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giovedì 21 marzo 2019
 
INCHIESTA
 

Vocazioni bruciate. La crisi dei preti è una crisi della Chiesa?

11/12/2016  Ogni anno in Italia oltre 40 sacerdoti chiedono la dispensa dal ministero per sposarsi o perché non si sentono più adatti a servire la Chiesa da pastori. E molti altri ottengono periodi sabbatici per superare difficoltà e dubbi. Quali sono le ragioni di queste crisi? Come si attrezzano le diocesi per affrontare le difficoltà dei presbiteri? Il prete che lascia è ancora uno scandalo? Il servizio pubblicato nel numero di dicembre del mensile "Jesus".

«La mia più che un’interruzione è stata una trasformazione. Il rapporto con il Signore non si è mai fermato, ed è sempre vivo, nella preghiera. Adesso il mio altare è la strada e la vita quotidiana nel mondo. Certo, mi manca molto la comunità, la paternità di essere a disposizione di tutti e la celebrazione della Messa, ma sono sereno. E se ci fosse stata la possibilità non avrei mai lasciato il sacerdozio». Don Giulio – lo chiameremo così perché ci ha chiesto di non fare il suo nome –, dopo essere stato viceparroco in varie realtà e parroco per cinque anni in una città di media grandezza del Centro Italia, da due anni si è allontanato dalla sua congregazione religiosa che ha servito per oltre quindici anni. «Voglio mantenere ancora il mio anonimato», dice, «per non creare scandalo, visto il ruolo che avevo e anche perché ho ancora un po’ di tempo per decidere se tornare o no, sto ancora ri…flettendo e credo che vedere le cose da una certa distanza mi stia aiutando a valutare le mie scelte con sincerità».

Don Giulio si sentiva realizzato come parroco, ma il celibato gradualmente è diventato un problema: «Iniziavo ad assaporare una vera paternità spirituale con la comunità e vivevo in pienezza il mio ruolo; ma sentivo anche molta solitudine. Mi mancava un’unità con qualcuno, certo ero unito con Dio, ma c’era anche la dimensione umana e in quella mi sentivo scoperto». In questo vuoto, nella vita di don Giulio si incastra un sentimento per una persona, una donna che lo aiuta in parrocchia e lo manda completamente in tilt. «Ho cercato di custodirmi e di evitarla anche con più attività, ho parlato con il mio padre spirituale, con uno psicologo laico e con i miei superiori, ma sono stato per lungo tempo in un grande combattimento. In me c’era l’uomo sacerdote e l’uomo laico, ma per tutti ero solo un uomo di Dio. Il rapporto uno-molti mi portava al sacerdozio, il rapporto uno-uno mi portava a lei».

La pace arriva solo quando don Giulio con un atto di coraggio si autosospende e chiede un anno di ritiro spirituale che gli viene concesso. «Ho fatto a cazzotti con Dio», racconta, «è stata dura far passare la tempesta ma poi è cominciata la quiete e adesso ho ancora poco tempo per comunicare la mia decisione alla Chiesa. Quello che posso dire è che c’è bisogno di accoglienza anche per noi, e che il sacerdote è caricato di talmente tante attese che mi sembra necessaria una nuova consapevolezza da parte della Chiesa».

Un momento di crisi, quello di don Giulio, che può capitare a tutti, come capita nelle migliori famiglie e nei matrimoni più solidi. Le ragioni possono essere le più diverse. L’Annuario statistico vaticano parla, solo in Italia, di 43 abbandoni nel 2013 e altrettanti nel 2014 su un clero formato da 31.740 preti diocesani. E i numeri sono simili per tutto il decennio precedente. Ma questi dati si riferiscono ai presbiteri che chiedono e ottengono la dispensa sacerdotale per rimanere nella Chiesa cattolica, eventualmente avere la possibilità di sposarsi in chiesa, e continuare a ricevere i sacramenti. Don Francesco Cosentino, che lavora alla Congregazione per il clero, dice che le dispense richieste ogni anno a livello mondiale sono circa 800. Quanti sono invece quelli che vanno in crisi senza arrivare ‹fino all’uscita dal ministero? E quelli che se ne vanno senza chiedere permesso e che non sono aiutati? Questo sommerso è più diŽfficile da quanti‹ficare.

Alberto (ormai non più don) ha 58 anni, è del Nord Italia e ha lasciato l’abito sacerdotale più di 8 anni fa: «Non so cosa sia successo, amavo la mia parrocchia e la comunità ma a un certo momento il mio ministero mi è sembrato sterile. Tutte quelle cose che facevo, perché le facevo? A chi erano utili e a chi cambiavano davvero la vita? Ho cercato di parlarne con qualcuno ma o non sono stato bravo a farmi capire o gli altri non mi hanno voluto ascoltare. Avevo anche vergogna o ritrosia ad ammettere che forse avevo fatto un errore a entrare in seminario anni prima, perché i miei genitori mi avevano fatto crescere all’ombra della parrocchia e mi era sembrata, a quel tempo, una scelta obbligata. All’inizio, non sono riuscito a parlarne chiaramente e subito con i miei superiori perché avevo visto come era stato giudicato un altro amico prete che aveva avuto una crisi. A un certo momento, forse anche per la stanchezza emotiva, l’equilibrio si è rotto. Ora c’è una donna nella mia vita, ma all’inizio mi sono allontanato solo perché mi sentivo inutile. A un certo punto volevo anche tornare sui miei passi ma il vescovo me lo ha sconsigliato. Dopo molte difficoltà, ora lavoro come operaio e sono padre di un bambino».

Giovanni, ex prete lombardo, ha avuto la sua crisi intorno ai 45 anni: «Mi piaceva fare il prete, ma mi sono innamorato con la stessa intensità e passione con cui avevo vissuto la preparazione al sacerdozio. E non riuscivo a considerare le due cose in contraddizione. Alla fine ho scelto l’amore coniugale. Il mio vescovo ha capito e mi ha garantito anche un sostegno economico per il primo periodo, il vescovo emerito che mi aveva ordinato mi ha accompagnato spiritualmente. Ho soff‚erto invece per la durezza con cui hanno reagito tanti laici e anche diversi miei confratelli: i primi si sentivano traditi, i secondi apparivano imbarazzati. La maggior parte non si è più fatta sentire».

«I tentativi di negare i disagi dei preti sono piuttosto forti», ammette don Enrico Parolari, sacerdote e psicoterapeuta della diocesi di Milano che con una équipe di altri professionisti (sacerdoti, laici e religiose) si occupa di presbiteri che vivono varie forme di crisi. «Si continuano a liquidare le difficoltà come colpe dei singoli che hanno perso spiritualità, le si considerano eccezioni patologiche, le si delegano a interventi psicologici disancorati dal progetto vocazionale. Insomma: le tipiche mele marce in un cesto di frutta complessivamente matura». E invece, prosegue il prete psicologo, «occorre accettare, almeno come ipotesi da vagliare, che le forme di disagio – incluse le meno gravi – possano essere la punta di un disagio anche istituzionale», insomma, un problema di tutta la Chiesa, della sua organizzazione, dell’identità presbiterale, del carico di responsabilità dei sacerdoti, delle relazioni interpersonali tra confratelli e tra preti e vescovi.

Tuttavia, soprattutto negli ultimi anni, secondo don Parolari si stanno facendo importanti passi avanti nella presa di coscienza del problema e infatti aumentano anche i preti che riconoscono di aver bisogno di aiuto e non solo per questioni legate al celibato: «Servono interventi appropriati e non sono più accettabili reticenze. Merito del motu proprio pubblicato nel 2010 da Benedetto XVI sugli abusi perpetrati da sacerdoti, ma anche di comunità ecclesiali più consapevoli e dell’opinione pubblica più allertata. Sta anche diventando prassi affidarsi alle competenze professionali degli esperti – non c’è più fobia della psicologia –, non si interviene più solo per casi eclatanti o in presenza di processo canonico o penale e, soprattutto, è più facile per un prete comunicare le proprie difficoltà».

Ma, caduto un tabù, molto resta ancora da fare perché le Chiese locali si attrezzino con luoghi e personale adatto ad accompagnare i preti in difficoltà. E, come don Parolari ha recentemente denunciato in un articolo pubblicato sulla rivista specializzata Tredimensioni. Psicologia, spiritualità, formazione (Àncora editrice), occorre evitare «la delega eccessiva a occuparsi dei casi gravi» che i vescovi e i responsabili del clero fino a poco tempo fa tendevano a «scaricare sulle poche realtà gestite da religiosi che si facevano carico delle situazioni difficili». Perché, «accogliere, interpretare e accompagnare le difficoltà dai preti non può essere un’operazione equiparata all’opera del buon samaritano, ma chiede stili di responsabilità istituzionali e di relazioni pastorali che fanno parte del problema».

I pionieri nell’accompagnare e accogliere i preti in crisi sono stati i padri Venturini che gestiscono da decenni una comunità terapeutica a Trento e da tempo sono attivi anche altri centri legati a famiglie religiose. Una di queste, la comunità Monte Tabor di Pomezia, è stata visitata da papa Francesco lo scorso 17 giugno durante una delle sue uscite nei “Venerdì della misericordia” contribuendo ad alzare il velo sul problema. Ora,  finalmente, alcune Conferenze episcopali regionali stanno avviando delle comunità di vita per preti con  finalità terapeutica. Tuttavia la situazione è ancora a macchia di leopardo e diverse regioni italiane sono del tutto prive di questa attenzione qualificata, che del resto non è possibile improvvisare in breve tempo.

le difficoltà, dal rispetto del celibato all'eccesso di impegni pastorali

Ma quali sono le ragioni per cui i preti vanno in “crisi”? È solo questione di difficoltà nel rispettare il celibato? «Un sacerdote che percorre il suo cammino di fede e di vita è un uomo come gli altri. Con la di€fferenza che la vita del prete si identifica con il suo servizio», tiene a premettere don Parolari dal suo studio in centro a Milano. «È lo stesso stile apostolico della vita del sacerdote che lo espone a delle “crisi”». Un primo livello di problemi che vivono i preti in crisi («ma spesso i piani si intrecciano», spiega) è equiparabile al burn out di altre professioni: «Il passaggio da un eccesso di carico e impegni pastorali – oggi sempre più gravosi e complessi – al venire meno delle motivazioni che sostengono la vocazione». Poi ci sono i casi in cui «va in crisi l’equilibrio aff€ettivo nella vita personale e nelle relazioni con la comunità»: dal prete che si innamora, vorrebbe vivere la sua relazione e desidera una paternità biologica, al «celibato che diventa “vita da single”, senza legami e reale cura delle persone». Altro livello riguarda sacerdoti messi sotto accusa per responsabilità penali (per incidenti occorsi in parrocchia o reati nella sfera economica…) e i casi di abusi sessuali. Infine ci sono i problemi di dipendenza da alcol, pornografia, gioco e internet. 

 Quanto agli interventi, don Parolari spiega che esiste un’ampia gamma di possibilità: dal semplice supporto psicologico e spirituale proseguendo il ministero, all’invio presso altri sacerdoti o famiglie accoglienti per un periodo di riflessione “tutelata”, alle comunità terapeutiche, fino al ricovero psichiatrico. «L’importante è che tutto nasca da un ascolto attento delle problematiche e della storia della persona e che si coordinino progressivamente gli interventi». Dopo un percorso rigoroso, per molti «l’aver a€ffrontato e risolto la crisi può portare a una rinnovata responsabilità, maturità e consapevolezza delle proprie fragilità», con un pieno ritorno al ministero; per altri si valuta il rientro in servizio ma in un contesto più protetto; per altri ancora, «anche se è una scelta drammatica», l’esito migliore può essere l’uscita dal ministero sacerdotale. 

Quando un prete decide di lasciare, deve scrivere ufficialmente ai superiori e fare domanda per ricevere la dispensa, che può essere concessa solo dalla Santa Sede. Il suo caso sarà valutato nel giro di un anno. Molte diocesi continuano a garantire per un certo periodo un reddito all’ex sacerdote, ma non mancano anche coloro che, magari a causa di incomprensioni e rotture durante il periodo di discernimento, si descrivono come del tutto abbandonati, persone cui viene negata anche l’opportunità di insegnare religione nelle scuole come possibile sbocco occupazionale. E qualcuno assicura persino di essersi sentito proporre dai superiori di continuare il ministero chiudendo un occhio sulle “scappatelle” amorose. 

Fuori dalle istituzioni ecclesiastiche, ci sono anche alcune associazioni di ex preti che si occupano di aiutare quei presbiteri in difficoltà che magari non hanno il coraggio di parlare con i loro superiori o sono in un’impasse. Una di queste è Vocatio, associazione di preti sposati nata nel 1981 e fondata da Mauro del Nevio, ex prete di Livorno. «Siamo tutti ex preti a collaborare con l’associazione», spiega Ernesto Miragoli, ormai sposato da 30 anni. «Cerchiamo di aiutare chi ci chiama e a‘ffrontare le situazioni diverse che possono capitare a un presbitero, non solo quelle legate al celibato. Ci chiamano tantissime donne, e tanti preti si rivolgono a noi perché non sanno come muoversi, cosa fare, con chi parlare. Le difficoltà maggiori per chi sta pensando di lasciare sono di ordine economico, sociale e spesso la scelta è molto dolorosa. Si tratta di mettere in discussione una scelta di vita fatta per amore e fede. Si tratta di lasciare un mondo che si è amato. A volte per una donna, a volte per un’insoddisfazione pastorale o per altri motivi. In ogni caso, un prete che vuole uscire dal ministero non è riconosciuto nella società, spesso non ha una casa e non ha entrate economiche. Così ci chiede aiuto e noi proviamo a trovargli un lavoro e a indurlo a parlare con i suoi superiori se ancora non l’ha fatto o lo facciamo noi per lui. In trent’anni ho incontrato tantissimi vescovi per provare a stabilire un dialogo e porre l’attenzione su queste problematiche:tutti molto cortesi, magari ci ringraziano anche per quello che facciamo, ma non si è mai aperta una comunicazione ufficiale». Eppure quelli di Vocatio, che ogni anno ricevono circa 25 richieste di aiuto da preti in crisi, non vogliono rivendicare qualcosa ma solo oƒffrire la loro esperienza e porre alcune problematiche all’attenzione della Chiesa. «Tanti presbiteri che si innamorano di una donna e che entrano in crisi non vorrebbero mai lasciare il loro abito sacerdotale ma sono costretti dalla legge ecclesiastica», spiega Miragoli. 

Per questo ha suscitato entusiasmo tra loro la visita del Papa, lo scorso 11 novembre, a casa di un prete sposato dove si erano radunati altri sei ex sacerdoti con le loro famiglie. È sembrata un’apertura di sguardo misericordioso che altri vescovi sembrano non avere. «Le crisi possono capitare», dice invece monsignor Angelo de Donatis, poco più di un anno fa nominato da Francesco vescovo ausiliare di Roma (dopo aver predicato gli esercizi spirituali allo stesso Papa), che ha l’incarico della cura del clero. «Prima che vescovo, sono pastore e padre spirituale del seminario romano e di tanti presbiteri e certo mi sono capitate delle storie di questo tipo», racconta. «Un mio fi•glio spirituale, oggi ex prete, ha 4 •figli e ancora ci incontriamo, siamo in perfetta armonia. Prima, se c’era una crisi, era più difficile ed è vero, poteva capitare di essere guardati con diffidenza da parte di alcuni, ma adesso qualcosa è cambiato, i preti in crisi sono accompagnati verso il loro discernimento. È importante parlarne subito, ai primi segni di disagio e confrontarsi, senza chiudersi nella solitudine. A volte se ne parla quando ormai è troppo tardi e non si riesce più ad aiutare la persona». 

«Ora papa Francesco ha dato una grande spinta evangelica»
, continua monsignor de Donatis, «ed è importante saper entrare in dialogo con la cultura attuale che è molto cambiata, siamo nelle doglie di un parto, ma credo che porterà frutti molto belli. Il problema è che, in certi casi, anche noi preti ci siamo messi a seguire il mondo e invece quello che si deve notare entrando in una chiesa è la diffƒerenza con il mondo, io è questa differenza che cerco di sottolineare nel lavoro che faccio con i presbiteri».

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