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martedì 09 marzo 2021
 
Striscia di Gaza
 

Vik, tre anni dopo

20/07/2014  Era il 14 aprile 2011 quando Vittorio Arrigoni fu sequestrato e ucciso a Gaza. Era stato una presenza di pace e non violenza nella Striscia, che oggi è nuovamente sotto i bombardamenti. Le sue parole durante l’operazione “Piombo fuso” del 2009 mantengono purtroppo anche oggi tutta la loro attualità: «Non esistono operazioni militari chirurgiche: quando si mettono a bombardare l'aviazione e la marina, le uniche operazioni chirurgiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullati alle vittime».

«Rifletteteci un attimo, sarebbe come se l'esercito italiano per catturare un pericoloso boss mafioso, iniziasse a bombardare pesantemente il centro di Palermo». Così scriveva Vittorio Arrigoni nel gennaio 2009, da Gaza City, unico italiano rimasto sotto le bombe dell'operazione militare israeliana “Piombo fuso”. In meno di un mese, il bilancio fu di oltre mille morti. Fu in quei giorni drammatici che Vittorio divenne noto a tutti, con le sue corrispondenze per il Manifesto, poi raccolte in un libro, che immancabilmente chiudeva con il suo “Restiamo umani”. Più di uno slogan. Uno stile di vita. Un senso cercato e fortemente voluto davanti al nonsenso della violenza cieca.

Quella sua chiosa risuona anche oggi, più forte che mai, mentre una nuova fiammata di violenza scarica morte su civili inermi. «Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri, state tranquilli, non fanno distinzione tra le bandiere di Hamas e quelle di Fatah esposte sui davanzali. Non esistono operazioni militari chirurgiche: quando si mettono a bombardare l'aviazione e la marina, le uniche operazioni chirurgiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullati alle vittime.»

E lo sapeva bene Vittorio, che sulle ambulanze di Gaza, in quei giorni, faceva la spola tra ospedale e macerie. Sono trascorsi più di tre anni da quella notte, tra il 14 e il 15 aprile 2011, quando Vik – come lo chiamavano gli amici – fu ucciso a Gaza, dopo un rapimento lampo, a opera di un sedicente gruppo salafita. Tre anni in cui le sue parole sono riecheggiate ovunque, in cui il suo messaggio non ha smesso di essere diffuso, in cui tanti amici e attivisti si sono fatti carico di continuare la sua opera, in cui il suo “restiamo umani” ha segnato tante coscienze. Raccontava del nonno partigiano, Vik, dei valori della Resistenza. Di come oggi ciò si traducesse nello stare dalla parte dei più deboli: «Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora di italiani, spagnoli, inglesi, australiani, in questo momento siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l'olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato. Restiamo umani».

E di certo, a rileggere le pagine del suo “Gaza. Restiamo umani” (Manifesto libri) sembra di essere oggi a Gaza City. Poco o nulla è cambiato. Purtroppo.

Egidia Beretta Arrigoni, la madre di Vittorio, e un'immagine del figlio con alcuni bambini di Gaza.
Egidia Beretta Arrigoni, la madre di Vittorio, e un'immagine del figlio con alcuni bambini di Gaza.

Un libro per ricordarlo e per conoscerlo

«Vittorio non è un eroe né un martire, solo un ragazzo che credeva nei diritti umani» scrive la madre Egidia Beretta nel libro “Il viaggio di Vittorio” (Dalai Editore), in cui racconta il percorso umano del figlio e cosa lo ha spinto a diventare un punto di riferimento per tanti. «Parlare della sua vita e della sua Utopia è il mio modo di rendergli onore. Se, come ha scritto don Luigi Ciotti, la sua vita è travasata in tante vite, io sarò il portatore d'acqua che alimenta la sorgente».

«Non è vero che il tempo attutisca il dolore», racconta la signora Beretta Arrigoni, «per me non è così. Eppure Vittorio è vivo, lo sento vicino, ci parliamo e la sua presenza viva ingigantisce di ora in ora, come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, ci consegna le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, gli oppressi, passandoci il testimone. E il testimone che io ho ricevuto è pesante sulle mie spalle di mamma: Vittorio mi chiama a raccontarlo, a raccontare il lungo viaggio che lui ha compiuto e che lo ha condotto a Gaza. E così mi sono messa in viaggio anch'io, per dare voce alla sua voce, perché sento che il dovere della testimonianza è più forte del riparo del silenzio».

Mamma Egidia racconta di questo anno in cui ha girato l'Italia per presentare il libro, racconta dell'amore che incontra ovunque, dell'ammirazione, del rispetto e della forza che scaturiscono dalle parole che Vittorio ha lasciato. Racconta dell'ultimo viaggio in Sicilia, che l'ha portata dalla casa di Peppino Impastato a Cinisi e a Niscemi, dalle mamme No Muos. «Sono stata ovunque, chiamata da biblioteche, associazioni, circoli culturali, comunità, assessorati; sono stata in scuole, in oratori e chiese, ho tenuto anche omelie; ho incontrato attivisti, volontari, giovani e persone comuni, quelle che Vittorio prediligeva; vedo lo stupore negli occhi dei ragazzi e l'ammirazione quando scorrono i suoi video e ascoltano le sue parole e cerco di comunicare loro la sua passione per i diritti umani, le sua idealità, la sua utopia. Crescerà qualche fiore? Son convinta di sì. Ho ascoltato molte confidenze, di mamme e di figli, ho risposto ad innumerevoli domande sulla sua giovinezza, sui pericoli che incontrava, sulla sua passione per gli ultimi nata da bambino, sulla scelta nonviolenta, sul perché la Palestina, su come fanno una mamma e un papà a trovare il coraggio di non fermare un figlio e condividere le sue scelte, sul senso del “restiamo umani”».

Ovunque, a parlare di «questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che, come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi».

In suo nome mamma Egidia e la sorella Alessandra hanno dato vita alla fondazione “Vittorio Arrigoni-Vik Utopia onlus”, che finora ha cofinanziato due progetti nella striscia di Gaza. Daniela Riva, coordinatrice del progetto “Le farfalle di Gaza” di Debra Italia onlus, si cura dei bambini affetti da epidermolisi bollosa, una malattia genetica rara definita “sindrome dei bambini farfalla”, per via dell'estrema fragilità della pelle che ricorda le ali di una farfalla: «Si tratta», racconta, «di un'alterazione genetica che provoca la formazione continua di vesciche ed erosioni su tutto il corpo, anche all'interno delle mucose, nella trachea, negli occhi... è una patologia molto dolorosa. Servono ore e ore di bendaggi ogni giorno, continue terapie antibiotiche e la gestione della malattia a Gaza è resa ancora più difficile per via della scarsa qualità dell'acqua e della mancanza di elettricità. Con questo progetto garantiamo assistenza sia medica che sociale a questi bambini e alle loro famiglie».

L'altro progetto sostenuto e finanziato dalla fondazione (cui sono interamente devoluti anche i proventi del libro “Il viaggio di Vittorio”) è quello della onlus Sunshine4Palestine, che sta realizzando un impianto fotovoltaico sul tetto dell'ospedale Jenin a Gaza, in maniera da garantire una costante fornitura di elettricità, indispensabile ma spesso impossibile, dati i continui blackout che si verificano normalmente nella Striscia. «Gaza possiede un dono che non può esserle tolto: il sole», dice il dottor Ivan Coluzza. «Il sole può alleviare molti dei problemi di cui soffre la popolazione e garantire servizi sanitari fondamentali. Immaginate cosa possa succedere in un ospedale se salta la corrente: per le incubatrici, o se c'è un'operazione in corso... Noi stiamo realizzando un impianto che ha già iniziato a funzionare e quando sarà a regime non solo renderà indipendente l'ospedale (tra l'altro con un notevole risparmio economico), ma riverserà corrente elettrica anche nel quartiere. Il solare è una fonte di energia estremamente democratica, ognuno si rifornisce da sé senza chieder il permesso a nessuno».

E di certo oggi più indispensabile che mai, per curare le centinaia di feriti che si stanno riversando negli ospedali.

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