcosa di esistenziale nei tentativi di scalata di quegli anni. Giovani con scarse prospettive partivano in bicicletta per scalare montagne pericolose con corde di canapa, chiodi e ramponi. Erano alla ricerca di un obiettivo da perseguire, uno qualsiasi, pur di dare senso alla loro vita. Pronti a morire. I nazisti amavano questo flirt fatalistico con la morte eroica. Sul piano intellettuale, bastava un ulteriore piccolo passo e il Reich avrebbe marciato sugli Urali!».

Ha girato North Face in condizioni estreme. Le maggiori difficoltà?
«Non sono mai facili le riprese di un film, neppure in un bar. In montagna diventano tre volte più difficili: prima fai indossare le imbracature a tutti, poi li devi portare sul set, quindi monti le attrezzature tecniche. A quel punto, magari, inizia a piovere. È frustrante».

Ha mai temuto di non farcela?
«Sì. Una volta, dovevamo girare un dialogo di Toni e Andi su una cima. Ci serviva una giornata luminosa. Le Alpi ci hanno concesso sprazzi di 5 minuti di sereno. Tremendo per gli attori recitare così. Peggio che fare roccia».

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