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Valeria Golino regina di Venezia trent'anni dopo

13/09/2015  In Per amor vostro di Giuseppe M. Gaudino l'attrice è una donna che per il bene degli altri rinuncia a sè stessa. Un'opera sospesa tra realismo e simbolismo che ha convinto la critica ma che potrebbe spiazzare il pubblico. Di sicuro, ancora una volta, mette d'accordo tutti la prova della Golino che centra di nuovo la Coppa Volpi dopo la vittoria nel 1986 con Storia d'amore di Citto Maselli.

Valeria Golino con Massimiliano Gallo in una scena di Per amor vostro
Valeria Golino con Massimiliano Gallo in una scena di Per amor vostro

Aveva appena vent'anni Valeria Golino quando nel 1986 vinse la Coppa Volpi a Venezia con Storia d'amore di Citto Maselli. Quando ieri sera la scena si è ripetuta lei, sempre bellissima, ha detto: "Provo la stessa ingenua allegria di allora e spero che rimanga sempre così. Sono felice per me". Poi ha ringraziato tutti i collaboratori che hanno dato vita al film che le ha permesso di vincere il premio, "Per amor vostro", di Giuseppe M. Gaudino. Dopo il regista, il primo "grazie" è toccato a un emozionatissimo Riccardo Scamarcio seduto in platea, suo compagno di vita e nella Buena Onda, una delle case produttrici del film, nelle sale dal 17 settembre.

Premesso che il film italiano più bello visto al Lido resta di gran lunga Non essere cattivo di Claudio Caligari (che infatti ha fatto incetta di tutti i possibili premi collaterali), tra quelli in gara per il Leone d'Oro quello che ci ha convinto di più è senz'altro proprio l'ultimo, Per amor vostro, di Giuseppe M. Gaudino. Un'opera complessa, con il suo continuo contrasto tra un piano realistico quasi documentaristico e un piano onirico che sconfina anche nel grottesco (Adriano Giannini, uno dei protagonisti, in conferenza stampa ha candidamente ammesso di non aver capito nulla quando il regista gli ha spiegato per la prima volta il film),  complessità che però non è fine a sè stessa, ma dona al film un'originalità rara nel cinema italiano di oggi.

Eppure la storia che racconta il film è molto semplice. Anna (Valeria Golino) è una donna napoletana segnata da un'infanzia difficile che, come dice il titolo, per amore degli altri ha sempre sacrificato sè stessa. E' una brava madre di tre figli, uno dei quali sordomuto, è molto apprezzata nel suo lavoro (fa la suggeritrice per gli attori di una soap opera), ma non è felice. Si sente, come si dice a Napoli, una cosa da niente. Soprattutto per colpa del marito usuraio di cui finge di ignorare i turpi traffici.

Ma mentre seguiamo questa storia, sullo schermo ne scorre in parallelo anche un'altra che si svolge nella mente di Anna, in cui si alternano i ricordi del passato e gli incubi del presente, raffigurati anche cromaticamente con il susseguirsi di immagini in bianco e nero e a colori e attraverso la musica, con vecchie canzoni del Quartetto Cetra e composizioni originali. Soprattutto, Anna ha paura del mare che si vede dal balcone di casa sua e che si gonfia minaccioso riflettendo le sue angosce.

Tanta carne al fuoco, dunque, che forse avrebbe rischiato di bruciarsi con un'attrice diversa da Valeria Golino. E' quarto film che gira nella sua Napoli e, oltre al linguaggio dei segni necessario per comunicare con il ragazzo sordo, ha raccontato di aver dovuto reimparare anche il suo dialetto. La macchina da presa la segue praticamente sempre, spesso in soggettiva, e lei è magnifica nel esprimere tutte le sfumature emotive di un personaggio così complesso che si muove all'interno di una cornice filmica altrettanto ricca di suggestioni non sempre facili da cogliere.

Quando nel 1986 vinse la prima Coppa Volpi, Valeria Golino era poco più che una ragazzina. Dopo c'è stata una parentesi hollywoodiana ricca di soddisfazioni ("Rain man" accanto a Tom Cruise") e oggi è una un'apprezzata produttrice e una regista attesa alla seconda prova dopo l'ottimo esito del pur controverso "Miele" del 2013: si capisce perché vincere di nuovo un premio come migliore attrice a Venezia alla soglia dei 50 anni rappresenti per lei una grande soddisfazione. Anche perché, come non si sono visti in giro grandi capolavori in quest'edizione, così sono mancate interpretazioni femminili che spiccassero in modo particolare. A parte la sua.

Due parole, infine, su "Desdè allà", il film del venezuelano Lorenzo Vigas a cui è andato il Leone d'Oro. Come sempre, anche in quest'edizione sono arrivate le sterile polemiche sulla presunta partigianeria del Presidente della Giuria, il messicano Alfonso Cuaròn, dato che anche il Leone d'Argento è andato a un film sudamericano, "El Clan" dell'argentino Pablo Trapero. A noi sembra che in un'edizione in cui sono mancati capolavori in grado di mettere d'accordo tutti, i giurati abbiano preferito il cinema sudamericano, che come ha sottolineato il direttore Alberto Barbera, è al momento "uno dei più vitali al mondo", come accadeva fino a qualche anno fa con quello dei Paesi dell'Estremo Oriente. Su questo siamo d'accordo, anche se a noi "El Clan" personalmente è piaciuto di più.

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