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domenica 24 marzo 2019
 
 

Vajont: "Ecco la mia Apocalisse"

09/10/2013  Don Carlo Onorini, classe 1925, all'epoca del disastro, era il giovane parroco di Casso uno dei paesi travolti dall'onda sollevata dalla frana che quel 9 ottobre del 1963 fece 1910 vittime. Il racconto di quei momenti terribili: "Non posso dimenticare quel fragore assordante e poi il silenzio irreale, che sapeva di morte".

don Carlo Onorini
don Carlo Onorini

“Il dolore non si esprime, si vive”: e lui, fedele a questo principio, l’Apocalisse del Vajont l’ha vissuta, ma raccontata molto poco. Don Carlo Onorini, classe 1925, orgoglioso istriano, originario di  Dignano, e attuale rettore della chiesa di San Rocco a Belluno, nel 1963 era il giovane parroco di Casso, paesino di 456 anime  abbarbicato  sulla riva del lago, proprio in faccia  al monte Toc, che contò 26 vittime, più le 13 che la notte del 9 ottobre stavano a Longarone. Nella memoria i ricordi sono vivissimi, ma fanno male al cuore. “Le prime preoccupazioni serie in paese sorsero già nel 1960 dopo la prima  grande frana che si staccò dal monte Toc, precipitando nell’invaso il 4 novembre”, inizia il sacerdote.   

I segnali che la montagna si stava muovendo  erano particolarmente evidenti agli abitanti di Casso che, dall’alto del loro abitato, potevano osservare ogni minimo spostamento del terreno. Sulle pendici del Toc c’erano, poi, i loro casolari e le stalle frequentate soprattutto durante la stagione estiva. “A mezzogiorno del 9 ottobre, dal cimitero sopra il paese, avevo notato assieme ad altre persone che sulla frana, un pino che era in piedi due ore prima, ora giaceva a terra”, ricorda don Carlo. Dopo cena, chiusa la canonica, il parroco stava già in camera quando alle 22 e 39  iniziò a udire dei forti rumori intermittenti. S’affacciò alla finestra ed ebbe il tempo di veder il lampo del corto circuito dei riflettori che illuminavano la montagna.  

   E poi il buio e un frastuono orribile, mai sentito prima. Subito dopo due colonne immense nere di pioggia e sassi si abbatterono sul paese, colpendo le abitazioni. Come se l’Apocalisse fosse arrivata a Casso. Quindi un silenzio irreale, innaturale; non quello familiare, che dice della laboriosità silente e della religiosità  delle genti di lassù, quello che ti risana e ti ristora. Un silenzio di morte”, commenta. “Dopodiché cominciai a udire il rumore dell’acqua, e pianti e urla che provenivano dal basso, dove s’era abbattuta la terribile onda. A mezzanotte un uomo giunto dal vicino paese di Erto ci portò la notizia che la frazione di Le Spesse  non esisteva più. E si cominciò a fare la conta dei morti”. 

   Alle cinque del mattino, ancora avvolti dalle tenebre, il prete celebrò una messa tra la melma e i singhiozzi dei paesani. “Non cera voglia di parlare. Bastava guardarsi negli occhi. Qualcuno imprecava Dio, ma furono le uniche bestemmie che non mi fecero male. Poi, verso le dieci del mattino arrivò l’ordine di sgombero del paese:  dovetti girare per le stalle per convincere i miei parrocchiani a lasciare le bestie e ad andar via. Firmai anche  il permesso perché 27  residenti potessero rimanere lì”.     Il 12 ottobre Don Onorini, zaino in spalla, fu l’ultimo a sfollare da Casso assieme a due carabinieri. “A Longarone”, osserva malinconicamente, “C’era il problema dei morti. A Casso avevamo il problema dei vivi”.     

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