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lunedì 13 luglio 2020
 
 

Perugia-Assisi, tutti i volti della pace

08/05/2011  Il 25 settembre 2011 si marcerà ancora una volta, come fece Aldo Capitini nel 1961. Tante le iniziative che la Tavola della Pace sta realizzando in vista dell'appuntamento dei 50 anni.

Il manifesto del primo dei "Forum dei Valori", dedicato alla pace.
Il manifesto del primo dei "Forum dei Valori", dedicato alla pace.

Una lunga marcia verso la Perugia-Assisi  È davvero una lunga marcia quella che anticipa e prepara la Marcia per la pace Perugia-Assisi. Un cammino di avvicinamento fatto di “Sei Forum per sette valori”, come recita l’iniziativa. Sei appuntamenti che si svolgono nel corso del mese di maggio a conclusione di un anno scolastico in cui 42.000 studenti di 260 scuole di tutta Italia si sono impegnati a riscoprire il significato autentico di alcuni dei principali valori che sono al centro della nostra Costituzione e della Dichiarazione Universale dei diritti umani.

Sono i valori della nonviolenza, della giustizia, della libertà, della pace, dei diritti umani, della responsabilità e della speranza. «Un grande progetto contro la grave crisi culturale che sta soffocando il nostro paese e per costruire una nuova cultura», commenta Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace, che ha organizzato i Forum insieme al Coordinamento nazionale degli Enti locali per la pace e i diritti umani e alle amministrazioni che ospitano gli eventi.

Sei meeting per sette valori, quindi. Il primo dedicato alla pace si è svolto a Matera il 4 e 5 maggio. Ecco gli appuntamenti successivi:  il Forum della libertà, a Riccione, il 10 e 11 maggio; il Forum dei diritti umani, a Senigallia, l’11 e 12; il Forum della speranza, a Padova, il 13 e 14; il Forum della nonviolenza, a Trento, il 18 maggio; infine il Forum di pace, giustizia e responsabilità, a Bari, il 19-20 maggio.

Questi appuntamenti sono il momento finale e culminante del lavoro svolto durante i mesi scorsi: attorno a ognuna di queste parole-chiave sono nati 471 laboratori che hanno impegnato studenti e insegnanti a smontare e ricostruire il significato di termini che spesso sono stati svuotati di senso. Ai sei forum tematici è prevista la partecipazione complessiva di 8.000 ragazzi e docenti, con l’ambizioso compito di contribuire a scrivere “Il grande libro dei valori”. Un’opera virtuale e collettiva, a disposizione di tutti perché consultabile su Internet a partire dal 1 settembre 2011.

«Vuole essere una grande raccolta di idee, riflessioni e proposte utili a costruire un’Italia e un mondo migliore», aggiunge Lotti. Ma non solo. I Forum dei valori, insieme a tante altre iniziative di questi mesi, sono anche una tappa per progettare insieme la prossima Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza dei popoli del 25 settembre 2011. Un’edizione importante: è il cinquantesimo anniversario dell’iniziativa del popolo della pace, e intende contribuire alla celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, dell’Anno internazionale dei Giovani e dell’Anno europeo del Volontariato.

Flavio Lotti alla Marcia della Pace 2010 (Foto: Ansa)
Flavio Lotti alla Marcia della Pace 2010 (Foto: Ansa)

Per i diritti umani, contro la guerra

«Abbiamo bisogno di ripensare e ricostruire il movimento per la pace a partire da ciascuna delle nostre città. A ciascuno di fare qualcosa». Questo, nelle parole del coordinatore della Tavola della Pace Flavio Lotti, il punto di riferimento di tutte le iniziative in vista della 50° Marcia della Pace Perugia-Assisi. Punto di riferimento emerso già al 29° Seminario nazionale della Tavola della pace (che è stato dedicato a Vittorio Arrigoni, il volontario sequestrato e ucciso a Gaza il 15 aprile scorso), la “tre-giorni” svoltasi ad Assisi alla metà di aprile, alla quale hanno partecipato oltre trecento persone (membri di associazioni, insegnanti, giornalisti) da tutta Italia.

- Flavio Lotti, il popolo della pace prepara la Perugia-Assisi mentre il Nord Africa è nel caos e l’Italia è di nuovo in guerra…

«Per questo i partecipanti al seminario hanno insistito sull’urgenza di difendere i diritti umani e fermare le violenze sui civili. Nei Paesi dov’è in corso la repressione occorre inviare una Commissione d’inchiesta dell’Onu. Abbiamo il dovere di sostenere concretamente chi sta lottando per la libertà e la democrazia, la dignità, la giustizia. I governi occidentali non possono fare la guerra in Libia e fingere di non vedere il sangue che scorre in tanti altri paesi del Medio Oriente».

- Tuttavia, da molte parti si ritiene che l’intervento della Nato fosse inevitabile...

«Di fronte alla tragedia che si sta consumando in Libia, l’alternativa è tra continuare la guerra o fare ogni sforzo per fermarla. Fermarla non vuol dire risolvere il problema. Vuol dire evitare che peggiori. Il primo obiettivo dell’Italia, dell’Europa e della Comunità internazionale oggi dev’essere fermare la guerra per fermare la strage di civili, rompere la spirale della violenza prima che la sua morsa diventi troppo stretta».

- In che modo?

«Dobbiamo puntare a una tregua che consenta di portare aiuto alla popolazione e poi raggiungere il cessate il fuoco. La politica deve strappare alle armi il controllo della situazione. Non aggiungerne altre. Non è da oggi che diciamo che è venuto il tempo di chiudere con i bombardamenti e inviare una missione dell’Onu sotto la guida del Segretario Generale in grado di proteggere realmente i civili».

- Meno di un mese fa è stato assassinato Vittorio Arrigoni. Un altro martire della pace…

«Di fronte all’inquietante uccisione di Arrigoni fin da subito abbiamo chiesto al Governo italiano di impegnarsi a ottenere piena luce sulla vicenda. Ma anche di assumere una forte iniziativa politica per mettere fine all’assedio di Gaza. Il lavoro di Vittorio deve continuare: occorre tenere acceso i riflettori su Gaza fino a che il mondo non vorrà scrivere la parola pace in Terra Santa».

- Quali le prossime tappe, in vista della Marcia per la pace?

«Il seminario nazionale si è concluso con l’approvazione di un ampio piano di lavoro che culminerà con il “Meeting dei 1000 giovani per la pace” e la “Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza dei popoli” del prossimo 25 settembre. C’è urgenza di ripartire dalle nostre realtà locali, dalle nostre città. Se davvero vogliamo la pace non possiamo che cominciare dai luoghi in cui viviamo promuovendo accoglienza e rispetto dei diritti umani per tutti. A ciascuno di fare qualcosa».

Un caccia F-35 (Foto: Ansa)
Un caccia F-35 (Foto: Ansa)

La pace si fa anche con l'economia

  

Costruire la pace a partire dalle proprie realtà significa imparare a «usare anche le leve dell’economia, pure quelle piccole, di cui ciascuno di noi dispone, per far sentire la nostra voce contraria a ogni forma di guerra, e di politica della guerra, qual è la produzione, la vendita e il commercio delle armi».

Le parole sono di Giorgio Beretta, di Unimondo, analista della Rete italiana disarmo (Rid). Punta l’attenzione su ciò che in concreto ciascuno può fare, a partire dalle scelte che compiamo tutti i giorni. Si può incidere sulle complesse strategie della potente industria bellica, che muovono interessi miliardari e incidono sulla geopolitica del pianeta? Secondo Beretta sì. Nelle vesti di consumatore e cliente, il cittadino può usare l’arma di pressione delle sue scelte per provocare cambiamenti anche importanti nel mondo dell’economia e della finanza. Ad esempio rispetto al commercio delle armi.

«L’Unione europea», spiega l’analista della Rid, «è diventata il primo esportatore di armi nel mondo. È passata davanti anche agli Stati Uniti, nelle esportazioni. Quanto all’Italia, è la seconda esportatrice all’interno della Ue, dopo la Francia. Ha superato sia la Germania che la Gran Bretagna».

«Sapete dov’era il ministro della Difesa Ignazio La Russa nel giorno in cui è iniziata la guerra della Nato in Libia? Era a Dubai», aggiunge. «Partecipava a una fiera del commercio di materiale bellico a Dubai. La crescita dell’export delle armi italiane è preoccupante. E dopo le modifiche fatte alla legge 185 sul controllo delle transazioni belliche, temiamo che questo tipo di commercio sia sempre più fuori controllo».

Un esempio recente riguardo alla riduzione dei controlli viene proprio da una recente inchiesta divulgata congiuntamente proprio dalla Rete italiana disarmo e dalla Tavola della pace, secondo la quale nel 2009 il nostro Paese ha triangolato attraverso Malta al regime del colonnello Gheddafi oltre 79 milioni di euro di armi leggere ad uso militare di una ditta italiana. Un dato che risulta dal Rapporto dell’Unione europea sull’esportazione di armamenti, pubblicato nel gennaio scorso. Ma che non risulta da nessuna parte nei documenti italiani che attestano le nostre esportazioni.

«È anche con queste armi che l’esercito di Gheddafi sta sparando sulla popolazione», scrivevano le due associazione nell’inchiesta, che chiedevano urgenti chiarimenti al Governo. «Chiarimenti che non sono mai stati dati», dice Beretta, «né a noi né al Parlamento».

Quindi che fare? La proposta di Giorgio Beretta è chiara: le nostre scelte pesano. «La mia banca accetta di fare transazioni finanziarie sulle vendite di armi? Se lo fa me ne vado», sottolinea l’analista del Rid. «Se non le fa, allora scrivo all'istituto di credito che resto loro correntista proprio perché non le fanno».

Ancora più forza, insiste Beretta, possono avere i Comuni, le associazioni, le amministrazioni locali e regionali, le parrocchie. «Possono chiedere alla loro banca se fanno affari con le fabbriche di armi», conclude. «Se sì, spostano il conto corrente altrove. Le banche sono sensibili alla clientela: meglio per loro avere come cliente una fabbrica di armi o 30 comuni, 50 associazioni, 100 parrocchie? Ecco un modo per costruire la pace anche con l’economia».

Un'istantanea della Perugia-Assisi 2010 (Foto: Brancolini/Tavola della Pace)
Un'istantanea della Perugia-Assisi 2010 (Foto: Brancolini/Tavola della Pace)

Tutti a votare per l'acqua di tutti

Un appuntamento decisivo, quello del 12 giugno: dipenderà dal voto al referendum il fatto che sia sancito che l’acqua non è un bene privatizzabile, che è un bene comune e un diritto fondamentale.

Al 29° Seminario nazionale della Tavola della Pace il tema del prossimo referendum (ben due quesiti della consultazione riguarderanno l’acqua) è stato fra quelli più dibattuti. Ai lavori ha partecipato Paolo Carsetti, del Comitato referendario per l’acqua bene comune: «Ci sono due Italie», ha detto. «Quella dei palazzi della politica, che ha prodotto la legislazione più privatizzatrice d’Europa e forse del mondo (a parte forse il Cile di Pinochet); ma anche quella che si è mobilitata, che ha raccolto le firme, che ha sensibilizzato, fatto banchetti e raccolte di adesioni ovunque. Un’Italia, quella che ha promosso i referendum, che non è contro qualcosa, ma per qualcosa: l’acqua bene comune».

«I referendum sull’acqua», ha aggiunto Carsetti, «sono quelli che hanno raccolto più firme di qualsiasi altro referendum nella storia della Repubblica. Frutto di un lavoro intenso di reti di associazioni, di gruppi di volontariato, di realtà locali di ogni tipo. Una fitta rete nazionale costituita da una miriade di comitati e realtà locali».

Che l’acqua abbia a che fare con la pace è sempre più evidente: tutti gli analisti sostengono che nel prossimo futuro le guerre si combatteranno prima di tutto per l’oro blu, sempre più prezioso e sempre più raro. Già ora, sull’acqua, si combattono dure guerre del business, dicono i Comitati per l’acqua pubblica, come dimostrano i processi di privatizzazione avvenuti in tanti Paesi del mondo.

«Noi riteniamo che non si devono fare profitti sull’acqua. Nei referendum del prossimo giugno», ha sottolineato Carsetti, «si vanno ad abrogare due norme, una approvata dal centro destra, l’altra approvata dal Centrosinistra. Quindi, non è certamente una scelta di parte, ma una rivendicazione perché sia riconosciuto nell’acqua un bene comune essenziale e di tutti. Vincere i referendum – anche quello sul nucleare – significa aprire degli spazi politici importanti alla società civile che ha portato avanti queste battaglie di libertà. E significa anche ridare forza allo strumento del referendum, che ancora una volta la politica sta cercando di oscurare e di rendere inutile».

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