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venerdì 18 ottobre 2019
 
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Il dramma di Vincent Lambert, la Cassazione ha deciso: stop alle cure

01/07/2019  Il caso dell'ex infermiere di Reims tetraplegico dal 2008 ha scosso l'opinione pubblica d'Oltralpe ed è diventato il simbolo del dibattito sul fine vita. Ora, la Corte suprema di Parigi ha dato il via libera alla sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione dell'uomo. Pubblichiamo il servizio uscito nel numero 22 di "Famiglia cristiana".

Il caso di Vincent Lambert sembrava chiuso con la sentenza dei giudici d'appello del 20 maggio che, accogliendo il ricorso dei genitori Viviane e Pierre, aveva stabilito che l'uomo deve continuare a essere alimentato e idratato. Ora invece la Corte di cassazione ha cancellato la decisione precedente e dato il via libera alla sospensione delle cure. Nel servizio che segue, pubblicato nel numero 22 di Famiglia cristiana, abbiamo ripercorso la drammatica vicenda e la battaglia dei genitori che lottano per la vita di Vincent, mentre la moglie dell'ex infermiere e sei dei suoi fratelli chiedono di sospendere le cure. 

 

Nel Centro ospedaliero universitario di Reims, Nordest della Francia, Vincent Lambert giace sul suo letto, in una stanza che i suoi genitori, Viviane e Pierre, hanno tappezzato di fotografie. Vincent, 42 anni, lavorava come infermiere psichiatrico. Nel 2008 un incidente in moto lo ha reso tetraplegico. Da allora secondo alcuni medici si trova in stato vegetativo cronico, secondo altri è in uno stato di coscienza minima.

Vincent non può comunicare, ma respira in modo autonomo, deglutisce, il suo cuore batte in modo spontaneo, senza l’aiuto di macchinari. Non è un malato in fin di vita. Lo ha ribadito il dottor Xavier Ducrocq, medico consulente dei genitori di Lambert, il quale – come riporta il settimanale francese La vie – ha dichiarato che l’infermiere è in uno stato di disabilità molto grave, «non è un vegetale».

Viviane e Pierre, lei 73 anni, lui medico in pensione 90enne, cattolici praticanti, in questi anni si sono presi cura del figlio con amore e dedizione. Non hanno mai smesso di combattere per la sua vita, neppure quando questo ha significato opporsi a una parte della famiglia, alla moglie di Vincent, Rachel, suo nipote e sei dei suoi otto fratelli, schierati a favore del fine vita. Non hanno retrocesso di un passo quando il 20 maggio i medici dell’ospedale, eseguendo la decisione del Consiglio di Stato francese, hanno avviato il protocollo di sospensione dell’alimentazione e idratazione, accompagnandolo a una sedazione profonda. Viviane e Pierre si sono rivolti alla Corte europea dei diritti umani, che però ha respinto la loro richiesta di continuare ad alimentare e idratare il figlio. Parere diverso aveva espresso il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle persone disabili, chiedendo alla Francia di non avviare le procedure per condurre Vincent alla morte, per poter esaminare il caso.

I coniugi Lambert non si sono dati per vinti. Il 21 maggio, la Corte d’appello di Parigi ha accettato il loro ricorso e ordinato all’ospedale di riprendere le cure per Vincent.

Il 20 maggio, dopo gli appelli già lanciati in passato, papa Francesco è tornato a rivolgere il suo pensiero all’infermiere francese in un tweet: «Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità. Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall’inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto».

Una settimana prima, la Chiesa di Reims si era espressa chiaramente sulla vicenda attraverso una dichiarazione firmata da monsignor Éric de Moulins-Beaufort, 57 anni, arcivescovo di Reims e presidente della Conferenza episcopale francese dallo scorso aprile, insieme al vescovo ausiliare monsignor Bruno Feillet.

«È in gioco l’onore di una società umana», si legge nella nota, «non lasciare che uno dei suoi membri muoia di fame o di sete e fare tutto il possibile per mantenere fino alla fine le cure appropriate. Permettersi di rinunciarvi perché una tale cura ha un costo o perché sarebbe inutile lasciar vivere la persona umana rovinerebbe lo sforzo della nostra civiltà. La grandezza dell’umanità consiste nel considerare la dignità dei suoi membri, specialmente dei più vulnerabili, come inalienabile e inviolabile. Le nostre società ben attrezzate si sono organizzate in modo tale che le persone in situazioni di stato vegetativo o di coscienza minima siano supportate fino alla fine da strutture ospedaliere e seguite da personale competente».

Il messaggio dell’arcivescovo è stato accolto dal cardinale Kevin Farrell, 71 anni, prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita e da monsignor Vincenzo Paglia, 74enne presidente della Pontificia Accademia per la vita, che il 21 maggio hanno emanato una dichiarazione congiunta: «Desideriamo ribadire la grave violazione della dignità della persona, che l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione comportano. Lo “stato vegetativo”, infatti, è stato patologico certamente gravoso, che tuttavia non compromette in alcun modo la dignità delle persone che si trovano in questa condizione, né i loro diritti fondamentali alla vita e alla cura».

Alimentare un malato, si sottolinea, «non costituisce mai una forma di irragionevole ostinazione terapeutica, finché l’organismo della persona è in grado di assorbire nutrizione e idratazione, a meno che non provochi sofferenze intollerabili o risulti dannosa per il paziente». Più avanti: «La sospensione di tali cure rappresenta, piuttosto, una forma di abbandono del malato, fondata su un giudizio impietoso sulla sua qualità della vita».

Dal canto suo, il presidente francese Emmanuel Macron il 20 maggio in un post sui social aveva affermato che su questa vicenda «non c’è una risposta semplice e univoca». E che «non spetta a me sospendere una decisione che compete ai medici e che è in conformità con la legge».

Il dramma dell’infermiere ha scosso la Francia, diviso le coscienze sul tema del fine vita. Vincent ora è disteso sul suo letto. È un disabile gravissimo. I suoi occhi si aprono e si chiudono, il suo cuore continua a pulsare. Vincent, oggi, è vivo.

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